Immagine: Francesca Woodman

La cultura dello stupro non è quello che pensate

Dall'attivismo femminista negli anni Settanta fino ai recenti fatti Colonia, di cosa si parla quando si parla di 'cultura dello stupro'?

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20 gennaio 2016, 11:49pm

Immagine: Francesca Woodman

Nel marasma di informazioni che riceviamo quotidianamente, un termine che ultimamente si sta ripetendo spesso tra stampa e opinione pubblica è quello della "cultura dello stupro". Il problema è che, come succede per molti lemmi presi in prestito dalla letteratura di settore e trasportati in quella divulgativa generalista, non è chiaro a tutti cosa si intenda con questa perifrasi e il suo utilizzo finisce per generare dibattiti estenuanti, privi della minima cognizione di causa.

Che senso ha parlare di pere e mele, se non si è d'accordo sul macro-contesto di frutta? Nessuno, ovviamente. Eppure, non si può neanche pretendere che certi argomenti restino in una scatolina asettica in balia solo dei più criptici teorici: vanno date in pasto a tutti, nella speranza che suscitino per lo meno un promettente "ma che vuol dire?"

Che cosa si intende allora per cultura dello stupro? Da dove arriva questo termine e come si applica al mondo in cui viviamo oggi? Qual è il filo che lega Ovidio, Robin Thicke e i fatti di Colonia?

Kate Millett, 1968 screenshot via

"Il patriarcato fa leva su una forma di violenza di specifica natura sessuale e che prende forma completamente nel'atto dello stupro. [...] Nello stupro, le emozioni di aggressione, odio, disprezzo e il desiderio di spezzare o violare la personalità, assumono una forma appropriata alle politiche sessuali."

Il concetto di "rape culture"—o, appunto, cultura dello stupro—viene coniato all'interno della letteratura femminista degli anni Settanta, corrente di pensiero che sposta l'analisi delle disparità sociali di genere sul piano specifico della sessualità e della sua interpretazione politica. Nel 1970, Kate Millett scrive il testo "Sexual Politics," come critica al patriarcato nella società e nella letteratura occidentale. In altre parole, introduce l'idea di una cultura patriarcale, che esercita il proprio dominio politico tramite una repressione della sessualità femminile. La cultura dello stupro definisce quindi un tipo di violenza di genere endemica e sistematica, al punto da far parte del tessuto culturale di una determinata società; Un tipo di violenza che non è incidentale, ma politica e normalizzata: dalle società in cui lo stupro non è considerato un reato a quelle in cui, nonostante lo stupro sia riconosciuto come un crimine dalla legge, viene sminuito, condonato e giustificato regolarmente.

Il primo caso—quello che riguarda paesi in cui lo stupro non è riconosciuto come un crimine—non è ciò che ci interessa analizzare in questo momento, banalmente perché non riguarda la cultura in cui viviamo tutti noi; la violenza sessuale, in Italia come in tutti i paesi occidentali, è punita per legge. Il problema, come in molte questioni politiche e legali, è il passaggio alla pratica. Ecco perché è il secondo caso a interessarci, quello più subdolo.

Il concetto di cultura dello stupro, abbiamo detto, è stato formulato all'interno della corrente di pensiero del femminismo di seconda ondata, un momento specifico del femminismo che discute la sessualità femminile su un piano politico, e che mette radicalmente in discussione i ruoli sociali di genere. Vale a dirsi, tutte quelle regole e definizioni strette come corsetti ottocenteschi che ci siamo imposti per chissà quale motivo—non è vero, i motivi sono stati teorizzati ampiamente, ma non mi lancerò in questa digressione ora—e che hanno tenuto separati i "doveri" delle donne da quelli degli uomini per secoli, finché la bolla non si è decisa ad esplodere e siamo arrivati alla rivoluzione dei sessi.

Questo è il macro-contesto che dobbiamo riconoscere per poter parlare delle presenti tematiche in modo sensato: è da circa cento anni che i ruoli di genere tradizionali subiscono una picconata dopo l'altra, cosa che, da un lato, ci sta faticosamente e finalmente portando a una società più equa—pensate alla legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso avvenuta quest'anno in tantissimi paesi, per dirne una—dall'altro comporta tutta una serie di risacche reazionarie secondo cui la rivoluzione dei generi sarebbe alla base di ogni male sociale, e che reiterano discorsi sessisti radicati più profondamente di quanto ci piace pensare.

