Illustrazione di Andrea Cancellieri

Allegato al testamento di Ölver Huldurr McGrain (II)

Un viaggio esoterico in Islanda, tra vulcani e forze oscure.

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ago 10 2016, 9:02am

Illustrazione di Andrea Cancellieri

Questo racconto fa parte di Terraform, la nostra rubrica bisettimanale di narrativa sci-fi. Racconti sul futuro dell'uomo, della Terra e dell'universo—tra nuovi approcci alla realtà e evoluzioni distopiche del nostro presente. Ogni due giovedì una nuova puntata: se hai un'idea da proporre o un racconto da pubblicare, scrivici a itmotherboard@vice.com.

Segue dalla prima parte.

Inizialmente i discorsi dello studioso inglese mi incuriosirono e mi allarmarono al tempo stesso. A conferma dei miei timori, cercai una reazione nel volto di Sheldon ma, con il passare dei minuti—vuoi per la completa indifferenza di quest'ultimo, vuoi per la sempre più inconcepibile singolarità ed assurdità dei racconti che l'antropologo ci propinava—anche la mia attenzione venne meno e a pensarci ora non saprei ricordarmi un solo accenno supplementare a quanto ho già esposto.

Ci ritirammo dunque in camera, salutando l'inglese e accordandoci con lui per trovarci l'indomani mattina a colazione, per poi «rilassarci con una passeggiata sulla caratteristica spiaggia di Vik». Trascorsi la notte in uno stato di coscienza mai esperito, tra la veglia assoluta e la fase più profonda del sonno. Nessuna immagine mi giunse alla mente per tutto il tempo del mio viaggio onirico, ma solo concetti indescrivibili e astrusi teoremi matematici e geometrici che pervenivano alla mia mente sottoforma di petroglifi uncinati dalla provenienza inesplicabile, in un letto eterico di muschio e roccia che appariva come trasfigurato, percorso da una sorta di elettricità verde.

Non ebbi nemmeno il tempo di rendermi conto che era già sorto il sole nel cielo, che mi ritrovai a far colazione con il mio compagno di viaggio e il bizzarro esploratore inglese. Da lì a neanche mezz'ora, ci trovavamo sulla Black Sand Beach di Vik,per quella che doveva essere—nelle parole del nostro Virgilio—«una tranquilla passeggiata».

Non so dire se il peculiare stato mentale in cui riversavo quella mattina fosse una conseguenza della bizzarra nottata che avevo appena trascorso o se tutto quanto fosse stato in qualche modo causato dalle farneticazioni a cui ero stato sottoposto per svariate ore prima di coricarmi; mi basti dire che in quel quadro così sublime di natura, sovrastato ovunque da pareti immani di colonne di roccia basaltica a base esagonale e pentagonale che parevano essere state scolpite da un architetto ben più abile del massimo genio umano in materia, mi venne persino da chiedermi se davvero tale spettacolo potesse essere semplicemente opera delle forze caotiche della natura, o se l'artefice fosse piuttosto un'intelligenza di tipo simile a quello umano, o addirittura completamente diversa, qualitativamente e quantitativamente, dal nostro canone di idee—un'intelligenza extra-umana.

Le mie elucubrazioni solitarie proseguirono per tutto il pomeriggio, e più cercavo un bandolo alla matassa in cui la mia mente mi aveva ingabbiato, più aumentava l'intensità del mio stato febbrile. Arrivammo a Skógar, alle pendici del ghiacciaio Eyjaallajökull, in serata e passai la notte in uno stato assoluto di incoscienza. Il dolce suono della cascata che caratterizza questo villaggio mi cullò tra le braccia di Orfeo ed in men che non si dica fluttuai verso un sonno senza sogni, ad ogni modo decisamente più ristoratore dell'indicibile esperienza onirica della notte precedente.

Tuttavia, sulla soglia del sonno mi ritornarono in mente gli assurdi interrogativi che mi avevano sconquassato la ragione per tutto il giorno e cominciai a considerare la cascata stessa come esecutrice cosciente di un'azione cosmica, geometrica, intelligente. Seguitai a domandarmi se esistesse veramente una sorta di linea di separazione tra intelligenza e chaos, tra uomo e natura, tra paradiso e inferno. La febbre si faceva sempre più incalzante e al colmo dell'assurdità dei miei ragionamenti crollai nel sonno più profondo che si possa immaginare.

***

Abbrevierò considerevolmente la narrazione dei giorni intermedi del viaggio, perché, facendo altrimenti, rischierei di perdermi in discorsi non pertinenti allo scopo di questo documento. Inoltre sento che il tempo a mia disposizione sta drammaticamente giungendo al capolinea. Fate dunque ancora uno sforzo di attenzione e seguite attentamente il prosieguo della mia memoria. Non sottovalutate o deridete ciò che non capite, perché così facendo l'ignoto sarà in grado di sottomettervi tutti prima che ve ne rendiate minimamente conto.

Arriverò dunque al momento decisivo del mio viaggio in Islanda. La sera del 22 aprile giungemmo a Keldur e, dopo una notte passata insonne da entrambi in un squallido rifugio pervisitatori, la mattina seguente ci mettemmo in viaggio alla volta del monte Hekla.

