Xylella fastidiosa ieri, oggi e domani

Origini e motivi della diffusione della malattia degli ulivi che sta mettendo in ginocchio la Puglia.

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ago 8 2018, 9:45am

Siamo in Località La Castellana, a pochi chilometri da Gallipoli. È da qui che si pensa abbia avuto origine l’epidemia che da cinque anni sta imperversando in Puglia – e nell’opinione pubblica. L’emergenza scatta nel 2013, anche se alcune segnalazioni risalgono a cinque o sei anni prima: focolai puntiformi in cui gli alberi di olivo presentano “bruscatura” a chiazze, ossia gruppi di foglie distinti dal resto della chioma che cominciano a disseccarsi a partire dall’apice, per poi virare su un colore marrone-rossiccio. Le testimonianze si contraddicono da un chilometro all’altro; alcuni cascano dalle nuvole, altri invece descrivono una “moria impressionante” di olivi.

Qualcuno chiama in causa l’inquinamento, altri infezioni o infestazioni già note segnalate nei mesi precedenti; ma questa volta, la rapidità e la gravità del disseccamento, che porta alla morte della pianta indica qualcos’altro. In seguito a un’intuizione del fitopatologo del CNR barese Giovanni Martelli e a un’indagine dell’European Plant Pathology Organization (EPPO), nell’ottobre del 2013 viene annunciata l’identificazione di un batterio chiamato Xylella fastidiosa.

Analisi successive indicheranno che Xylella è perlomeno uno degli agenti responsabili della malattia chiamata “complesso del disseccamento rapido dell’olivo” (CoDiRO), per poi stabilire inequivocabilmente il nesso tra il batterio e la malattia. L’ultima conferma in ordine di tempo arriva a seguito di un monitoraggio specifico volto a stabilire il nesso causale tra Xylella e CoDiRO, effettuato su 500 olivi in 11 comuni della provincia di Lecce. I dati hanno mostrato come tutti gli olivi con sintomi inequivocabili del disseccamento rapido ospitassero il batterio. Tuttavia, la relazione tra Xylella e CoDiRO non è nemmeno il punto cruciale: è la presenza stessa del batterio sul territorio a rappresentare un pericolo.

XYLELLA: CHI È?

In Italia, Xylella fastidiosa è celebre solo da qualche anno, ma in America era già tristemente nota come causa del morbo di Pierce, malattia incurabile e letale delle viti. Nonostante 130 anni di ricerca, i fitopatologi sono riusciti soltanto a trovare i modi migliori per conviverci. In Brasile, Xylella causa la clorosi variegata degli agrumi che, sebbene meno grave, ostacola lo sviluppo delle piante e ne danneggia i frutti. E sono solo due tra le oltre 350 specie di piante ospiti di Xylella: queste includono anche caffè, mandorlo, ciliegio, noce, oleandro, mirto, rosmarino, pesco, erba medica, olmo, fico – giusto per elencarne alcune tra le più familiari.

Xylella fastidiosa si presenta in cinque sottospecie, ciascuna con numerosi ceppi formatisi grazie alle grandi capacità di differenziazione e adattamento del batterio. Alla sottospecie pauca appartiene il ceppo che si è manifestato nel Salento; un ceppo etichettato con la sigla ST53 a cui è stato dato appunto il nome di CoDiRO. Il sequenziamento del genoma dei batteri in Salento ha confermato che appartengono tutti a questo ceppo, pressoché identico a una variante che infetta gli oleandri in Costa Rica.

La Xylella vive nello xilema, ovvero il sistema di vasi interni che le piante usano per trasportare i nutrienti dalle radici alla loro chioma. Immagine: Berkshire Community College Bioscience Image Library

Il nome del genere Xylella fa riferimento al fatto che questo microrganismo vive esclusivamente nello xilema, il sistema di vasi che le piante usano per trasportare acqua e nutrienti dalle radici alla chioma. Lo xilema si trova nella parte più interna del tronco, ben protetto dalla corteccia e dagli strati più esterni. Il nome della specie fastidiosa indica un batterio molto difficile da isolare e coltivare in vitro. La sua grande capacità di mutare e adattarsi la rende un agente biologico preoccupante, tanto da essere classificato come “patogeno da quarantena” dall’EPPO.