Queste risacche sono giustificate dal fatto che determinati stereotipi, per quanto possano essere stati criticati, sono tutt'altro che superati. La corrente di pensiero che 40 anni fa ha teorizzato l'esistenza di una cultura dello stupro sostiene che la nostra sia ancora una società in cui il rispetto dovuto a un uomo è direttamente proporzionale alla sua forza e alla sua aggressività sessuale e personale, mentre per le donne è doveroso essere remissive, sia sessualmente che socialmente. Volendo essere molto pratici, l'esempio più immediato è quello delle riviste che sbrodolano consigli su come essere un vero uomo, un uomo migliore—dove "migliore" fa riferimento a un mix di prestanza fisica, rigore caratteriale e benessere economico—su come conquistare un uomo senza "spaventarlo" o su cosa intenda davvero una donna quando dice "no".

If a lady says

"Se una donna dice 'no', intende 'forse'; se dice 'forse' intende 'sì'; e se dice 'sì', non è una donna." L'ansia. via

L'interpretazione del "no" di una donna sembra essere talmente difficile per certe persone, che qualcuno ha pensato fosse meglio risolvere il problema con una app. Per determinare il consenso di una persona ci affidiamo più volentieri a un mentore meccanizzato, che all'opinione di chi si trova effettivamente lì con noi. In altre parole, pur di evitare il dialogo e l'empatia tra esseri umani, arriviamo a delegare la questione alla burocrazia.

Ancora, pensate al giudizio comune associato a una ragazza che vive la propria sessualità in modo esplicito e disinibito—è promiscua, non tiene a se stessa, lo fa per guadagnarci qualcosa, nessun uomo la prenderà mai sul serio. La pretesa di un'interpretazione della sessualità femminile altra da "sono emeriti cavoli suoi" è propria di una cultura che considera ancora il corpo di una donna come proprietà altrui, il cui valore è inversamente proporzionale al "consumo" che si fa di esso.

Se pensate che il mio discorso non sia al passo coi tempi, che le cose siano diverse ora, che le donne occidentali siano ormai completamente emancipate, vi ricordo che il succo dell'educazione sessuale che ho ricevuto nelle laicissime scuole che ho frequentato era sempre lo stesso—tienitela stretta, meglio se fino al matrimonio—e che proprio nell'ultimo anno, il tentativo di portare nelle scuole un'educazione sessuale progressista è stato accolto molto duramente non solo dalle famiglie cattoliche più rigorose e dalle fazioni politiche di estrema destra, ma anche da docenti di scuole pubbliche.

South Park, come sempre, centra il punto in pieno.

Per fare un esempio più "istituzionale", prendiamo le affermazioni dell'ex ministro Giovanardi fatte un paio di anni fa, in riferimento alla violenza di gruppo su una minorenne, avvenuta a Modena: il suo discorso verteva sul fatto che non possiamo indignarci per una violenza del genere se lasciamo che il sesso per i giovani sia "semplice divertimento" e non un atto limitato a contesti di "amore e rispetto". Il fatto che Giovanardi contrapponga il divertimento al rispetto è il vero problema di questa dichiarazione, come se la presenza di uno significasse l'assenza dell'altro, come se il piacere nel sesso fosse possibile solo in presenza di un sentimento d'amore beato quanto raro—da qui la necessità di confinare l'atto carnale a tali situazioni. La violenza è generata sì da una mancanza di rispetto, ma la faccenda non ha nulla a che vedere con una visione del sesso più aperta e priva di moralismi. Ha a che vedere con un'idea del corpo altrui come di qualcosa di cui è legittimo appropriarsi. Tutto un altro paio di maniche.

Sempre in Italia, nonostante la violenza sessuale sia punita come delitto contro la libertà personale, la sfiducia nelle istituzioni porta la maggioranza delle vittime a non denunciare i colpevoli. Nel 2003, la sentenza di un caso di stupro su una minore decretò che, poiché la vittima aveva già avuto rapporti prima dell'abuso, questo costituisse un trauma meno grave, perché i danni ricevuti sono "più lievi" se si è già attivi sessualmente.

Uno dei temi ricorrenti negli studi sulla cultura dello stupro riguarda l'attribuzione di una responsabilità totale o parziale alla vittima stessa di un abuso (altrimenti detto, victim blaming): le polemiche che scaturiscono ogni volta sui vestiti indossati da una persona che ha subito una violenza sono un esempio ridondante della cosa. "Se l'è andata a cercare," è il ritornello che compare un po' ovunque, come se, per evitare uno stupro, esistesse una formula matematica che qualche poveretta non ha ancora studiato. Allo stesso modo, anche il fatto di avere una vita sessuale attiva diventa una colpa e, contemporaneamente, un'attenuante per l'aggressore. Si legittima insomma un discorso implicito secondo cui, di nuovo, il sesso svilisce una donna, mentre l'integrità fisica diventa troppo spesso sinonimo di integrità morale.

