Riutilizzare i 24.400 tablet per il referendum della Lombardia è un casino

Piccolo spoiler: non sono neanche propriamente dei tablet.

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gen 30 2018, 2:03pm

Immagine: screengrab da YouTube

Come forse ricorderete, il 22 Ottobre scorso si è tenuto il referendum sull'autonomia della Lombardia, che ha fatto discutere per la scelta di sperimentare il voto elettronico. All'epoca, la Regione Lombardia ha acquistato 24.400 strumenti definiti come "tablet." Tenendo conto anche degli stipendi dovuti al personale di assistenza, il costo complessivo dell'operazione si è aggirato intorno ai 50 milioni di euro.

Il Presidente della Regione Roberto Maroni aveva spiegato come, più che una spesa, l'acquisto degli strumenti fosse da considerarsi un investimento, perché i cosiddetti tablet sarebbero restati in comodato d'uso alle scuole che ospitavano le votazioni. Così, 60 istituti hanno avuto in dotazione le prime 1500 macchine.

A quanto pare, però, la loro conversione ad uso scolastico si sta rivelando problematica.

Innanzitutto, gli strumenti forniti da Smartmatic non sarebbero tablet, ma vere e proprie voting machine — corrispondenti per la precisione al modello VIU-800. I dirigenti scolastici di alcuni degli istituti che hanno ricevuto in dotazione le macchine hanno raccontato al Fatto Quotidiano di non sapere come riutilizzarle. I maggiori problemi: le dimensioni di 25 cm per lato, il peso di due chili ognuna, il touchscreen poco reattivo e il sistema operativo installato Ubuntu — scelto perché open source, anche se nelle specifiche tecniche della macchina vengono consigliati Windows 10 x86 e Android 5.1.

Dato che nessuna delle altre nazioni che ha sfruttato le voting machine ha mai pensato di convertirle ad altro uso — siamo quindi davanti a una situazione senza precedenti —, ho chiesto a Francesco Fumelli, consulente informatico e docente di linguaggi multimediali MIUR-AFAM, se l'idea può avere un senso.

"Il design delle 'voting machine' non le rende definibili come tablet," mi ha spiegato Fumelli via email. "Sono pesanti e scomode da trasportare, sono poco potenti come risorse hardware per un utilizzo generico — per dare un'idea, la potenza del processore SoC Z8350 è paragonabile a quella di uno Snapdragon 801 SoC che veniva montato su smartphone qualche anno fa — e hanno schermi a bassa responsività (non nascono certo per un elevato livello di interazione)," ha continuato. "Infine, sono dotate di una versione modificata di Ubuntu Linux, personalizzata (ovviamente) per il compito di 'voting machine' e priva di molte componenti standard di Ubuntu."

Quando ho parlato al telefono con Fabio Pietrosanti di Hermes Center, invece, l'esperto in sicurezza informatica ha ipotizzato l'idea di organizzare un hackaton per decidere come riutilizzare le macchine anche se, "tutto il percorso di decisione su come attuare il voto elettronico avrebbe dovuto svolgersi in modo Open fin dall'inizio," ha specificato Pietrosanti. "Negli Stati Uniti, sono stati fatti degli hackaton per provare la sicurezza dei metodi utilizzati e c'è una proposta di legge perché la cosa si trasformi in una best practice."

Considerate la spesa per acquistare le licenze di altri sistemi operativi e la loro installazione, "il costo sistemistico per riconvertire uno di questi terminali supererebbe alla fine di gran lunga il valore economico e di utilizzo del device," ha aggiunto poi Fumelli, spiegandomi come la soluzione più sensata una volta che si investe in una tecnologia che nasce con uno scopo è di utilizzarla proprio per quello stesso scopo.

Insomma, se si crede nella maggiore efficacia del voto elettronico, allora è il caso di riutilizzare le voting machine nelle prossime occasioni utili; se, invece, si vogliono regalare dei tablet alle scuole, sarebbe meglio comprare direttamente quelli giusti.

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