Le malattie associate a Xylella sono dovute al muco gelatinoso prodotto dal batterio che ostruisce i vasi xilematici impedendo l’arrivo di acqua e sali minerali alle foglie. Quando queste si seccano, la fotosintesi si arresta: la pianta non è più in grado di produrre i composti organici di cui ha bisogno e deperisce. Le varietà (cultivar) vulnerabili muoiono in tempi diversi a seconda della varietà colpita e delle condizioni della pianta ospite. Purtroppo, per le due cultivar di olivo più diffuse in Salento, Ogliarola e Cellina di Nardò, Xylella induce un’espressione alterata di un gran numero di geni, che porta a una sequenza di modifiche biomolecolari con esito sempre letale. Inoltre, in zone caratterizzate da inverni miti come il Sud Italia, le uova degli insetti che permettono la sua propagazione (i vettori) hanno maggiori chance di sopravvivenza.

Per passare da una pianta all’altra, Xylella fastidiosa ha infatti bisogno di essere trasportata fisicamente da un insetto che si nutre della linfa grezza. In Salento, il vettore principale di Xylella è la sputacchina dei prati ( Philaenus spumarius), una specie di cicalina. Si chiama così perché ha l’abitudine di lasciare tracce di “bava” sull’erba. Gli esemplari giovani, nati privi di batterio, si nutrono delle erbe spontanee, espellendo l’acqua in eccesso e formando così il caratteristico “sputo” che li protegge fino all’età adulta. La sputacchina ha un ciclo di vita annuale; diventa importante per il contagio quando l’erba che la ospita e di cui si nutre, verso fine maggio, comincia a seccare. Allora si trasferisce sui germogli degli olivi, abbastanza teneri per permetterle di succhiare la linfa grezza.

Si tratta di un insetto noto fin dal Settecento, mai considerato dannoso finora. Ma all’interno del suo apparato boccale sono stati osservati abbondanti aggregati batterici di Xylella; è lì che si riproduce. Quando la sputacchina si trasferisce da una pianta malata a una sana, inocula i batteri contagiandola. È un insetto pigro; si attacca volentieri ai vestiti di visitatori umani inconsapevoli e approfitta dei passaggi in macchina per spostarsi anche per decine di chilometri.

Due nuovi vettori sono stati individuati di recente, Neophilaenus campestris e Philaenus italosignus. Contrariamente alla sputacchina, non sono comuni nelle aree dedite all’olivicoltura, ma potrebbero diventare significativi per altre specie vegetali. Se si vuole intervenire sui vettori per limitare il contagio, occorre arare e ripulire il terreno dalle erbe infestanti entro la fine del prossimo aprile, prima che l’insetto diventi adulto e si sposti sugli alberi. Altrimenti, è necessario l’uso di insetticidi, con tutti i problemi (e le polemiche) che comportano.

LA GESTIONE DELL’EMERGENZA

Considerata la versatilità e l’adattabilità di Xylella, non sorprende che la legge non preveda mezzi termini: occorre mettere in atto le misure di protezione stabilite dalla Comunità Europea. La Direttiva 2000/29/CE prevede monitoraggi per verificare la diffusione dell’infezione e la definizione di una zona delimitata, composta a sua volta da tre zone: zona infetta, dove il batterio è endemico, nella quale occorre trovare i modi più efficaci di fare agricoltura tenendo conto del pericolo costituito e dei potenziali danni causati dalla presenza del batterio; una zona di contenimento, dove si estirpano le piante infette; e una zona cuscinetto spessa dagli 1 ai 5 km, all’interno della quale gli alberi infetti devono essere eradicati e i loro resti distrutti, così come tutte le piante vulnerabili per un’area di 100 metri intorno alle piante infette. Per limitare la diffusione del vettore, occorre falciare e ripulire tutte le erbe infestanti che possono ospitarlo, e contenere la popolazione di insetti vettori adulti tramite insetticidi.

