Per salvare Internet non serve nostalgia, ma un ideale

Per Katherine Maher, executive director di Wikimedia, Internet non è mai stata meglio di così — ma va comunque salvata.

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04 maggio 2018, 9:53am

Immagine: Motherboard

Il web che frequentiamo ogni volta che ci connettiamo è diverso da quello di 29 anni fa e molti dei suoi principi fondativi sembrano essere stati traditi, se si guarda al modo in cui accediamo ai contenuti, li creiamo, ci interagiamo e a come ci vengono forniti.

Per Katherine Maher — executive director della Wikimedia Foundation, intervenuta per la sua keynote alla conferenza re:publica di Berlino — se vogliamo che Internet sia davvero il medium che consente il nostro discorso attorno alla libera conoscenza, occorre pretendere una Internet che torni a essere pensata per le persone e non per i mercati.

Katherine Maher durante il talk a re:publica. Immagine: Jan Michalko/re:publica

Maher ha parlato difree knowledge come elemento eminentemente radicale e costitutivo di una Internet dove siano gli utenti a essere al centro della sua infrastruttura e i primi destinatari degli immensi benefici che la digitalizzazione ha portato con sé. La conoscenza libera cui Internet può davvero dare accesso e ospitare è per Maher qualcosa di intrinsecamente radicale perché mette in discussione le strutture di potere e della società e il potere di chi controlla l’accesso a essa. E per questo motivo, la battaglia per la preservazione di quell’idea di Internet non può che essere una battaglia politica per salvaguardare il nostro diritto ad avervi accesso.

E “idea” è la parola cruciale della chiamata alle armi che la executive director della Wikimedia Foundation ha lanciato a Berlino. “Non credo nella nostalgia di Internet”, ha detto a questo proposito la Maher, “perché non penso ci siano stati tempi migliori su Internet.”

La pretesa di una Internet che assomigli di più a un connettore equo, libero, aperto e diverso non può essere una pretesa passatista basata sull’assunto che la rete fosse semplicemente meglio prima e che sia peggiorata progressivamente. Per Katherine Maher, la battaglia deve essere sull’ideale e sui principi. La Internet degli albori, infatti, non era necessariamente più eguale di quella di ora semplicemente perché in pochissimi vi avevano accesso e ancora meno persone erano in possesso degli strumenti necessari ad accedervi: in quella Internet, in sostanza, in pochissimi potevano avere una residenza culturale.

“Non credo nella nostalgia di Internet perché non penso ci siano stati tempi migliori su Internet.”

“Però”, ha spiegato Maher, “dobbiamo salvare quella idea”: l’idea di una rete de-centralizzata e accessibile in modo neutrale e che offra servizi altrettanto neutrali, che possa rispettare la privacy di chi la abita e garantire una connessione che sia davvero eguale e globale. “Questa non è una visione nostalgica”, ha spiegato Maher, “ma è una visione in cui la libera conoscenza trova una direzione per il futuro”. E la lotta per quella visione comincia ora.

Maher ha citato due dati per spiegare perché il 2018 sia un anno cruciale per l’evoluzione di Internet: secondo quanto dichiarato dalla Web Foundation, infatti, quest’anno per la prima volta più della metà della popolazione mondiale sarà connessa.

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Il processo di reale connessione del pianeta, ha ricordato Maher citando proprio Tim Berners-Lee, sta però andando troppo lentamente e non sarà compiuto prima del 2042. E, inoltre, il web ha parecchi problemi in questa sua fase evolutiva: si sta ritirando sempre di più in giardini chiusi e controllati da pochi shareholder sempre più potenti, è dominato dai data broker che stanno espandendo la lora area di influenza sempre più anche sulla politica, come ha dato modo di far notare il caso Cambridge Analytica ed è fondato su modelli di business pubblicitari problematici che hanno generato un sistema economico basato sulla massimizzazione dei click e dei like “che gira come un criceto su una ruota.”

Secondo Maher, questo è stato causato dalla necessità delle piattaforme della Silicon Valley di perseguire la scalabilità con ogni loro servizio e di espandere questa necessità, in forma di raccolta dati, a qualsiasi aspetto delle nostre vite, “dai servizi biometrici alla difesa nazionale, fino al punto in cui ora hanno più dati di molti ministeri”.

Per spiegare gli aspetti problematici di questo assetto della rete, Maher ha citato la recente decisione di Facebook di consentire agli utenti di fare opt-out dalla raccolta dei dati dalla loro cronologia di navigazione avvenuta al di fuori di Facebook, dati raccolti tramite i plug-in realizzati dall’azienda di Mark Zuckerberg. Con “Clear History”, gli utenti potranno rimuovere queste informazioni, chiedendo a Facebook di non raccoglierle più. E questo vale anche per chi non ha un account su Facebook: “per fare opt-out da Facebook, devi essere su Facebook”, ha ironizzato Maher.

All’origine di questa condizione c’è il fatto che i prodotti lanciati dalle grandi piattaforme hanno come sostegno dei business model che si basano sulla massimizzazione delle revenue per-utente e le decisioni di product design che stanno alla base della loro realizzazione sono disegnate per perseguire la scalabilità e sono considerate funzionali sulla base della mole di dati che sono in grado di generare e “il loro outcome è pensato per gli investitori, non per gli utenti”, ha spiegato Maher.

La lotta per la libera conoscenza su Internet è una lotta perché Internet non vada interamente nella direzione della capitalizzazione di mercato e possa continuare a essere “l’arena per il consenso e la resistenza”, ha detto Maher citando le parole del sociologo fondatore dei cultural studies Stuart Hall. Quella battaglia deve avere come obiettivo il ritorno in prima linea dei valori della società nella discussione su Internet, ha ammonito Katherine Maher. E quella battaglia è radicale e politica per definizione. E richiede a tutti noi di essere radicali.

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