Il capitalismo ci ha trasformati in fanatici della sorveglianza

Da quando qualunque dispositivo e piattaforma digitale che utilizziamo ha cominciato a sorvegliarci, anche noi abbiamo cominciato a farlo.

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31 ottobre 2018, 10:02am

Siamo completamente immersi nel capitalismo della sorveglianza, favorito da un apparato di tecnologie che rende possibile la sorveglianza digitale di ogni nostra azione e che ci ha trasformati da consumatori a veri e propri prodotti: i dati che noi diamo in pasto alle piattaforme in cambio di servizi gratuiti sono il prodotto che viene venduto alle aziende pubblicitarie.

Questo tipo di trasformazione — da consumatore a prodotto — non è l’unica che viene favorita dal capitalismo. In un recente studio, Luke Stark e Karen Levy affermano che ci troviamo davanti ad una nuova concezione di consumatore mai vista prima: un consumatore che diventa sorvegliante attivo.

“Prendersi cura dell’altro diventa una forma strutturata di sorveglianza.”

“La sorveglianza è una modalità normalizzata di relazione interpersonale,” scrivono i due ricercatori, e si applica attraverso l’utilizzo di prodotti e servizi ideati per sorvegliare gli altri.

Se pensiamo alle applicazioni che utilizziamo quotidianamente, troviamo già delle interfacce che ci spingono ad esercitare un monitoraggio sugli altri: pensiamo alla spunta blu dei messaggi letti su WhatsApp — introdotta nel 2014 — o alla possibilità di vedere gli ultimi accessi dei nostri amici sull’app di Messenger — possibilità introdotta recentemente anche da Instagram.

Il desiderio di poter monitorare e controllare l’attività degli altri è quindi connaturato alla nostra esperienza digitale. Nel caso del consumatore sorvegliante, si legge nello studio, questo desiderio è alimentato da condizioni socio-tecnologiche e ideologie specifiche di società mediate dal digitale.

All’interno di questa nuovo status di consumatore, si possono distinguere due diverse forme di sorveglianza: la prima rivolta alle relazioni intime mentre la seconda per esercitare il controllo sui lavoratori che ci prestano un servizio.

Nel primo caso, il consumatore-osservatore installa applicazioni sugli smartphone dei propri figli per controllare e monitorare le loro attività: quali applicazioni usa, quali siti frequenta, quali social network utilizza. Ma rientrano anche in questa categoria tutte quelle applicazioni che vengono definite in gergo spouseware — utilizzate nelle relazioni affettive per monitorare il proprio partner ma che spesso portano a situazioni di abuso.

Secondo i ricercatori, in questo caso “prendersi cura dell’altro diventa una forma strutturata di sorveglianza.” Il controllo e il monitoraggio non sono solamente dei diritti di genitori o partner responsabili, ma vengono descritti come obblighi propri di quei ruoli.

La pubblicità cerca di instillare una sensazione di paura e pericolo per i figli, spingendo i genitori ad acquistare queste soluzioni tecnologiche per eseguire quello che oramai è diventato un obbligo morale: “non solo un genitore ha il diritto di intromettersi nella privacy dei suoi figli, ma il non farlo potrebbe essere interpretato come un fallimento del genitore.”

Dall’altra parte, invece, il consumatore-manager rivolge la propria attenzione all’attività di chi offre un servizio. Il mondo della gig-economy e la dittatura del feedback dell’utente hanno completamente stravolto la dinamica di potere all’interno delle attività lavorative.

La possibilità di monitorare la preparazione di una pizza ordinata tramite un’app e di poter controllare il percorso del fattorino mentre la consegna grazie a un segnale GPS mettono il consumatore in una illusoria posizione di controllo.

Il cliente, infatti, è a sua volta monitorato e controllato dall’interfaccia dell’applicazione: vengono raccolti i dati sulle sue preferenze e le abitudini. Lo stesso tipo di architettura è implementata da altri servizi della gig-economy, come ad esempio Uber e Lyft.

La retorica che spinge all’adozione di queste tecnologie vuole fare leva sul senso di controllo del consumatore per quanto riguarda i propri acquisti: “la sensazione di potere prodotta dall’acquisto gratifica il senso di autonomia del consumatore.”

Questo mix di potere finanziario e peso morale produce degli effetti sociali che, secondo i ricercatori, “rafforzano delle gerarchie socio-economiche quali la classe, la razza, l’etnia, e il genere.”

La sorveglianza diventa distribuita non solo fisicamente, nella moltitudine di videocamere e tecnologie digitali che controllano la nostra vita, ma anche socialmente.

A farne le spese, infatti, sono quelle categorie già vittima di abusi — si pensi agli abusi di genere all’interno delle coppie — o alle minoranze che si trovano in difficoltà economiche e quindi sono costrette a diventare ingranaggio passivo del sistema della gig-economy.

Siamo di fronte ad un nuovo paradigma: la sorveglianza diventa distribuita non solo fisicamente, nella moltitudine di videocamere e tecnologie digitali che controllano la nostra vita, ma anche socialmente. I consumatori sorvegliano a loro volta chi si trova in una posizione inferiore, riducendo invece il peso dell’attività di controllo da parte di coloro che si trovano a capo della gerarchia. E fra questi vi sono anche gli stessi sviluppatori e designer che producono le interfacce dei prodotti e servizi che utilizziamo.

Secondo i ricercatori, “l'esternalizzazione della sorveglianza come preoccupazione quotidiana per gli individui non diminuisce il potere dello stato. Invece, questa responsabilizzazione estende la capacità dello stato di governare a distanza attraverso nuovi meccanismi.”

Le infrastrutture tecniche, sociali, e affettive di questi prodotti di consumo instaurano quindi un regime di sorveglianza perenne, incoraggiando “una cultura neoliberale di ansia generalizzata, il cui unico antidoto è una profilassi della sorveglianza al servizio dei nostri doveri di prenderci cura del prossimo.”

Non siamo più soltanto ignari consumatori, siamo diventati dei fanatici della sorveglianza.

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