Ma la crescente resistenza di numerosi gruppi di pressione, che si oppone all’eradicazione degli olivi e all’uso di pesticidi, crea un clima molto teso. Nessuno vuole prendersi la responsabilità di un provvedimento impopolare. Solo nel febbraio 2015, 16 mesi dopo l’identificazione di Xylella, viene dichiarato lo stato d’emergenza. Viene nominato Commissario delegato il Comandante del Corpo Forestale pugliese Giuseppe Silletti, che predispone un piano d’azione in linea con le indicazioni europee; ma il piano, così come le sue riformulazioni successive, sarà ripetutamente bloccato in seguito a una serie di ricorsi. L’Europa, nel frattempo, avvia una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per il fallimento delle misure di contenimento, mentre il fronte della malattia avanza.

Nel contempo la Procura di Lecce dispone il sequestro degli olivi destinati all’abbattimento ed emette 10 avvisi di garanzia. Oltre a Silletti (che si dimetterà a dicembre 2015), sono indagati ricercatori, docenti universitari e funzionari sanitari della Regione. Le accuse includono diffusione colposa di malattia delle piante, inquinamento ambientale, falso materiale e ideologico in atti pubblici, getto pericoloso di cose, distruzione e deturpamento di bellezze naturali, violazione dolosa e colposa di disposizioni in materia ambientale.

I PM fanno riferimento a un convegno tenutosi presso l’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari (IAM) nel 2010, un corso di formazione rivolto a esperti di 22 paesi, con l’obiettivo di fornire strumenti per identificare e affrontare Xylella. Gli scienziati sono accusati di aver diffuso (colposamente o meno) la malattia; allo stesso tempo però i PM affermano che Xylella non è la causa dei disseccamenti e che si cerca di far passare un batterio innocuo per una catastrofe.

In realtà, il ceppo introdotto in Italia in occasione del convegno appartiene alla sottospecie X. fastidiosa fastidiosa, che infetta la vite anziché l’olivo. Ma l’argomento viene ribaltato in favore dell’accusa: secondo la Procura “rimane priva di plausibile giustificazione l’introduzione da parte dello IAM di tutte le sottospecie di Xylella conosciute a eccezione della sottospecie pauca individuata nel Salento”. La stessa “folgorante intuizione” di Martelli che ha portato all’identificazione del batterio sembra sospetta, sebbene ormai da decenni gli esperti avvertano dell’imminente arrivo di Xylella in Europa, invitando i ricercatori a mobilitarsi in anticipo.

L’incriminazione degli scienziati pugliesi scatenerà la reazione del Washington Post e della rivista Nature, che parlerà in un suo articolo di “scienziati italiani calunniati”. Ma i sospetti esplicitati dalla Procura non sono che la punta di un iceberg.

I COMPLOTTI

Negli atti dell’inchiesta si legge di un “progettato stravolgimento della tradizione agroalimentare e della identità territoriale del Salento per effetto del ricorso a sistemi di coltivazione superintensiva”. Si citano, a 5 anni di distanza, inquietanti avvistamenti di persone in tuta bianca che spalmavano unguenti su alberi di olivo, successivamente bruciati per cancellare le prove di un uso illecito del diserbante RoundUp® della Monsanto. Monsanto che viene anche accusata di prendere di mira proprio il Salento per un piano di “sostituzione etnica” con olivi geneticamente modificati (che, per inciso, non esistono e comunque sarebbero vietati in Italia) tramite la diffusione di un batterio killer creato ad hoc da una società brasiliana chiamata Alellyx: guarda caso, proprio l’anagramma di Xylella.

Poco importa che nessun piano segreto avrebbe per protagonista una società con un nome così manifesto (chiamata così proprio perché si è occupata di sequenziare il batterio, che in Brasile è endemico da decenni). Le spiegazioni non placano i sospetti; soprattutto, non si esaurisce qui il panorama degli scenari prospettati. C’è chi vede una responsabilità diretta dello sfruttamento neoliberista, che si concretizza in una macchinazione di immobiliaristi e magnati della finanza per edificare sul territorio, e chi ravvisa “tutti i presupposti di una guerra chimica o batteriologica”. Vengono citati BigPharma (che guadagnerebbe dall’uso dei pesticidi), il business dell’energia solare, il gasdotto TAP (il cui percorso si sovrappone parzialmente alla zona infetta), o alcuni ricercatori dell’Accademia dei Georgofili, rei di aver considerato di sostituire le monocolture tradizionali, che sono poco redditizie e impoveriscono il terreno, con delle filiere per creare ricambio e aumentare la produttività.

