La cultura della sorveglianza sta divorando qualunque attività umana

Abbiamo parlato con il sociologo David Lyon per capire come negli ultimi anni le pratiche di sorveglianza hanno contaminato la nostra società.

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05 maggio 2017, 9:03am

Foto per gentile concessione della Università della Svizzera italiana

Viviamo in un'epoca dove le possibilità di sorveglianza sulla sfera privata e la comunicazione sono immense. Il tema è sostanzialmente intrinseco a quasi tutte le attività umane, dentro e fuori il contesto digitale.

Il sociologo David Lyon è uno dei maggiori studiosi della sorveglianza, tema che ha affrontato in diversi contesti nel corso degli ultimi 30 anni. Il suo lavoro osserva l'impatto della sorveglianza sulla società contemporanea, sulle policy, sulla tecnologia e sulla comunicazione e ha seguito l'evoluzione della società dell'informazione.

Pochi giorni fa Lyon è stato Visiting Professor presso la Facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università della Svizzera italiana di Lugano, dove lo abbiamo intervistato.

"Quello che noi chiamiamo 'neoliberalismo' caratterizza ora una condizione globale."

Philip Di Salvo: Nel suo lavoro lei considera la sorveglianza come un elemento intrinseco della società dell'informazione e come uno dei più caratterizzanti. Il suo prossimo libro, invece, sarà incentrato sulla "cultura della sorveglianza". Pensa che le discussioni sulla società dell'informazione negli ultimi 30 anni si siano concentrate eccessivamente sull'enfatizzare i suoi elementi positivi dando poca attenzione e scrutinio a quelli invece potenzialmente negativi?

David Lyon: Ho sempre avuto l'impressione che lo sviluppo della società dell'informazione abbia reso più impegnativi certi aspetti della partecipazione democratica e sollevato questioni dal punto di vista della libertà d'espressione, della giustizia, dell'equità e dal punto di vista del rapporto tra pubblico e privato. Vedo tutto questo avvenire in quella che ora chiamerei la 'modernità digitale'. Ho sempre cercato di sostenere che gli sviluppi tecnologici potenziali non sono mai inevitabilmente impostati per avere finalità sociali negative, ma dobbiamo riconoscere che la modernità digitale esiste all'interno di una politica economica che è una forza molto potente.

Quello che noi chiamiamo 'neoliberalismo' caratterizza ora una condizione globale. Di conseguenza, riconoscere che ci sono potenzialità positive e, allo stesso tempo, che la realtà politica economica in cui ci troviamo rende molto difficile che queste tecnologie vengano costruite per il bene comune, è la tensione che sento sia più forte nel mio lavoro e nel mio tentativo di comprendere la sorveglianza nella sua accezione contemporanea. Il concetto di 'cultura della sorveglianza', invece, non è un cambiamento di direzione, ma di enfasi, e penso renda gli aspetti negativi della sorveglianza ancora più espliciti. La tensione è ancora più profonda. Ritengo che il concetto esprima l'esperienza e il coinvolgimento in forme di sorveglianza non solo in modalità quotidiane e non-tecnologiche, ma ora anche connesse all'utilizzo delle medesime tecnologie che sono rappresentative delle piattaforme delle più potenti aziende tecnologiche e delle agenzie governative.

Osservando il punto di vista di chi fa esperienza della sorveglianza, specialmente di chi fa parte di un gruppo già vulnerabile, si noterà che questi soggetti abbiano un'esperienza amplificata di ingiustizia — il cui meccanismo di amplificazione è esattamente il digitale: quello è esattamente il motivo che mi spinge a studiare la sorveglianza. Non ho un approccio geek alla materia, ma ho una forte preoccupazione per le dinamiche di marginalizzazione di queste piattaforme. E la richiesta di alternative è un altro punto molto forte.

Dopo Snowden abbiamo visto il varo di nuove leggi che, in diversi Paesi, hanno garantito ai governi più possibilità di sorveglianza, anche di massa. Pensa che quella attuata dai governi sia la forma di sorveglianza più forte cui siamo soggetti? E perché, dal suo punto di vista, pur vivendo in un mondo più libero che in passato, le democrazie stiano andando in questa direzione con sempre più convinzione?

