L’ultima stagione di ‘Silicon Valley’ fa più paura di ‘Black Mirror’

Lanci di ICO, robot abusati e internet peer 2 peer: il sogno di 'Silicon Valley' mette più inquietudine che speranza.

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21 maggio 2018, 1:23pm

Immagine: HBO

Chi di noi non si è trovato in difficoltà quando, ormai diversi anni fa, The Big Bang Theory ha inaugurato una nuova stagione di cresta dell’onda per tutte quelle cosette da nerdino X che tanto amiamo? Delusione, rabbia, frustrazione: sapete di cosa sto parlando. Le cose sono migliorate quando qualche altro fenomeno pop ha preso piede in maniera un po’ meno imperialista. Rick & Morty: tanto nessuno ci ha mai capito un cazzo di Rick & Morty, quindi per qualche anno ha contribuito a seppellire un’ascia di guerra che soltanto noi nerdini x supponenti volevamo sollevare.

Il Ragnarok si è concluso quando il 6 aprile del 2014 è andato in onda su HBO il primo episodio di Silicon Valley, una comedy americana in cui un gruppo di maschi bianchi meno uno cercano di lanciare dal nulla una startup nel bel mezzo della Silicon Valley. La settimana scorsa è andato in onda l’ultimo episodio della quinta stagione della serie, e da qui in poi c’è un caricone di spoiler per spiegare perché Silicon Valley fa più paura di Black Mirror quindi se non l’avete ancora vista lasciate stare — Oppure guardatela al volo, perché tanto le puntate durano appena mezz’ora.

SPOILER

Prima di tutto, un breve riassunto delle puntate precedenti: Richard Hendricks è un programmatore prodigio che di punto in bianco molla il suo 9 to 5 a Hooli — un titano software/hardware della Silicon Valley che scimmiotta i topos tipici di Microsoft e Google — per lanciare Pied Piper, una startup che sta sviluppando un software di compressione ovviamente rivoluzionario e disruptive.

Avanti veloce e grazie ad alcune epifanie narrative Pied Piper si trasforma nel sogno di una rete internet decentralizzata: milioni di smartphone in tutto il mondo che, grazie all’algoritmo di compressione con cui tutto è cominciato, possono diventare nodi critici di una rete internet peer 2 peer priva di un potere centrale. Tutti sono utili e nessuno è indispensabile.

Dalla sua prima stagione Silicon Valley è sempre stata una serie TV in grado di integrare nel mondo dell’intrattenimento tematiche e complessità realmente appartenenti al mondo della tecnologia e dell’informatica: dalle querelle sul diritto d’autore fino alle assurde capovolte dei termini di servizio che snodano la storia di Pied Piper, l’impressione è sempre stata quella di trovarsi davanti ad un lavoro di scrittura che ben riusciva ad inquadrare un momento storico allo stesso tempo preciso e diluito.

Questa premessa sembra però essere cambiata con l’ultima stagione della serie: a differenza di tutte le altre, la quinta stagione di Silicon Valley suona reale e puntuale e nel processo di fissaggio temporale dei temi trattati risulta, infine, leggermente indietro coi tempi rispetto ai più generici standard a cui la serie ci aveva abituato.

Dalle difficoltà di gestione personale evidenziate nei primi episodi, in cui si ammicca alle startup (sempre più piccole) che faticano a gestire team troppo grandi, passando per (finalmente) un riconoscimento concreto dell’entrata nei mercati globali di player orientali, come succede con la copia carbone di Pied Piper che viene lanciata da Jian-Yang che riesce non solo a dare credito all’ascesa di Tencent ma calca la mano anche sulla crescente problematica del furto brevetti, gli autori di Silicon Valley palesano il fatto di aver esaurito i bigliettini nel loro cappello “tech topic generic 2k” e di aver cominciato a rivolgersi al feed RSS di The Verge per recuperare nuove idee.

La quinta stagione non lo nasconde: il sogno di una rete internet decentralizzata, la gestione di un’intelligenza artificiale robotica che sabota il proprio sistema per segnalare degli abusi provenienti da un umano, il collasso iniziale della criptovaluta lanciata da Pied Piper per decentralizzare l’azienda a sua volta e smettere di dipendere dagli investimenti esterni fino alla lotta senza quartiere — L’ultima stagione di Silicon Valley più che farmi ridere mi ha fatto paura: ha messo nero su bianco un ritratto del 2018 nel mondo della tecnologia senza nascondere tutte le esagerazioni del caso.

Nella sua ridente normalità, la realtà dipinta da Silicon Valley risulta più inquietante di quella di un Black Mirror qualsiasi: una distopia ipertecnologica dove il polso della situazione viene definito dal contesto e dai luoghi, con numeri e volumi di utenti strabilianti provenienti da tutto il mondo gestiti da una singola macchia di terra negli Stati Uniti e flussi di denaro incontrollati che finiscono, spesso, per colare inevitabilmente a picco assieme ai progetti che stavano finanziando.

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Il finale di stagione, d’altronde, calca ancora più la mano su questa inquietudine. PiperNet, la rete decentralizzata di Pied Piper, ottiene finalmente il successo sperato e l’unica ovvia conseguenza è l’allargamento dell’azienda e l’acquisizione di nuovo personale.

Davanti alle porte dei nuovi (vuoti) uffici di Pied Piper, si consuma uno scambio che suona piuttosto inevitabile: “Stiamo firmando con nuovi sviluppatori ogni giorno, e avremo bisogno di migliaia di programmatori e di uno staff per supportarli — Personale legale, fiscale, risorse umane, affari governativi / Perché abbiamo bisogno di personale per gli affari governativi? / Per cose tipo l’NSA: ha chiamato ieri, avevano parecchio domande sulla nostra tecnologia, e sulla possibilità di inserirci una backdoor.”

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