Altre teorie negano o minimizzano il ruolo di Xylella, dicendo che è un’invenzione messa in giro per screditare l’olivicoltura salentina e favorire i concorrenti esteri o indicando vari responsabili alternativi: l’uso scriteriato di pesticidi (nonostante Xylella abbia colpito anche oliveti biologici) l’avvelenamento di falda per colpa dell’ILVA o delle discariche illegali (che però lascerebbe indenni altre piante sensibili all’inquinamento), altri microrganismi o l’abbandono del territorio e la mancata applicazione di buone pratiche agricole. Quest’ultima ipotesi non è del tutto irragionevole: la mancata ripulitura delle zone in cui si trovano gli olivi causa la proliferazione dell’insetto vettore e aumenta le probabilità d’infezione.

In questo ambito, si cita spesso il mancato rispetto dei postulati di Koch, in quanto dai monitoraggi effettuati per verificare la diffusione di Xylella solo una frazione delle piante con bruscatura sarebbe risultata positiva al batterio, e viceversa questo sarebbe presente in piante asintomatiche. A tali argomenti si è ribattuto più volte, ma nonostante le indagini mirate abbiano confermato il nesso Xylella-CoDiRO, numerosi giornalisti continuano a ignorare queste informazioni. Soprattutto, si perde di vista il punto principale: a prescindere dal disseccamento degli olivi, è Xylella stessa a rappresentare un pericolo tale da richiedere drastiche misure di contenimento.

Quale che sia la teoria sostenuta, si moltiplicano gli appelli di protesta e le manifestazioni. Contro gli abbattimenti insorgono associazioni locali i cui esponenti si recano porta a porta per sollecitare esposti contro le direttive. All’hashtag #difendiamogliulivi aderiscono attori, calciatori e cantanti, invocando un principio di precauzione “al contrario”. Le soluzioni “alternative” all’abbattimento degli olivi imperversano: iniettare nanoparticelle contenenti fitofarmaci, piantare erbe aromatiche vicino alle radici per “curare” l’avvelenamento da pesticidi, aggiungere compost per ovviare alla mancanza di sostanza organica, somministrare un anticrittogamico a base di solfato di rame e idrossido di calcio (poltiglia bordolese) per combattere i funghi che secondo alcuni sarebbero i veri responsabili. Alcuni olivicoltori affermano di aver ottenuto eccellenti risultati con le potature.

Si propagano le notizie di resurrezioni miracolose di 120 olivi “persino in grado di dare frutto”, ma gli stessi autori dello studio di Università di Foggia e Copagri che alimentava queste speranze ne ridimensionano i risultati, precisando che non contraddicono le indicazioni della comunità scientifica internazionale. La “fruttificazione miracolosa” di cui si è parlato è quasi sicuramente limitata alla parte di olivi rimasta intatta. Ha attirato molta attenzione la sperimentazione di Mario Scortichini, batteriologo del CREA, che adoperava un fertilizzante a base di zinco, rame e acido citrico di nome Dentamet®. Questi studi hanno ricevuto critiche metodologiche molto severe, e da allora non sono più pervenute notizie riguardo a un eventuale proseguimento della sperimentazione. Tuttavia, Scortichini continua a essere citato.

CONFUSIONE & SCETTICISMO

L’iniziale reazione di scetticismo nei confronti di Xylella è comprensibile. Consideriamo il fattore novità: non si sapeva da dove venisse, da quanto tempo ci fosse, come potesse reclamare la vita di olivi che avevano superato secoli di avversità. Le piante ospiti reagiscono all’infezione in modo molto variabile a seconda dell’età, della temperatura e dello stress ambientale. L’esistenza di sottospecie diverse, ciascuna con una propria patogenicità e le proprie piante ospiti, ha portato a svariate dichiarazioni fuorvianti, così come, a un certo punto, la congettura (mai confermata) che il Salento ospitasse 9 ceppi diversi di Xylella da decenni. La compresenza di funghi opportunistici del genere Phaeocromium e Phaemonella, penetrati in molte piante già deboli tramite gallerie scavate dal rodilegno giallo, ha fatto pensare dapprima a una malattia multifattoriale. Ma mentre i funghi possono aggravare il quadro clinico della pianta, non ne sono i diretti responsabili.

