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Sono stato bannato da Facebook per 30 giorni e penso di avere un problema

Federico Nejrotti

Federico Nejrotti

All’inizio speravo di potermi godere un bel periodo di disintossicazione, ora sto cominciando a preoccuparmi.

Da qualche settimana sono finito nel mirino di Facebook e di conseguenza sono stato bannato per 30 giorni. Nella fattispecie, ho prima ricevuto due brevi ban per motivi piuttosto condivisibili (ovvero, delle cazzate scritte diversi anni fa: hai fatto bene Mark) e un terzo, pochi giorni fa, per ragioni non meglio precisate.

Escludiamo per un secondo l'ipotesi di un segnalatore seriale: un'altra manciata di amici stanno venendo bannati con tempistiche e ragioni simili, per questo motivo ho come l'impressione che in queste settimane Facebook stia mettendo a regime i propri meccanismi di monitoraggio con una lista di parole proibite filtrate automaticamente dai profili, anche se da anni Facebook nega di sfruttare questo tipo di crawler preferendo le care vecchie schiere di moderatori in carne ed ossa.

Insomma, sembra che dopo gli ultimi scandali relativi all'acquisto di pubblicità politiche su Facebook e alla crescente pressione mediatica attorno alle dinamiche di moderazione della piattaforma, il social network stia cominciando a muovere un po' le acque. Niente post su Facebook, niente like, niente chat su Messenger. Per qualche motivo per i prossimi 30 giorni mi sarà preclusa qualunque interazione nell'impero di Mark Zuckerberg, e più passano i giorni più mi rendo conto di avere un problema.

Non è mia intenzione lamentarmi del ban, piuttosto preferirei parlare di questa strana sensazione di ansia e impotenza che il non poter usare Facebook e Messenger sta facendo maturare. Nella mia piccola bolla online l'ecosistema di esseri umani che interagisce con me tende a usare parecchio Facebook, e non soltanto per taggarsi vicendevolmente nelle foto. Faccio parte di quella categoria di persone che — non scherzo — usa Facebook per lavorare.

Sono uno di quegli insopportabili che impesta le timeline di tutti con lunghi status sentenziatori sul tema X del giorno e le persone di tanto in tanto tendono a 'seguirmi' su Facebook, anziché chiedermi l'amicizia. Vi dirò di più: sono uno di quegli inetti senza spina dorsale che talvolta nascondono i post dal diario o, ancora peggio, cancellano direttamente i post che non raccolgono like per riproporli con un'altra formula. Magari non siete voi a essere così, ma sono certo che conoscete qualcuno che fa i miei stessi ragionamenti.

Colpevolmente non uso altri social network, e per questo motivo ormai sfrutto il mio profilo Facebook come 'profilo pubblico' — Addirittura, qualche mese fa mi sono chiesto se valesse davvero la pena aprire un piccolo sito-biglietto da visita visto che il mio profilo Facebook già permetteva a chiunque di capire chi sono, cosa faccio e dove con un colpo d'occhio.

È per questo motivo che la politica di 'ban inappellabile' di Facebook mi lascia piuttosto stranito: una piattaforma che ormai ospita più di 2 miliardi di utenti mensilmente ha davvero diritto di decidere di non mettere in discussione le azioni di moderazione che opera? Si tratta del solito discorso sui Termini di Servizio che finiamo per accettare quando ci iscriviamo a un sito internet, ma forse è arrivato il momento di mettere in discussione questa premessa — Almeno per quanto riguarda Facebook.

In queste stesse settimane mi sta venendo impedito anche di usare Messenger, il servizio di messaggistica istantanea di Facebook: io posso leggere qualunque cosa mi venga scritta, ma non posso rispondere e non ho nemmeno modo di far sapere al mio interlocutore che non sto rispondendo perché sono bannato.

Per questo motivo sono off the grid, fuori dal circuito di relazioni che fino a poco tempo fa ho accuratamente coltivato. Ho pochissimi numeri salvati su WhatsApp, e ancora meno sono le persone che ho a portata su Instagram — Entrambe piattaforme dove non risulto bannato, benché siano di proprietà di Facebook stesso.

Come faccio a sentire certe persone? Come faccio a sentire alcuni miei contatti di lavoro? Come faccio a far sapere perché non sto rispondendo alle persone? Come rispondo agli auguri di compleanno che mi sono arrivati in questi giorni? Non lo faccio, semplicemente. E se all'inizio mi sentivo in qualche modo coinvolto in un fronte di imbavagliati ribelli, ora mi sento semplicemente uno scemo.

