Cultura

Hugo Gernsback, l'uomo che ci ha fatto innamorare del futuro

Fu grande esperto di radio e pioniere della televisione, imprenditore e inventore, nonché fondatore di decine di magazine e (soprattutto) della fantascienza moderna.

Angelo Paura

Elon Musk ha fondato SpaceX con un solo obiettivo: portare l'uomo su Marte. L'annuncio di fine di settembre è sembrato un primo, seppur ancora timido, traguardo. Entro il 2025, ha assicurato Musk, i primi cento uomini andranno sul pianeta e il resto lo lascia sognare in un video in cui, negli ultimi secondi, si vede un'immagine di Marte terraformato, con atmosfera, mari, alberi e nubi.

Moon Express invece sarà il primo gruppo privato a mandare una sonda sulla Luna: con un progetto finanziato da Google, la startup porterà la sua navetta sul satellite nel 2017. Non succedeva dal 1972, quando la Nasa lanciò Apollo 17, l'ultimo del programma spaziale americano a fare touchdown. Ma il vero obiettivo di Moon Express è quello di aprire un mercato che potrebbe avere un valore di migliaia di miliardi: quello delle estrazioni minerarie sul satellite.

Nel 2016 entrambe le notizie sembrano assolutamente reali e plausibili, mentre cento anni fa erano solo possibilità fantascientifiche. In comune hanno lo stesso padre: Hugo Gernsback, che all'inizio del '900 cercò di portare con gran fatica i due temi dal regno della fantasia a quello del dibattito scientifico.

Mi trovo a parlare di Gernsback con un antiquario del Mississippi, che incontro in una fiera di libri d'arte a Long Island City, New York. Sto cercando di comprare un'illustrazione di una delle invenzioni di Hugo. L'antiquario mi fissa per un attimo, poi si gira verso una vetrina con decine di fogli di carta impilati e conservati all'interno di cartellette di plastica. Estrae un paio di magazine, me li mostra. Il primo è un numero di Radio News, il secondo di Amazing Stories, li vende per 25 dollari l'uno. "Sono robe di Gernsback, no?", mi dice.

Spiego al tipo che in realtà non cerco uno di quei magazine, ma una stampa, magari di Frank R. Paul, che ha disegnato tantissimo per Hugo. "Ha presente quel casco gigante per studiare in silenzio? O quelle illustrazioni di città del futuro con oggetti che volano?", gli dico. "Di Gernsback ho solo queste due cose", mi risponde prendendo il suo biglietto da visita da un tavolo e consigliandomi di contattarlo tra qualche mese, perché magari riesce a trovare qualcosa.

La vita di Hugo Gernsback è così assurda che meriterebbe un film, magari diretto da Wes Anderson nello stesso modo di Grand Budapest Hotel, solo con un ritmo più lento, forse come un western di Sergio Leone. Di certo deve essere ambientato a New York, dove a 20 anni si è trasferito dal Lussemburgo e dove è morto, il 19 agosto del 1967, quasi cinquant'anni fa.

Nella metropoli americana ha fondato aziende e magazine, progettato oggetti bizzarri, scritto romanzi e racconti, ma soprattutto ha scoperto e sottopagato scrittori: proprio per questo motivo H. P. Lovecraft e Clark Ashton Smith lo chiamavano Hugo the rat, il ratto, il topo di fogna, perché non saldava mai i suoi debiti e se lo faceva, le somme erano bassissime. Ma nonostante questa lista quasi infinita di imprese e invenzioni, Gernsback oggi non è ricordato quasi da nessuno, e chi se lo ricorda elenca questi due motivi: è la persona che ha creato la fantascienza moderna; al suo nome è associato un premio, Hugo Award, che ogni anno dal 1955 riconosce il migliore scrittore di sci-fi.

Ha scoperto e sottopagato scrittori: proprio per questo motivo H. P. Lovecraft e Clark Ashton Smith lo chiamavano 'Hugo the rat', il ratto, il topo di fogna.

Mi sono chiesto perché tutto è finito in questo modo. Gernsback arriva negli Stati Uniti nel 1904 per inseguire il sogno del West, scoperto attraverso una serie di album a fumetti molto popolari tra la borghesia tedesca di fine ottocento: è figlio di un grossista di vini del Lussemburgo che gli ha permesso di studiare ingegneria in Francia e poi in Germania con risultati sorprendenti. A Hugo non piace l'Europa così a 19 anni con 100 dollari in contanti si imbarca con un biglietto di prima classe sul transatlantico SS Pennsylvania della Hamburg American. Arriva a Hoboken, in New Jersey, ma si trasferisce a New York dove perde subito l'attrazione per l'Ovest selvaggio e decide di non muoversi più da Manhattan.