La sottospecie pauca negli olivi è una relativa anomalia: si tratta di un ospite nuovo e, contrariamente al caso delle viti o degli agrumi in America, non era mai stata oggetto di studi e sperimentazioni approfondite. Inoltre, il carattere “fastidioso” del batterio ha reso difficile re-isolarlo da piante infette in coltura pura, ostacolando gli sforzi per identificarlo e metterlo in relazione col disseccamento degli olivi. Insomma, da principio la stessa scienza sembrava presa alla sprovvista, incapace di dare risposte. Queste difficoltà furono messe in evidenza dalla stessa European Food Safety Agency (EFSA), che auspicò un’intensificazione della ricerca per riempire tutti i gap di conoscenza sulla questione. Ora è possibile coltivare il batterio e a dimostrare che può infettare piante sane; purtroppo, la conoscenza è progredita meno in fretta di quanto sia avanzata Xylella. E questo anche a causa dei provvedimenti della Procura, specialmente le confische della documentazione scientifica riguardante Xylella fastidiosa avvenute tra il 2015 e il 2016, che hanno bloccato la ricerca.

Alcuni ulivi secolari pugliesi. Immagine: Wikimedia

Nel 2016, l’EFSA aveva preso in esame una serie di trattamenti: fertilizzanti, composti bioattivi, potature severe – tutto ciò che è incluso nelle buone pratiche agricole. I primi risultati erano possibilisti: la somministrazione di micronutrienti e composti bioattivi sembrava permettere la ricrescita di rami e foglie non contaminate, un maggior vigore e una resistenza allo stress da infezione; qualcuno aveva anche parlato di prolungamento della fase produttiva e raccolti abbondanti. Nessuno di questi trattamenti però ha poi guarito la pianta né debellato il batterio, e finora tutti i miglioramenti nel lungo periodo si sono rivelati effimeri.

Non sono mancati i problemi politici e di comunicazione. L’urgenza dei decreti che imponevano di estirpare gli olivi fu accolta con insofferenza, lamentando uno scarso preavviso e una comunicazione superficiale e sbrigativa; i primi indennizzi non coprivano le spese per gli abbattimenti volontari e per il trattamento, senza considerare che nel 2015 molti olivicoltori avrebbero dovuto rinunciare all’imminente raccolto, preannunciatosi come abbondante. Giocano anche a sfavore le crescenti tensioni nei confronti dell’UE, le cui richieste di misure radicali e il cui atteggiamento “punitivo” vengono interpretati come ingerenze inaccettabili quando non sospette.

La resistenza agli abbattimenti è senz’altro legata al ruolo identitario che gli olivi rappresentano nell’ambito del territorio salentino. Ma alla base di questo pasticcio ci sono meccanismi psicologici comuni a tutte le teorie del complotto, vere o false che siano. Tutte sono accomunate dall’esigenza umana di dare un ordine logico e causale agli eventi ( cui prodest?), specialmente se hanno conseguenze devastanti, e sono sostenute da un linguaggio che amplifica gli aspetti morali e certi insiemi di valori: la protezione delle cultivar pugliesi, il mito di un’agricoltura genuina e tradizionale contro il mercato, le multinazionali, la globalizzazione. Blog e social media non fanno che aggravare la situazione: l’estrema disponibilità di informazioni contrastanti crea ulteriore rumore, e la polarizzazione del dibattito impedisce un vero dialogo tra le parti in causa.

E seppure la preoccupazione per i pesticidi è in sé lecita, esiste una percezione falsata del rischio: a fronte della resistenza suscitata dai 4 trattamenti annuali previsti dal più recente decreto Martina per gli olivi, nessuno obietta sui 20 trattamenti a cui sono sottoposte le mele in Alto Adige, né sui sali di rame “tradizionali”, che non sono privi di effetti collaterali.

IL COLPEVOLE

La causa diretta del problema è davvero la globalizzazione. Quasi sicuramente Xylella è arrivata da piante ornamentali vivaistiche importate dal Costarica: anche se non è stato possibile risalire al carico incriminato, il genoma del ceppo salentino ST53 è indistinguibile da quello trovato nel paese sudamericano. La presenza di un comprensorio di vivaisti vicino a Gallipoli e l’uso frequente di piante ornamentali costaricane nelle masserie del Salento la rendono un’ipotesi piuttosto plausibile, considerato che ogni anno il Costarica esporta in Europa decine di milioni di piante.

