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Digital Design Days 2018

Come il cyberpunk continua a contaminare il nostro immaginario

Ne abbiamo parlato ai Digital Design Days con Ash Thorp, concept artist che ha collaborato a Blade Runner 2049 e l'ultimo Ghost in the Shell.

Giulia Trincardi

Giulia Trincardi

Uno dei poster realizzati da Ash Thorp e Maciej Kuciara per Ridley Scott, in occasione dell'uscita del film Blade Runner 2049. Immagine via

Il progresso esponenziale delle tecnologie digitali ha permesso a infiniti settori di mutare il tipo di prodotto o servizio che offrono e, in questo senso, il mondo dell’intrattenimento non fa eccezione, anzi: è forse l’ambito di cui è possibile notare l’evoluzione più direttamente. La relazione tra tecnologia e mondo dello schermo non è, però, solo una questione di tecnica, ma anche di immaginario: film e serie cult — così come, ovviamente, prodotti letterari, fumetti e videogiochi — hanno contribuito a plasmare l’idea di futuro altamente tecnologico in cui ora siamo più o meno immersi.

Cosa significa creare immaginari fantascientifici e futuristici oggi? Quali sono le responsabilità di un creativo nell’offrire alle persone una visione del possibile? Lo abbiamo chiesto al graphic designer, concept artist e regista Ash Thorp, che ha offerto una serie di consigli fondamentali sulla vita da freelance e parlato dell’importanza di collaborare con (e lasciarsi contaminare da) artisti di tutto il mondo durante i Digital Design Days — una serie di conferenze e workshop, dedicata al tema dell’innovazione del mondo del digitale, che si è tenuta nella sua terza edizione in collaborazione con OFFF Festival di Barcellona dal 16 al 18 marzo scorsi a Milano.

Con lo studio creativo da lui fondato — ALT Creative — Thorp ha contribuito alla ideazione estetica di film come Prometheus, Blade Runner 2049 e il recente remake in live-action di Ghost in the Shell; dalla realizzazione di specifiche componenti visive — come gli ologrammi in Ghost in the Shell —, a quella di opere complementari, come una serie di poster commissionati dal regista e produttore Ridley Scott in persona. Come regista indipendente, Thorp ha invece realizzato corti sperimentali con cui crea paralleli estetici e sensoriali tra la natura e l’artificiale, dove il dettaglio infinitesimale di uno e dell’altro elemento finiscono per confondersi.

Alla fine della presentazione ai Digital Design Days, Thorp ha sorpreso il pubblico mostrando in anteprima un tributo realizzato in CGI in collaborazione con il visual artist Xiaolin Zeng e dedicato a un’altra opera fondamentale della fantascienza — AKIRA di Katsuhiro Otomo, la cui versione animata, uscita nel 1988, ha fatto la storia tanto dell’animazione quanto dell’immaginario post-apocalittico e cyberpunk stesso.

MOTHERBOARD: Hai lavorato su diversi progetti iconici, sia in collaborazione con grandi registi che come regista indipendente. Come ti relazioni, da artista, con immaginari consolidati come quelli di Ghost in the Shell e Blade Runner?

Ash Thorp: È difficile, perché hai che fare con veri e propri capolavori — cerchi di rispettare ciò che è stato fatto e rendergli omaggio. È una sfida, che affronti ogni volta che decidi di fare un progetto del genere. Nel caso di Ghost In The Shell, stavo seguendo la regia di qualcun altro, per cui mi sono affidato al mio regista Rupert [Sanders] per le decisioni sul design. Quando ho realizzato i poster di Blade Runner 2049 collaboravo direttamente Ridley Scott — ci mostrava dei disegni, noi li interpretavamo e ci lavoravamo insieme. Scott voleva che i disegni richiamassero il reame visivo del fumettista francese Jan Giraud (aka Mœbius), un artista che è grande fonte di ispirazione per me.

Una delle immagini create da Ash Thorp in collaborazione con Micheal Rigley e ispirate al romanzo cult di William Gibson Neuromancer.