Sei anni dopo, nel 1910, possiede una fabbrica su Fulton Street, a pochi isolati da Wall Street, che produce il primo kit per radioamatori in America. Ha 60 dipendenti e può permettersi i lussi più raffinati dei borghesi della città, tra i quali andare a cena da Delmonico e frequentare i migliori teatri. Non si ferma. Nel 1925 fonda una stazione radio, la WRNY, che usa per promuovere i suoi magazine di aggeggi elettronici e i suoi giornali di fantascienza. Nel frattempo, affronta fallimenti e liquidazioni, e fonda oltre 50 magazine. Quest'ultima idea nasce dall'esigenza di pubblicizzare i suoi prodotti attraverso il veicolo più usato in quegli anni: i giornali. La vera svolta, però, arriva nel 1926 quando decide di pubblicare Amazing Stories, cambiando per sempre la grammatica della fantascienza.

Hugo capisce che sta facendo qualcosa di grande, sta creando per la prima volta una comunità intorno a un genere letterario. Ma c'è di più: nel volume The Perversity of Things, in uscita a novembre, Grant Wythoff sostiene che oltre a tutto questo Gernsback è stato il primo a studiare e cercare di comprendere il funzionamento dei media, almeno 50 anni prima di qualsiasi studio accademico sulla materia. Il libro raccoglie decine di scritti di Hugo mai pubblicati o fuori stampa che parlano di televisione, di radio e comunicazioni a distanza, di tecnologia e guerra e ancora di possibili sviluppi dei media nel futuro. Anche Wythoff insiste sul fatto che nonostante tutto, la storia ha dimenticato Hugo, lasciando emergere solo i tratti più negativi o bizzarri della sua vicenda.

I tele-eye-glasses di Hugo Gernsback. via Scoopnest

Tra questi c'è sicuramente la capacità di rendere estremo ogni interesse nei suoi confronti. Proprio su quest'ultimo aspetto ci sono decine di esempi. Si narra che durante un convegno negli anni '40 sia scoppiata una rissa tra le due tifoserie. Da una parte c'è chi grida che Gernsback è un genio, dall'altra chi sostiene sia un cialtrone, il prototipo dell'imbonitore televisivo. Qualcuno finisce all'ospedale, l'incontro viene sospeso.

Negli anni '50 cerca di avvicinare Isaac Asimov (un amico con il quale condivideva la passione per Marte) per fondare un nuovo magazine, l'ennesimo. Ma lo scrittore, dopo aver collaborato con lui per anni, rifiuta. Nel 1958 cerca di pubblicare il suo terzo romanzo, ma non trova nessun editore disposto a spendere denaro per stamparlo. Così Hugo dopo aver frequentato i più grandi intellettuali dell'epoca, i più importanti scienziati e inventori si ritrova abbandonato.

C'è un solo articolo che cerca di ridare spazio al mito. Appare in un numero di Life nel 1963, quattro anni prima della sua morte, ed è un lungo ritratto scritto da Paul O'Neil con illustrazioni e foto bellissime. Si intitola Barnum of the Space Age. C'è il suo primo piano con il monocolo sull'occhio destro e anche l'immagine in cui indossa i teleyeglasses, un archetipo dei visori per la realtà virtuale e dei Google Glass che aveva pensato nel 1936, ma che era riuscito a sviluppare solo negli anni '60.

Alla fine Gernsback deve essere ricordato solo per un motivo: "Ci ha fatto innamorare del futuro".

La foto di Life mostra Hugo che indossa gli occhiali per la tv e al suo fianco spunta il volto di Nikola Tesla, che in realtà è la maschera di morte voluta da Gernsback per ricordare l'amico, con cui aveva avuto lunghe discussioni sulle onde radio (Tesla morì nel 1943 nella stanza del New Yorker Hotel nella quale viveva da dieci anni). A differenza di Tesla Hugo ha scelto di lavorare nel luogo di confine tra la scienza e la fantasia e di passare la maggior parte del suo tempo a fare previsioni, a volte azzeccate - tra questi ci sono i veicoli autonomi, l'aria condizionata, i visori per la realtà virtuale–a volte del tutto esagerate, come quando nel 1927 ha sostenuto che 20 anni dopo si sarebbe sviluppata l'industria aeronautica privata: ogni famiglia avrebbe avuto il proprio aereo e le città si sarebbero svuotate.

L'articolo di Life ricorda anche l'altissimo numero di nemici di Hugo. Tra questi c'è Brian W. Aldiss che nel 1973 definisce Ralph 124C 41+, il primo romanzo di Gernsback, come "uno dei peggiori disastri mai capitati alla fantascienza—Ha creato un precedente pericoloso che altri editor del settore hanno seguito." Ray Bradbury la pensava diversamente. Mi immagino l'autore di Fahrenheit 451 come lo ha descritto Oriana Fallaci–un uomo goffo, molto alto e alle prese con una famiglia agitatissima–mentre si alza e si allontana dalla scrivania, esce nel giardino della sua villa sui colli di Los Angeles e guardando la città dice che alla fine Gernsback deve essere ricordato solo per un motivo: "Ci ha fatto innamorare del futuro". Come i profeti o gli oracoli.

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