Degli oleandri californiani colpiti dalla Xylella. Immagine: Luke Jones / Flickr

È palese che la direttiva europea 2000/29/CE sia stata applicata in modo carente; una volta rafforzati i controlli a seguito dell’emergenza, sono state subito identificate una ventina di partite infette di caffè sudamericano. Si sapeva che era questione di tempo prima che uno o più ceppi di Xylella arrivassero in Europa, e che un coordinamento internazionale sarebbe stato cruciale per contrastare il rischio di diffusione di fitopatogeni conseguente all’ampliamento dei mercati. Negli anni successivi, altri ceppi di Xylella sono stati individuati anche in Francia, Corsica, Spagna, Baleari, Germania e Svizzera. La globalizzazione minaccia soprattutto le specie arboree con basso ricambio, e le monocolture in particolar modo; sfortunatamente, in Salento le cultivar vulnerabili a Xylella sono largamente prevalenti. Se tutta una regione è investita nella coltura di una pianta, basta che arrivi il superparassita di quella coltura per metterla in ginocchio; un esempio storico è la peronospora della patata, che nel XIX secolo in Irlanda causò la carestia che uccise un milione di persone e ne fece emigrare altrettante negli anni successivi.

Il problema affonda le radici anche nelle origini dell’olivicoltura salentina, che quattrocento anni fa, per motivi commerciali, prese monopolisticamente il posto delle foreste di querce e lecci risalenti al Neolitico. Nel Seicento era infatti molto richiesta la produzione di olio per lampade: dai frantoi ipogei di Gallipoli partiva l’olio ad altissima acidità che veniva bruciato per illuminare case e strade in tutta Europa e perfino negli Stati Uniti. Con l’avvento dell’illuminazione elettrica, ovviamente la redditività legata all’olio lampante andò a esaurirsi. Oggi gli oliveti del Salento hanno soprattutto una funzione paesaggistica. Pochissime aziende vivono della vendita dell’olio di oliva; secondo il rapporto Confagricoltura del 2012, solo il 4,3% della superficie olivicola pugliese è dedicata all’olio extravergine, ed è quasi tutta concentrata nel barese.

Il taglio delle foreste e la conseguente perdita della copertura da parte delle chiome hanno portato a una mineralizzazione della sostanza organica da parte del sole e a una graduale erosione del suolo, rendendo la regione particolarmente arida. Nel tempo, le proprietà degli oliveti salentini si sono frammentate in centinaia di micro-appezzamenti di pochi ettari ciascuno, molti dei quali ereditati da privati che risiedono altrove, si recano solo saltuariamente in campagna e non hanno alcun interesse nell’applicazione (onerosa) di buone pratiche agricole per una coltura poco redditizia. E in questa situazione parcellizzata è difficile pianificare e imporre strategie omogenee di profilassi e intervento su larga scala in caso di emergenza, per le quali mancano comunque le risorse (fondi, attrezzature, trattori, patentini…) e la preparazione.

La situazione è peggiorata con il provvedimento che ha riassegnato i finanziamenti a olivicoltori e proprietari di olivi. Se fino a pochi anni fa il settore olivicolo era sostenuto da un’integrazione commisurata all’olio prodotto, in seguito si è valutata solo la cosiddetta prestazione ambientale: si somministra un premio unico per il mantenimento dell’oliveto e della sua funzione ecologica e ambientale, sostitutiva dei boschi che in Puglia non esistono praticamente più. Un premio commisurato al numero di piante, non a quanto producono.

Il terreno trascurato favorisce i patogeni e i sintomi sono mascherati dalla sofferenza generale della pianta; questo contribuisce a ritardare l’allarme. Il problema non riguarda solo gli alberi; le mancate arature ed erpicature hanno permesso la crescita rigogliosa di erbe infestanti, un ambiente ideale per la sputacchina dei prati. La presenza del vettore è stata stimata circa 4 milioni di sputacchine per ettaro.