Penso non sia più possibile distinguere la sorveglianza dei governi da quella delle aziende. La relazione tra i due ambiti è talmente forte che i governi, e le loro agenzie, sono molto dipendenti dalle aziende cui affidano in outsourcing numerose attività. Esiste un network globale di agenzie governative e aziende le cui attività non sono più distinguibili e in cui le seconde fanno proposte su come le prime dovrebbero agire e ricevono in cambio attività in outsourcing. Negli anni passati ho studiato i sistemi di registrazione e identificazione di diversi paesi e ho scoperto il rapporto molto stretto tra governi e aziende in questo settore.

In certi contesti questo bisogno è legittimo e non lo voglio negare, perché a molte persone serve un gettone o un numero per poter esistere e avere la possibilità di esprimersi. Quel sistema, però, allo stesso tempo dà all'apparato statale la possibilità di sfruttare i dati delle persone in modi non necessariamente positivi. Esiste sempre questa ambiguità irrisolta e sarà sempre complessa. I membri di queste agenzie sono allo stesso tempo parte del mondo aziendale che di quello statale. Non è davvero possibile distinguerli.

Se sei un dissidente di qualsiasi tipo, un obiettore di coscienza o una persona che protesta contro un oleodotto ad esempio, i governi possono renderti la vita impossibile. Non voglio negare questo nemmeno per un secondo, ma allo stesso tempo non voglio fare una distinzione netta tra la sorveglianza delle aziende da quelle dei governi. Ci sono certo distinzioni legali, ma in pratica non è davvero possibile separarle. Anche il giornalismo è sotto attacco come non mai, perché la democrazia stessa si basa su informazioni fornite da fonti indipendenti di informazione. Ma di nuovo, da dove provengono le informazioni contro cui i governi potrebbero voler intraprendere delle iniziative? Forse interamente da agenzie governative? Io penso di no, ci sono prove che il settore privato stia aiutando i governi a colpire i dissidenti, le minoranze e gli stessi giornalisti.

La minaccia del terrorismo è cresciuta dopo l'11/9 ed è cresciuta la domanda di maggiori poteri di sorveglianza come risposta a quella minaccia. Allo stesso le capacità di raccolta di informazioni è esponenzialmente cresciuta e va sempre di più in direzione dei Big Data. Cosa è cambiato da questo punto di vista?

Di nuovo, anche in questo non si possono separare gli approcci governativi da quelli privati. Questo perché c'è grande entusiasmo da parte delle aziende per tutto ciò he ha a che vedere con i big data. E questo è interessante per i governi, i quali sono sempre più persuasi che i big data funzionino bene per la lotta al terrorismo, contro i gruppi radicalizzati o per le operazioni di polizia predittiva. Non mi stupisce quindi che i governi producano leggi le cui principali finalità sono votate a facilitare le pratiche di analisi con i big data.

Inoltre è piuttosto comune che vi sia emulazione tra un paese e l'altro dal punto di vista di queste legislazioni, questo anche perché abbiamo agenzie di sicurezza e di intelligence molto strettamente connesse tra di loro e che prime vogliono avere flussi e scambi di dati migliori. Ad esempio gli USA lavoravano in Canada per conto dei servizi canadesi per organizzare forme di sorveglianza che non erano legali in Canada se applicate ai canadesi. Non si tratta più di questioni locali, ma extraterritoriali. Un paradosso è che sappiamo molto meno di quanto avvenga in questi settori da quando siamo entrati nella cosiddetta società dell'informazione, rispetto a prima.

Un paradosso è che sappiamo molto meno di quanto avvenga in questi settori da quando siamo entrati nella cosiddetta società dell'informazione, rispetto a prima.

Parlando di tecnologia, forse un territorio dove governi e aziende non si trovano d'accordo è quello della crittografia, come nel caso di Apple vs. Fbi.

Non ho studiato direttamente il dibattito sulla crittografia, ma penso che non abbiamo visto ancora abbastanza per capire in che direzione andrà. Ci sono altri ambiti dove i governi e le aziende non sono così sulla stessa lunghezza d'onda. Ci sono tensioni sensibili su diversi livelli: uso il termine 'capitalismo della sorveglianza', citando Shoshana Zuboff, perché una delle cose più caratterizzanti delle aziende in questo contesto è la loro avversione per la regolamentazione e il controllo democratico. Penso però che sia ancora possibile battersi per quelle forme di controllo democratico nei confronti delle agenzie, e delle aziende. Di norma, questo avviene per le policy di protezione dei dati o della privacy".