Il viaggio proseguì senza intoppi per tutto il giorno ma, quando fummo prossimi a raggiungere la nostra destinazione, il nostro mezzo di locomozione iniziò inspiegabilmente a non rispondere ai comandi. Solo per miracolo Sheldon ed io riuscimmo a evitare di franare giù da un precipizio, abbandonando appena in tempo il nostro autoveicolo che nel giro di pochi secondi scomparve alla nostra vista nei crepacci abissali dell'altopiano vulcanico. Inutile dire che tutto il nostro materiale di rilevazione e la radio erano finiti nel baratro. Improvvisamente ci trovavamo appiedati in un luogo inospitale come pochi, con la sera che stava scendendo minacciosa e con essa, naturalmente, anche la temperatura. Eravamo impossibilitati a chiamare i soccorsi e le probabilità di incontrare un'anima viva a quell'ora a quelle altitudini erano praticamente prossime allo zero, per cui cercammo un posto dove poterci rifugiare per la notte, sperando che il giorno seguente mio padre, non avendo più notizie di noi da diverse ore, allertasse i soccorsi.

Camminammo per un tempo indefinito alla ricerca di una grotta ospitale in cui poter riposare fino a che i soccorsi non fossero arrivati, e fu proprio durante questa scarpinata che Jack, ormai allo stremo delle forze e rimasto pure ferito ad una gamba nel momento di abbandonare in corsa l'abitacolo destinato agli abissi glaciali, improvvisamente disparve alla mia vista. Al ritorno in Scozia dissi a mio padre che egli aveva fatalmente messo un piede in fallo e che la gamba ferita non gli permise alcun appiglio, destinandolo a cadere inerte in un crepaccio. Certo la stanchezza e l'angoscia per la situazione in cui mi trovavo calato potrebbero aver giocato strani scherzi alla mia psiche già provata dalle esperienze dei giorni precedenti, ma c'è qualcosa che non ho mai rivelato ai miei genitori in merito all'accaduto.

Forse lo feci per proteggere l'equilibrio mentale del mio caro padre adottivo, il quale in quella notte maledetta perse uno dei suoi uomini più fidati e parte importante della sua costosissima attrezzatura; forse, più egoisticamente, decisi di non parlare per non infondere ai miei cari genitori il dubbio che l'esperienza occorsaci quella notte sulle pendici del vulcano avesse segnato indelebilmente la mia psiche.

Non volevo apparire come un visionario né tantomeno come un codardo ma la verità fu che, nel momento in cui vidi con la coda dell'occhio Jack Sheldon scomparire dal mio campo visivo, egli non si trovava affatto nei pressi di qualsivoglia crepaccio, bensì in una vasta zona più o meno pianeggiante, ragion per cui sarebbe assurdo pensare che il povero sventurato fosse precipitato di colpo in un crepaccio, per di più senza emettere il minimo grido. Egli infatti—mi si perdoni l'assurdità di quanto sto dicendo—sembrò piuttosto svanire sul posto, anche se devo ammettere che questa improvvisa scomparsa mi era sembrata in qualche modo causata da una forza tellurica proveniente dal mondo sotterraneo, la quale—non mi si chieda come—mi aveva dato lasinistra impressione di aver trascinato giù Jack Sheldon con sé, facendolo scomparire alla mia vista come un ologramma.

Vi prego ancora una volta di sospendere il giudizio e di non considerarmi come un folle visionario: solo così potrete prendere sul serio le mie raccomandazioni riguardo alla mia sepoltura! Il tempo stringe, e molto—se il buon Dio vuole—ho ancora da svelarvi!

Non mi considerate un codardo per aver abbandonato l'infausto Jack al suo destino! È vero, io da un momento all'altro lo vidi scomparire nel nulla come un miraggio in situazioni alquanto bizzarre e certo avrei potuto—se non dovuto—fare quanto mi posse possibile per ritrovarlo. Ma quando tornai sui miei passi alla sua ricerca vidi chiaramente che non vi era alcun crepaccio nel punto in cui egli scomparve! Nessuna buca o tana di animale, ma solo ungrottesco cerchio di pietre vulcaniche, disposte certamente da un qualche tipo di intelligenza dimenticata da chissà quanti secoli. Ancora una volta, i deliri dei giorni precedenti mi giunsero all'attenzione, e così pure, nel giro di pochi istanti, i racconti dell'antropologo inglese di qualche sera prima, alla locanda dei Verdi Antenati. Ricordai le sue parole riguardo agli infami riti che le popolazioni autoctone compivano secoli prima, se non addirittura millenni, sulle pendici di quel vulcano maledetto, che il folklore locale voleva essere il cancello degli Inferi!

Non mi si consideri un vigliacco se quando, avvicinandomi ulteriormente al complesso ancestrale di pietre, mi accorsi che queste ultime erano interamente coperte di muschio, come se i tentacoli del mondo vegetale le avessero ormai inglobate nel suo utero ctonio. Ma quando vidi che le enigmatiche pietre presentavano anche curiose sfumature di rosso e chiazze vermiglie che, illuminate dal chiarore lunare, sembravano come ridestarsi a nuova vita, come se stessero bruciando e fondendo il muschio e la roccia stessa, e tuttavia mantenendo sempre la stessa forma e grandezza, nulla mi trattenne dal fuggire a gambe levate da quello spettacolo ingiurioso!

CONTINUA...

Illustrazione di Andrea Cancellieri