Le autorità territoriali (nel disinteresse del Governo nazionale) hanno mostrato un’inerzia altrettanto colpevole e una riluttanza a prendere decisioni dolorose ma necessarie per gestire la crisi. Recentemente il governatore della Puglia Emiliano ha chiesto un provvedimento governativo per abbattere ed espiantare anche le piante soggette a vincoli paesaggistici; ma occorre ricordare che dal suo insediamento a oggi ha alternato azioni contradditorie, dapprima caldeggiando la sospensione degli abbattimenti, poi costituendo una task force per l’emergenza CoDiRO – task force di cui non è mai stato chiarito il mandato, composta da un’accozzaglia di nomi che non solo non condividono una visione comune del problema, ma supportano in gran parte tesi discutibili.

Non si contano le lungaggini e gli ostacoli burocratici, tra cui il ritardo nell’assegnazione dei fondi destinati al contenimento e la mancanza di un monitoraggio sistematico. Ancora nel 2017 gli abbattimenti sono stati ripresi e poi di nuovo sospesi in seguito alla richiesta di “supporti di documentazione” in realtà già disponibili; un tira e molla che ha ulteriormente confuso l’opinione pubblica e creato diffidenza. E le amministrazioni locali (ANAS, Province e Comuni) hanno continuato a trascurare le aree demaniali e pubbliche, senza nemmeno falciare l’erba.

Infine, i media hanno una grossa fetta di responsabilità. Le tesi che negano il legame tra Xylella e CoDiRO sono tuttora riproposte, trascurando la pericolosità intrinseca legata alla semplice presenza di Xylella sul territorio. Persino alcuni programmi d’informazione solitamente attendibili hanno adottato narrazioni retoriche ed emotive, non compensate da un bilanciamento equilibrato di punti di vista né da una esposizione dei dati nel giusto contesto.

LA SITUAZIONE ATTUALE

Il mese scorso la zona di contenimento è stata spostata ancora più a nord, fino al Sud Barese, a ridosso dell’area olivicola economicamente più rilevante. Nella zona infetta si tenta di contenere la malattia e gli abbattimenti si effettuano solo se volontari, mentre l’UE vi ha concesso il reimpianto degli oliveti, per il quale ci vuole comunque molto tempo; frattanto, gli olivicoltori aspettano indennizzi e aiuti che non arrivano (i soldi riconosciuti in seguito allo stato di calamità sono attualmente in via di erogazione dopo un’attesa che si è prolungata per anni).

Mappa dell'attuale avanzamento di Xylella in Puglia. Immagine: infoxylella

Xylella si sarebbe potuta eradicare? Molto probabilmente no. Quando Xylella è stata riconosciuta, era già diventata endemica. L’applicazione delle direttive comunitarie ne avrebbe limitato notevolmente la diffusione e i danni, ma di fatto Xylella non è mai stata eradicata da alcuno dei luoghi dove è giunta.

Qual è oggi la percezione del problema? Lo abbiamo chiesto a Gianfranco Cataldi, agronomo esperto di sviluppo rurale, che ha raccolto il parere di oltre duecento persone della società civile interessate a vario titolo dal problema Xylella: agricoltori, sindaci, amministratori locali, tecnici, non addetti ai lavori. Secondo Cataldi, assistiamo a una “gamma di approcci viziata da un pensiero debole a livello regionale e nazionale, che risente di una comunicazione emotiva estranea alle questioni fitopatologiche. Non ci si rende conto che le malattie delle piante possono determinare cambiamenti socioeconomici a livello mondiale; ciò che incide sull’agricoltura, ha effetti sulla società e sull’economia tutta”.

Al primo approccio di incredulità o di rabbia non è seguita una fase di accettazione. Dallo scetticismo all’immobilismo, si passa dal negazionismo e ai sospetti nei confronti dei soliti noti. “L’atteggiamento di rifiuto è trasversale” prosegue Cataldi, “riguarda politici di alto rango, avvocati, medici, professionisti di altri settori, salvo ravvedimenti tardivi. Non è solo pigrizia mentale: c’è anche una tensione sociale forte, cavalcata politicamente e propugnata da un ambientalismo militante che condivide sì una passione reale, sfociando però in protervia e chiusura”.

