5 motivi per cui 'l'Amazon Made in Italy' è un disastro preannunciato

Italia.it, Egomnia, Stonex One, Volunia e anche VeryBello. I precedenti non sono proprio illustri.

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set 14 2018, 9:41am

Immagine: Shutterstock

A prescindere dagli allineamenti politici e dai programmi di governo, è decisamente comprensibile che per un paese chiamato Italia possa essere importante valorizzare ciò che è prodotto, be’, in Italia.

Probabilmente è per questo motivo che questa settimana Luigi Di Maio se ne è uscito con una nuova dichiarazione a effetto, auspicando la creazione di un “Amazon del Made in Italy.” “È di vitale importanza per lo sviluppo economico del nostro Paese investire in innovazione e tecnologia,” ha spiegato il ministro durante la VII riunione della Cabina di Regia per l'Italia internazionale, “È tempo che l’Italia disponga di un portale di e-commerce multilingua, una sorta di Amazon del Made in Italy, che faciliti la vendita dei prodotti italiani e combatta, allo stesso tempo, la contraffazione.”

Probabilmente Di Maio ha detto questo perché vorrebbe una infrastruttura in grado di creare ricchezza in Italia e non appoggiandosi a strutture estere già esistenti. Senza dubbio l’intento è nobile e ed è probabile che il ministro si sia letto il rapporto sull’e-commerce della Casaleggio Associati che recita “Il mercato e-commerce B2C in Italia ha generato un fatturato di 35,1 miliardi di euro nel 2017, crescendo complessivamente dell’11% rispetto al 2016," si legge nel rapporto. "Il fatturato e-commerce registra risultati positivi in tutti settori e la crescita complessiva è in linea con quella dell’anno precedente”, non sorprende, quindi, che Di Maio voglia capitalizzare questa ricchezza con aziende che pagano le tasse in Italia e non verso Amazon e altri gruppi internazionali.

L’idea è assolutamente coerente con la filosofia di un esecutivo che punta a diverse forme di nazionalizzazione, ma forse non si scontra con un bisogno reale, ovvero una infrastruttura che sappia offrire lo stesso servizio della concorrenza e che abbia un numero clienti sufficiente a sostenerne lo sforzo. Nonostante i dati l’Italia resta un paese in cui gli acquisti online sono ancora sotto la media europea e non crescono con sufficiente velocità. Amazon non ha fornito dati ufficiali sulla sua market share italiana, ma se le altre realtà di e-commerce sul territorio faticano a stargli dietro difficilmente un progetto nato ex novo potrebbe farcela.

Anche perché Amazon ha già creato una infrastruttura simile: un luogo dove comprare eccellenze italiane di ogni tipo. Il colosso di Bezos inoltre, nonostante le molte aree grigie sulle condizioni all’interno dei suoi stabilimenti e sui suoi tentativi di monopolizzare il commercio online, dall’anno scorso paga le tasse in Italia e ha patteggiato un versamento di 100 milioni di euro per gli anni in cui non lo faceva.

Tra l’altro, avevamo un esempio virtuoso italiano: Yoox, un ecommerce di successo legato a un prodotto italiano di qualità: la moda. Purtroppo da inizio 2018 è interamente in mano a una società svizzera, la Compagnie financière Richemont. Segno che forse le aziende italiane da sole non riescono a sostenere questo tipo di mercato.

Poi ci sarebbe il fatto che l’innovazione non si impone per decreto, ci arriva con l’esperienza, con una infrastruttura che cresce nel tempo e tendenzialmente lo si fa sfruttando qualcosa che prima non esisteva, non lanciandosi di testa in un mercato saturo. Questo ovviamente non vuol dire che un progetto ben strutturato non possa avere successo. Sul progetto di un eventuale Amazon del Made in Italy per adesso non c’è niente di concreto, solo una dichiarazione politica che si perde nelle molte che ogni giorno escono dal governo. Non possiamo automaticamente pensare che sarà una catastrofe, ma l’esperienza ci insegna che cercare di replicare in Italia dei mercati che già funzionano su scala mondiale non lascia ben sperare. Gli esempi non sono neppure troppo lontani nel tempo.

ITALIA.IT

Il famigerato portale fortemente voluto dal terzo governo Berlusconi che doveva esaltare le possibilità del turismo italiano e che passando di mano in mano è diventato invece una sorta di attrazione a sé stante, un pozzo nero capace di ingurgitare più di quaranta milioni di euro. Avete idea di che sito si può fare con quella cifra? Il problema è che quando c’è di mezzo lo Stato finisce come nei matrimoni: il prezzo sale, senza alcun motivo fondato.

VOLUNIA

Doveva essere il Google italiano, diventò un esempio di come non si dovrebbe presentare un progetto. Lanciato in pompa magna nel febbraio del 2012, il progetto Volunia ottenne da subito una grandissima attenzione da parte della stampa e di tutto il mondo degli startuppari italiani. Tuttavia, bastava uno sguardo per capire che il progetto era destinato a fallire: la grafica sembrava fatta con l’editor di Geocities dei primi anni 2000, le idee erano abbastanza stantie e inapplicabili e soprattutto non si capiva come tutto questo potesse sostenersi economicamente.

Ecco Volunia. Bello, eh?

Il concetto era creare un motore di ricerca che mettesse in contatto persone con interessi simili, cosa che sia Google che Facebook facevano già molto meglio e con milioni di utenti registrati. Il punto più basso era la “navigazione 3D”, una sorta di mappa che ti permetteva di navigare tra i siti come se fossero una città in stile Sim City, idea appetibile quanto il recuperare un PC con Windows 3.1 e cercare di installarci i driver USB.