Nonostante tutto penso sia corretto portare avanti questi discorsi anche se non rappresentano pienamente quelle che sono le vere questioni più profonde in gioco. Più pragmaticamente, direi che è utile usare diversi strumenti per cercare di fare la differenza. Non c'è nulla che possa funzionare come soluzione univoca. Anche il dibattito sulla crittografia non riguarda solo le aziende e i governi, ma tutti i cittadini. Per nessuna di queste cose c'è una soluzione perfetta e univoca.

Se dobbiamo considerare la sorveglianza come una situazione che caratterizza ogni contesto umano contemporaneo, che ruolo ha la crittografia? Cosa è cambiato rispetto a 20 anni fa?

Sicuramente c'è molta più consapevolezza delle necessità di usarla. Ci sono molti argomenti a suo favore, ma la stessa crittografia deve essere realizzata in modo trasparente. Se ha a che vedere con i diritti dei cittadini, allora deve essere comprensibile anche da loro: non può essere solo una soluzione tecnologia a un problema socio-politico. E non può restare solo nelle mani di coloro che sono in grado di creare tecnologia democratica di questo tipo. Le possibilità di costruire protezioni di questo tipo sono a disposizione dagli anni 90 con la creazione del Web, quindi non credo sia un dibattito nuovo. Anche la 'privacy-by-design' e altri tentativi di implementare protezioni possono diventare solo mere soluzioni tecnologiche.

Alla fine, direi che parliamo di relazioni umane in ogni caso e di conseguenza non si possono affrontare queste cose solo con la tecnologia. Questa può essere assolutamente d'aiuto per creare un ambiente dove il valore di queste relazioni sia protetto, ma alla fine non basta una soluzione tecnica. Non voglio assolutamente sminuire l'importanza di queste cose, e lo stesso vale anche per le leggi: una volta che possono essere messe in atto possono già non bastare più. Anche con queste leggi in essere è comunque possibile avere molto spazio per la raccolta di dati per fini non dichiarati pur aderendo completamente alle normi vigenti. Spesso, inoltre, le finalità non sono ancora note quando la raccolta avviene.

Il modo in cui sviluppiamo la tecnologia dovrebbe essere certamente governato da quello che, collettivamente, riteniamo essere significativo, produttivo dal punto di vista sociale e in grado di generare benefici.

Qualche settimana fa è uscita la notizia di come aziende che producono software di sorveglianza profonda abbiamo tra i loro clienti numerosi privati cittadini che usano queste tecnologie per spiare su altre persone, come familiari e partner. Come commenta questa notizia? Si potrebbe considerarlo come l'ultimo passaggio nella "addomesticamento" della sorveglianza?

Ogni tecnologia è un'attività umana e un modo di attuare attività umane. Ma tutto il processo del design dell'innovazione tecnologia e della sua implementazione, dal mio punto di vista, dovrebbe sempre essere connesso a qualche aspetto umano, come il welfare e il benessere di tutti. Questo dovrebbe essere il criterio attorno al quale la tecnologia dovrebbe essere costruita. Non, al contrario, aderendo a un approccio che dica 'abbiamo questo sistema ottimo, lo puoi usare per spiare sul tuo partner potenzialmente fedifrago'. Il modo in cui sviluppiamo la tecnologia dovrebbe essere certamente governato da quello che, collettivamente, riteniamo essere significativo, produttivo dal punto di vista sociale e in grado di generare benefici. Potrebbe suonare naif, ma se vogliamo puntare al bene comune, questo non sarà mai ottenuto con forme di inganno o con la violenza.

L'approccio privacy-by-design solleva a sua volte altre domande: quale design? quale privacy? E chi può beneficiarne? Tutti o solo chi può permettersi questi strumenti? Di nuovo, ecco una soluzione di mercato per problemi socio-politici. Si tratta di una questione molto più ampia rispetto alle soluzioni offerte da un singolo approccio e non penso che affrontiamo questa cosa con la dovuta attenzione, né lo fanno i politici, né chi si occupa di etica. Queste questioni riguardano tutti noi, comprese le persone nell'Africa sub-sahariana o in America centrale. Posti dove spesso non ci sono mai state linee telefoniche: qui c'è stata un'accelerazione di cambiamento che è avvenuta senza la dovuta supervisione democratica.