L'idea di una violenza sessuale legittima, d'altronde, fa effettivamente parte delle radici della nostra cultura da sempre. Nell'Ars Amatoria, Ovidio spiega come le ragazze amino essere forzate al rapporto, perché la cosa fa parte dei meccanismi di seduzione. Un concetto su cui ancora sbattiamo la testa, grazie agli illuminati consigli forniti dalle riviste che ripropongono allo sfinimento il paradigma gatto-topo come unica dinamica seduttiva possibile.

Il sessismo—legato ovviamente a doppio filo con questa teoria—costella svariati aspetti della cultura pop in cui siamo immersi.

Tornando su un piano più internazionale, negli ultimi anni sono stati associati alla rape culture diversi casi, in cui comportamenti sessuali aggressivi o l'uso di termini sessisti sono apparsi all'interno di istituzioni—politiche o culturali—che dovrebbero condannarli.

L'avvocato di Donald Trump—candidato repubblicano alle prossime elezioni presidenziali—ha dichiarato, in seguito alle accuse di violenza formulate dalla ex-moglie di Trump, che all'interno di un matrimonio lo stupro non possa esistere. Questo assunto ha le sue radici nel concetto—proprio della cultura occidentale—di dovere coniugale, per cui il sesso è un diritto che una persona ha facoltà di esercitare sul proprio coniuge. Lo stupro maritale è diventato illegale negli Stati Uniti a partire dalla metà degli anni Settanta, ma non in tutti gli stati prima del 1993: la definizione di sesso come diritto assoluto all'interno di una coppia legata per via istituzionale, relega un corpo allo stato di bene materiale di cui fruire, in quanto merce "acquistata."

Questa visione del corpo (soprattutto di quello femminile) come soggetto a una proprietà altrui è ribadito anche dalle congreghe pro-vita: il diritto all'aborto è ancora un argomento molto discusso e in alcuni casi non ancora riconosciuto, tanto che un legislatore degli Stati Uniti nel 1990 è arrivato a dire, "se le donne hanno il diritto di abortire, perché gli uomini non dovrebbero poter imporsi su di loro con la forza? Almeno la ricerca di libertà sessuale di uno stupratore non porta (nella maggior parte dei casi) alla morte di nessuno."

Per quanto a simili affermazioni possano seguire scandali nell'opinione pubblica e scuse ufficiali, offrono uno scorcio esplicativo su una forma mentis che è tutt'altro che estirpata e che dà, forse, il diritto di parlare di una effettiva cultura dello stupro.

via GQ Italia

Il sessismo—legato ovviamente a doppio filo con questa teoria—costella svariati aspetti della cultura pop in cui siamo immersi. Dalla musica italiana, al cinema passando per la letteratura e le serie televisive: opere dal grande successo internazionale come Twilight e 50 Shades of Grey reiterano il mito della vergine pura—e quindi degna—e di una violenza impari sul piano della sessualità che è necessaria al mantenimento di una relazione. Il fatto che questi casi siano normali agli occhi di un pubblico di massa, il fatto che percepiamo una forma di violenza sessuale in modo romantico o semplicemente accettabile rientrano nella definizione stessa di rape culture.

Blurred Lines di Robin Thicke, fino a qualche anno fa in rotazione nelle radio, ha scatenato un polverone considerevole sia per il contenuto del video della canzone—in cui modelle completamente nude sono assoggettate a uomini completamente vestiti—sia per il testo, il cui titolo di per sé è un rimando palese a quella difficoltà di cui parlavamo prima, per cui sembra che per gente come Thicke sia impossibile comprendere le dinamiche basilari del consenso sessuale (NO=NO). Il testo prosegue rinforzando l'idea che il sesso sia qualcosa con cui si addomestica una donna (che è un animale), qualcosa che lei non sa di volere finché non le viene somministrato, qualcosa che fa anche un male cane. Una sfilza di concetti progressisti, insomma. Thicke è stato accusato di promuovere una visione malsana e giustificatoria, mentre alcuni suoi difensori sostenevano che il video fosse effettivamente liberatorio per la figura femminile.