Poco dopo uno dei suoi ideatori, il ricercatore italiano Massimo Marchiori, annunciò il suo allontanamento dal progetto in una lunga lettera in cui sosteneva che, fondamentalmente, non era colpa sua.

EGOMNIA

Altro fulgido esempio di ambizione Made in Italy totalmente mal riposta: Egomnia è un sito di annunci di lavoro nato nel 2012 che sfrutterebbe una sorta di algoritmo in grado di unire domanda e offerta in maniera particolarmente efficiente. La storia del portale e del suo fondatore, Matteo Achilli, è un esempio della frenesia da cui viene colta la stampa nostrana non appena sente il profumo di una bella storia — Onestamente in questo caso gli elementi c’erano tutti: ragazzo giovane, bocconiano, crede nel suo sogno nonostante tutto e improvvisamente diventa ricco.

Il risultato fu che di punto in bianco un ventenne dotato di una smisurata ambizione e bravo a giocare coi media si vide soprannominare 'Lo Zuckerberg Italiano'.

La BBC arriva a inserirlo addirittura tra i possibili milionari del futuro. Il sito parte, nonostante molte perplessità, Achilli spara cifre enormi che poi vengono smentite dai fatturati e collaborazioni con grandi marchi che però non trovano riscontri. L’anno scorso esce addirittura un film sulla sua storia, The Startup, che è la brutta copia di The Social Network, proprio come lui è la brutta copia di Zuckerberg. Il sito è ancora in piedi, il successo è tutto da verificare.

VERYBELLO

Altro capolavoro dell’internet italiano. Doveva essere il sito con cui promuovere nel mondo ed in particolare sui mercati del turismo gli eventi culturali organizzati durante Expo. Come Italia.it, del quale sembra un duplicato inutile, anche in questo caso il costo di realizzazione è stato esorbitante, si parla di una cifra che si aggira attorno ai 30.000 euro.

Fin dal lancio il progetto ha attirato più prese in giro che click, a partire da un nome che fa venire subito in mente un pizzaiolo baffuto che rotea margherite sulla testa con un commento sonoro di mandolini.

Manca una ottimizzazione mobile per vederlo da smartphone, non è accessibile dai disabili, le informazioni non sembrano in grado di attrare il pubblico straniero. Come se non bastasse, al progetto manca una coordinazione “dal basso” e un vero coinvolgimento delle realtà culturali italiane. Dopo un anno Verybello fu chiuso senza troppo clamore.

STONEX ONE

Dopo 'lo Zuckerberg italiano' è la volta dello 'Steve Jobs italiano', che si incarna nel sodalizio creato da Francesco Facchinetti e Davide Erba. Il progetto nasce con l’intenzione un po’ populista di creare un telefono che dia “tecnologia di serie A al giusto prezzo” come dice Facchinetti in uno dei tanti video messianici girati sul prato con una camicia blu. L’idea è che l’iPhone costa tanto perché Apple spende soldi in pubblicità, mentre Stonex sarebbe costato poco, offrendo gli stessi risultati, grazie al fatto che la sua promozione sarebbe avvenuta sui social e col passaparola.

Per svilupparne il firmware, Erba arruola un gruppo di volenterosi programmatori italiani, vengono organizzate pizzate tra i fan e chiunque sollevi dubbi sul progetto viene tacciato di pessimismo e di essere bravo solo a lamentarsi, invece di fare. Il telefono finalmente esce sul mercato dopo vari ritardi: le specifiche erano interessanti e l’intuizione buona, visto che la fascia media Android è quella su cui sui combatte la guerra tra i giganti, ma la verità è che Stonex altro non è che un telefono cinese con un firmware rattoppato in maniera poco professionale.

La telecamera funzionava male, la batteria durava poco e in alcuni casi c’erano problemi con la scocca e lo schermo. Dopo poco, lo sviluppatore capo del progetto Vanni Casari abbandona l’azienda mentre l’assistenza tecnica faceva il possibile per tamponare le falle.

Una piccola comunità di appassionati ha poi creato un firmware migliore di quello ufficiale,mentre Stonex cercava di fare concorrenza a GoPro con la stessa tattica: importando dalla Cina un prodotto economico colorato di blu. Sul progetto cala un silenzio imbarazzato mentre alcuni esemplari di Stonex invenduti comparivano sui negozi online cinesi a 100 euro. Facchinetti tenta ancora per un po’ la strada dello startupparo lanciando l’imbarazzante AppleKiss, l’ennesimo social network di cui nessuno sentiva il bisogno.

Se ne potrebbero citare molti altri di esempi catastrofici: il videogioco 'Gioventù Ribelle', titolo celebrativo dei 150 anni dell’unità d’Italia presentato in pompa magna alla presenza del Capo dello Stato che si rivelò essere un’orribile mod di Unreal in cui non funzionava niente e potevi sparare persino al Papa. Oppure Memories, la startup per commemorare i defunti ideata da Raffaele Sollecito, ma anche quel colabrodo chiamato Rousseau che proprio in questi giorni è stato nuovamente violato.

Chi pensa di andare contro ai giganti del settore sfruttando la voglia dei media di raccontare una storia italiana di successo finisce per rompersi le ossa, chi invece pensa di creare infrastrutture statali che possano fare altrettanto si ritroverà a spendere cifre esorbitanti.

Ci sono un sacco di realtà italiane che funzionano bene e che si sono ritagliate una nicchia importante, guarda caso nessuna di queste è partita con proclami roboanti, idee che erano già state fatte meglio all’estero o dichiarazioni populiste. L’innovazione in Italia è possibile, basterebbe non fare niente di ciò che è stato fatto negli esempi più in alto.

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