Poi hai deciso di dedicarti a un progetto su AKIRA, un’altra opera fondamentale per chiunque ami il cyberpunk. Io ho letto il fumetto da bambina, dopo averlo scovato in casa di mio zio — non era esattamente un’opera adatta alla mia età allora, ma le sue suggestioni sono mi sono rimaste impresse come poche altre cose. È stato lo stesso per te?

Otomo è un maestro moderno assoluto. Personalmente, ho scoperto prima il film, da ragazzino, poi ho rintracciato il manga. AKIRA è un’opera incredibilmente speciale e in questi casi devi essere attento a rispettare un classico del genere e, allo stesso tempo, elevarlo. La chiave credo che sia un lavoro di traduzione. Quando ho realizzato Project - 2501, un tributo fotografico a Ghost in the Shell, ho preso ispirazione da un fotografo che si chiama Gregory Crewdson — mi sono chiesto: come faccio a trasporre questo anime nel mondo reale, che aspetto avrebbe se lo portassi al livello dei lavori di Gregory Crewdson? Con AKIRA è la stessa cosa: che aspetto avrebbe l’anime in CGI? Volevamo realizzare un adattamento coerente, che non fosse stucchevole, né, allo stesso tempo, lontano dall’originale al punto da non essere più riconoscibile. L’obiettivo era restituire la stessa sensazione fondamentale — è difficile, ma non impossibile.

“Adattamento” è la parola giusta, direi.

Sì!

Thorp (a sinistra) sul set del progetto fotografico Project - 2501. Le immagini del progetto realizzato nel 2014 in collaborazione col fotografo Tim Tadder sono qui.

Immagino — dal tuo lavoro — che tu abbia una grande passione per l’immaginario fantascientifico e cyberpunk in particolare. Che relazione ha con il mondo in cui viviamo, a tuo avviso?

Stiamo lentamente mutando ed evolvendo il panorama terrestre per le nostre necessità, stiamo letteralmente piegando la realtà che ci circonda. Costruiamo livelli e strutture che, in un certo senso, assomigliano molto ai mondi predetti nei romanzi di Philip K. Dick, no? Se escludi per un attimo l’aspetto noir e di detective-story, ti rendi conto che ci sono già posti nel mondo che somigliano al set di Blade Runner. E sono passati solo 20 o 30 anni da quando l’immaginario [del film] è stato concepito. Siamo nel bel mezzo di un cambiamento esponenziale. Se mi piace? Non proprio, sono un grande amante della natura, mi piace andare nei boschi, non so se la “concrete jungle” funzionerà mai allo stesso modo per me — ma ha una sua bellezza, che amo documentare, filmare e ricreare in CGI. È abbastanza ovvio che è quello il futuro che ci aspetta, non so quanto la cosa mi entusiasmi, però.

Già.

Non muoio dalla voglia di vivere in un mondo alla Blade Runner — magari sarebbe fico farci una vacanza una volta, ma non restarci per sempre, ecco.

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Se il mondo somiglia sempre di più alla fantascienza immaginata degli artisti e dei designer 50 o 40 anni fa, quale credi che sia il loro ruolo ora? Che tipo di futuro ti piacerebbe poter immaginare?

Ogni artista attinge, in qualche modo, a un etere immaginativo — nel momento in cui lo riconosciamo, lo manifestiamo e manifestiamo il tipo di realtà in cui vogliamo vivere. E si tratta di un potere immenso e da grandi poteri derivano grandi responsabilità. C’è un sacco di negatività e divisività oggi — se prendessimo questa capacità di manifestare [una visione] e la usassimo invece per rendere felice qualcuno, ispirarlo, o spingerlo a scoprire o imparare qualcosa di nuovo con entusiasmo, a diventare la versione migliore di sé… sarebbe qualcosa di incredibile. Non so se posso cambiare il mondo intero con il mio lavoro, ma posso influenzare le persone che mi circondano e sperare che loro facciano altrettanto con chi hanno vicino.

Come quando getti un sasso nello stagno, insomma.

Esatto! Per me questo significa ispirare le persone, aiutarle come possibile — è mia responsabilità come creativo. Manifestare la realtà che vogliamo è importante.

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Potete guardare i lavori di Ash Thorp sul suo sito o sul canale Vimeo e seguirlo su Twitter e Instagram.