A tutt’oggi, prevalgono l’inerzia strutturale e istituzionale. La percezione del problema c’è, ma è distante. “Fino a un anno fa nel barese non circolavano nemmeno informazioni su Xylella. Al di qua del fronte, gli agricoltori pensano che i loro oliveti siano intoccabili, perché sono curati a regola d’arte. Non capiscono che questo potrà limitare o ritardare i danni, ma non li mette al sicuro.”

VIE D'USCITA

Chi accetta il problema sono coloro che lo studiano e cercano di trasformarlo in opportunità. Giovanni Melcarne, presidente del Consorzio DOP Terra d’Otranto e agronomo produttore “frantoiano” la cui attività è stata colpita duramente da Xylella, ha deciso di trasformare i suoi oliveti in campi sperimentali, sfruttando la resistenza di alcune cultivar. Il Leccino, per esempio, pur mostrando segni di disseccamento, conserva un buono stato vegetativo; questo perché, si è scoperto, la carica batterica al suo interno è 100 volte inferiore rispetto all’Ogliarola, quindi oltre ad ammalarsi di meno trasmette meno batteri e può rallentare il contagio di Xylella. Un’altra cultivar resistente è la Favolosa, individuata nel 2017.

“Abbiamo dedicato 13 ettari alla sperimentazione, con mille piante secolari e 450 cultivar diverse provenienti da tutto il mondo. Ho innestato queste varietà con un protocollo sperimentale dettato dall’IPSP-CNR di Bari, con lo scopo di valutare la suscettibilità delle cultivar e verificare l’efficacia dell’innesto di una pianta resistente su una infetta. Gli innesti di piante resistenti su tronchi secolari possono permettere a questi ultimi di sopravvivere: infatti, anche se il batterio resta nel tronco, non danneggia lo xilema dell’apparato fogliare se questo è costituito da rami appartenenti a una cultivar resistente di olivo. Su piante fortemente compromesse l’innesto non regge fisicamente, perciò è importante intervenire tempestivamente nelle zone dei focolai. Puntiamo soprattutto a salvare gli olivi monumentali del Salento, o quelli dei piccoli appezzamenti privati o dei parchi.”

Sebbene non si possano ancora trarre conclusioni scientificamente solide, vige un cauto ottimismo. “Un’altra parte della sperimentazione riguarda gli olivastri, piante selvatiche spontanee di ulivo che sono state trovate nei pressi dei campi infettati da Xylella e sembrano immuni al batterio. Finora ne ho individuate 24 varietà, ciascuna con un genoma unico derivante da incroci casuali avvenuti in natura, che danno dei frutti grossi e possono diventare molto produttive. Se le sperimentazioni di innesto e i test di patogenicità confermeranno che sono davvero immuni, sarebbe possibile ripartire usando varietà autoctone.”

Altre soluzioni più o meno futuristiche sono ancora al vaglio della sperimentazione; recentemente, sono state collaudate delle telecamere installate su aerei e droni che, tramite sensori per analisi termiche e spettroscopiche, permettono di individuare le piante infette prima dello sviluppo dei sintomi.

Diversi ricercatori e agricoltori sostengono che, oltre a intervenire sulla condizione di abbandono e stress ambientale delle zone colpite, sia giunto il momento di spezzare la monocoltura dell’olivo in modo da aumentare la biodiversità e arricchire il terreno. La ricerca biologica su parassiti, vettori e piante ospiti può ancora darci molte risposte e guidare gli interventi diversificati nelle aree agricole, in quelle naturali e in quelle urbane.

Quale che sia la soluzione, considerato il clima di tensione che, al pari di Xylella, ormai è endemico nella regione, è impensabile oggi imporre strategie di intervento dall’alto. Occorre creare una rete globale di collaborazione e potenziare un dialogo trasparente tra scienza, politica e territorio, con la partecipazione attiva e consapevole delle parti in causa (cittadini, operatori agricoli, strutture scientifiche e istituzioni, anche al di fuori delle zone infette) ciascuna con le loro competenze. Conclude Cataldi, “Pur evitando le false speranze, deve passare il messaggio che nonostante le difficoltà nell’affrontare un’emergenza come Xylella, non bisogna ridursi al fatalismo, perché non intervenire è peggio.”

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