Il punto da chiarire qui è che una donna nuda, di per sé, non è né liberatoria né oggettificata. Ciò che determina la differenza tra un caso e l'altro è il discorso intorno al suo corpo. Ci sono video che esaltano pienamente la sessualità femminile e queer, anche in modo estremamente esplicito. Ci sono video che parlano della sua oggettificazione in modo provocatorio e critico. Ci sono video, come quello di Blurred Lines, che restano problematici nel contesto di una cultura—quella americana—che è ben lungi dal dichiarare la violenza di genere un problema passato. Ecco perché, se ragioniamo secondo il paradigma della cultura dello stupro, questo video non è solo una questione di cattivo gusto.

La cultura dello stupro è stata evocata anche in altre vicende: Elliot Rodger, responsabile del mass-shoting di Isla Vista, prima di commettere il massacro aveva pubblicato un video su YouTube e redatto un manifesto in cui attribuiva la responsabilità della propria miseria alle donne che lo avevano respinto—negandogli l'esperienza sessuale che sarebbe stato suo diritto fare—e in cui dichiarava intenti punitivi nei confronti del genere intero. Sono almeno tre i fattori in questo discorso che è possibile ricondurre al paradigma della rape culture: il primo, è l'idea che il sesso sia un diritto da esigere. Il secondo, che sia una responsabilità femminile risolvere la frustrazione sessuale maschile e diritto di un uomo punirne il mancato assolvimento. Il terzo, che il valore di un uomo nella società sia proporzionale alla sua esperienza sessuale. Una cultura che condona lo stupro come meccanica sociale "naturale"—perché il sesso è visto come un atto di conquista violenta e il corpo dell'altro come un bene di cui si può disporre a piacimento—è anche una cultura che promuove una visione della mascolinità esagerata e stereotipica, tossica, che non accetta l'evoluzione dei ruoli di genere in corso e la cui degenerazione è forse individuabile in esempi come quello di Rodger.



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Ancora, nel 2014 Twitter e il mondo della stampa videoludica sono stati monopolizzati dal #GamerGate, un caso in cui una facciata di plausibilmente sincero interesse per l'eticità nel giornalismo è stata grandemente strumentalizzata da un rancore di matrice sessista, con lo scopo di attaccare le donne (e non solo) coinvolte in modo critico nell'industria dei videogiochi.

Quando nel 2014 sono affiorate in rete centinaia di foto private trafugate dai profili iCloud di alcune celebrità, il discorso dominante per quell'occasione—oltre al parere privo di logica di un mio conoscente, secondo cui "se lo meritano perché sono ricche"—è stato "se non vuoi che qualcuno le trovi, non scattare foto di nudo" che, come al tempo ha sottolineato l'attrice e autrice Lena Dunham, suona terribilmente come "se non vuoi che ti mettano le mani addosso, non indossare una gonna." Il problema è che il discorso della Dunham cerca di evidenziare la pochezza di un argomento paragonandolo a una situazione che dovrebbe essere scontata, ma che non lo è. Così, la critica mossa dalla Dunham, non condivisa da una massa che ha ancora grossi problemi di slut-shaming, cade con un tonfo sordo, rivelandoci anche qualcosa in più: non parliamo tutti la stessa lingua quando si tratta di violenza di genere.

Per parlare di dinamiche socio-culturali in maniera sensata, è necessario arrivare a un accordo comune su termini e strumenti. Ci vuole una auto-consapevolezza culturale, che, per esempio, non si illuda che la violenza sessuale e la violenza di genere siano retaggio soltanto di paesi lontani—la cui teorizzazione come "cultura dello stupro" sia solo furbamente strumentalizzata per fomentare forme di razzismo, come è stato per le vicende di Colonia di questo mese.

Il che non significa accettare una teoria a priori—una delle critiche principali mosse al concetto della rape culture, per esempio, è l'idea che la responsabilità dello stupro sia delegata eccessivamente a un sistema di norme culturali, che rende più difficile una persecuzione giudiziaria specifica. Che è qualcosa su cui vale la pena riflettere.

Non è necessario avere la stessa opinione su qualcosa, ma ammettere l'esistenza di un problema è il primo e più fondamentale passaggio per aprirsi alla sua interpretazione, anziché a disquisizioni sterili un commento sui social dopo l'altro. La nostra cultura è una cultura che giustifica—in modo esplicito o implicito—la violenza sessuale? Che ne nega spesso l'esistenza? Che ne fa ricadere la responsabilità sulle vittime? Quel che è certo è che è possibile individuare un elenco inquietante di esempi in cui sembra proprio che sia così.