È questa sensazione che mi sta preoccupando, perché per la prima volta mi sono reso conto che una parte della mia vita è davvero costruita online, per di più su un solo sito. Non vi è dubbio che forse io sia una di quelle persone che Facebook lo usa un po' troppo, ma in quanti sarebbero pronti a negare fermamente di affidarsi anche loro così tanto agli strumenti forniti dal social network?

Nel 2017 lo stigma sociale che fino a pochi anni fa i social network si portavano dietro sembra essersi definitivamente estinto per lasciare spazio a un ben più sensato utilitarismo, nel frattempo però nessuno — me compreso — si è preoccupato di pensare a cosa succede quando una piattaforma privata che mette in contatto oltre 2 miliardi di persone del mondo decide di staccare la spina a un nodo della rete.

Ci sono interi tessuti sociali che fanno di Facebook, Messenger e WhatsApp dei pilastri importantissimi delle loro dinamiche. Queste piattaforme si sono sostituite alle infrastrutture urbane che in alcune parti del mondo sono assenti: sono in tutto e per tutto una piazza virtuale indispensabile allo sviluppo della cosa sociale.

Ciò che turba ancora di più, come al solito, è che si tratta di piattaforme innestate su una superficie globale e che, di fatto, mettono in contatto persone su scala globale: abbattono il concetto di nazione. A che punto di questo processo i termini di servizio di una piattaforma privata si intersecano con i diritti umani? Ovviamente non sto parlando di me, ma se Facebook tende a sospendere account con questa facilità, chi mi dice che non stia già succedendo a persone che ne hanno davvero bisogno?

Si tratta di un problema che anche Facebook si è posto — più per dovere che per piacere — e da ormai un anno sta cercando in ogni modo di capire quale sia il modo migliore per gestire la moderazione della propria piattaforma. A giugno di quest'anno un'inchiesta di ProPublica aveva fatto emergere una serie di documenti piuttosto assurdi riguardanti le linee guida per la moderazione della community, e qualche mese prima il The Guardian aveva pubblicato una serie di articoli riguardanti proprio le contraddizioni che la necessità di moderare una piattaforma globale come Facebook fa necessariamente emergere.

Una settimana fa, su Messenger, un amico mi ha chiesto aiuto dopo essere stato pestato e scippato a notte fonda, e io non ho potuto rispondere.

Secondo molti la risposta a questa domanda è nazionalizzare l'intero social network, ormai troppo grosso e "necessario" per poter fare capo a capitali privati, ma al tempo stesso questa soluzione tradirebbe il più grande merito di Facebook, ovvero quello di aver abbattuto definitivamente il concetto di confine nazionale, un limite reale che, per tutta una nuova generazione di utenti, si è trasformata paradossalmente in una barriera soltanto virtuale e superabile con pochissimi clic.

Nel frattempo, il rapporto che lega me e Facebook si fa sempre più stretto: Mark Zuckerberg continua ad acquistare social network satellite e a imbottirli di nuove funzioni e sempre più spesso mi ritrovo a registrarmi a un sito internet direttamente attraverso Facebook.

Una settimana fa, su Messenger, un amico mi ha chiesto aiuto dopo essere stato pestato e scippato a notte fonda, e io non ho potuto rispondere; decine di amici mi hanno fatto gli auguri di compleanno su Facebook, e non ho altro modi di sentirli se non Messenger; ho dei contatti di lavoro abbastanza importanti in ballo, e sto ancora aspettando che rispondano alle mie mail disperate, alla ricerca di un nuovo contatto oltre Messenger per sentirli.

Ciò che mi preoccupa è che non riesco a trovare soluzione a questa co-dipendenza: è giusto chiedere a Facebook di riformare il proprio impianto di moderazione, oggi che influenza radicalmente la vita di quasi un terzo della popolazione globale, oppure dovrei semplicemente fare pippa e usare Twitter?

Non sembra esserci grande via d'uscita: io sono del partito della decentralizzazione, altri per quello della nazionalizzazione, altri ancora sono per il neo-luddismo. In ogni caso Facebook continua a mantenere il suo regime di legge marziale, e decide chi parla e chi no.

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