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Donald Trump è stato bannato da Twitter per 11 minuti e poteva finire molto male

La storia del Presidente USA eliminato dal social network per 11 minuti da un dipendente in uscita ci dice molto sulla dissidenza digitale.

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nov 6 2017, 2:14pm

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Qualche giorno fa, Donald Trump ha smesso di esistere su Twitter per 11 minuti: in circostanze non ancora del tutto chiarite, infatti, il suo account @realDonaldTrump è stato disattivato di punto in bianco senza spiegazioni. Twitter si è rapidamente accorta del clamoroso incidente e ha dichiarato che il tutto sarebbe stato eseguito da un suo contractor uscente, come ultimo atto durante l'ultimo giorno di lavoro presso il social network.

È difficile stabilire se, in questo caso, si tratti di qualcosa di davvero grosso o di una semplice riga di news da dimenticare come altre: basta davvero così poco per fare qualcosa di così evidente come cancellare un Presidente dagli Stati Uniti da Twitter? E se il dipendente avesse scritto qualcosa al posto di Donald Trump, anziché cancellare il suo account? È giusto che uno dei canali di comunicazione principali di un Presidente degli Stati Uniti sia di proprietà di un privato? Un sacco di domande per un piccolo fatto di cronaca, direi.

Ciò che è certo è che non sappiamo nulla della persona che ha disattivato l'account di Trump. Il dipendente Twitter protagonista di questo caso potrebbe aver cercato di portare avanti un atto politico forte e simbolico, oppure potrebbe semplicemente aver tentato di generare un casino contro la sua vecchia azienda nel suo ultimo giorno di lavoro.

Il dipendente Twitter protagonista di questo caso potrebbe aver cercato di portare avanti un atto politico forte e simbolico, oppure potrebbe semplicemente aver tentato di generare un casino contro la sua vecchia azienda nel suo ultimo giorno di lavoro.

Non sono tempi serenissimi per la Silicon Valley e la sua percezione presso la politica americani, e presso gli avversari di Trump in particolare, è ai minimi storici. Proprio in queste settimane il Russiagate ha portato i rappresentati delle grandi aziende tech a dover testimoniare sul loro ruolo di megafono inconsapevole della propaganda russa durante le ultime elezioni statunitensi e proprio ieri i "Paradise Papers", l'ultimo mega-leak sull'economia offshore, hanno esposto altri flussi di denaro da Mosca verso le principali aziende tech della Silicon Valley.

Per un dipendente rancoroso, mettere Twitter nei guai in un modo tanto eclatante potrebbe essere stata una tentazione molto forte. Un click, ed ecco la tempesta perfetta. A prescindere dalle motivazioni dietro il gesto, sono le ipotetiche conseguenze dell'evento che dovrebbero far riflettere.

Il fatto che Donald Trump sia stato sospeso da Twitter con un click di un dipendente è una storia di potere che deve far riflettere su come quest'ultimo sia distribuito nella democrazia digitale. In parte, si tratta di un potere di tipo tecnico. Di fatto, con un click è possibile mettere a tacere un leader mondiale, ed è evidente che si tratti di un'operazione sostanzialmente impensabile in un mondo pre-Internet.

In un momento storico in cui leader di potenze nucleari imprevedibili lanciano schermaglie su Twitter, cosa potrebbe succedere, ad esempio, se il profilo di Trump finisse sotto il controllo di terzi?

Questo episodio, inoltre, testimonia una debolezza intrinseca del sistema mediatico-politico attuale e la facilità con cui questo possa essere messo in crisi. L'enorme influenza che Trump esercita su Twitter e sull'agenda dei media e l'impatto diplomatico mondiale dei suoi tweet sono in realtà poggiate su meccanismi molto più deboli, disattivabili, manipolabili e persino hackerabili.

Già in passato, ad esempio, si temeva che l'account Twitter di Trump non fosse esattamente blindato e che il telefono utilizzato dal Presidente non fosse sufficientemente sicuro. In un momento storico in cui leader di potenze nucleari imprevedibili lanciano schermaglie su Twitter, cosa potrebbe succedere, ad esempio, se il profilo di Trump finisse sotto il controllo di terzi? Ma i problemi non si fermano alla "vittima" — Un atto del genere potrebbe generare ripercussioni di magnitudo gigantesca anche su chi, quell'atto, lo perpetra.

Come ha scritto Adrianne Jeffries su The Outline, gli scenari legali sono seri e secondo alcuni è anche possibile che questa persona possa essere incriminata ai sensi del Computer Fraud and Abuse Act, una legge draconiana che, di fatto, colpisce le violazioni dei termini di servizio della tecnologia in senso lato e fa ben poca differenza se colpisce il sospettato autore di un attacco di cyberguerra o un attivista per l'open access come Aaron Swartz, che si è tolto la vita mentre era al centro di una causa legale ai sensi di questa legge. Se questo dipendente di Twitter venisse incriminato, potrebbe quindi dover affrontare una battaglia legale rischiosissima e dalle conseguenze estreme.

L'immaterialità del gesto contribuisce a sua volta alla difficoltà di inquadrarlo davvero. Si sta infatti davvero parlando di un click, in fondo, ma con una portata simbolica gigantesca e un possibile ritorno politico e legale molto pesante. Si è trattato davvero di uno sbilanciamento di potere, per quanto durato solo 11 minuti, e di un atto di dissidenza digitale a tutti gli effetti, oppure di un'azione banale destinata a far sviluppare dinamiche di controllo ancora più forti? La certezza è che si è trattato del momento di massima tensione del rapporto tra piattaforme e democrazia. E del momento in cui quel rapporto ha dimostrato di aver a che fare con chi esercita il potere. E su di chi.

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