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The Drone Memorial. Immagine: IOCOSE / Matteo Cattaruzzi

Questi artisti italiani hanno creato un monumento per i droni caduti in guerra

Federico Nejrotti

Federico Nejrotti

Il collettivo artistico IOCOSE ha costruito un memoriale per i droni caduti in guerra, è munito di GPS così che tutti i droni si possano volgere a lui.

The Drone Memorial. Immagine: IOCOSE / Matteo Cattaruzzi

A metà tra le macchine senza pilota e la realtà virtuale, i droni sono il più riuscito dei compromessi sociali e tecnologici del ventunesimo secolo: fanno il loro dovere, non sembrano usciti da una puntata di Black Mirror e soprattutto non serve un dottorato in ingegneria biomeccanica per pensare di poterli utilizzare.

Proprio per questo motivo sono diventati anche uno degli strumenti più in voga nei conflitti del terzo millennio. I droni per utilizzo bellico sono la consacrazione delle nuove politiche di ingaggio che hanno contraddistinto il concludersi del secolo scorso: meno truppa si utilizza meglio è, e i droni sono la ciliegina sulla torta di un percorso iniziato con la crescita nell'utilizzo dei missili balistici a lungo raggio e dell'ormai obsoleto equilibrio del terrore.

L'idea alla base è che minimizzando il personale militare dispiegato in una determinata operazione si possa garantire una minore perdita di vite umane. Nella pratica, sebbene la robotizzazione (sia essa controllata da remoto o autonoma) dei dispositivi bellici abbia generato un'evoluzione netta delle politiche di approccio in guerra, le dinamiche generate dalla spersonalizzazione del rapporto tra vittima (che adesso può essere colta di sorpresa e dall'alto da un piccolo drone) e carnefice (che aziona un grilletto posto su una console a chissà quante centinaia di chilometri di distanza) ha avviato un dibattito etico molto forte sul tema.

Un intero capitolo dei Drone Papers pubblicati da The Intercept tratta proprio delle conseguenze della spersonalizzazione burocratica generata dalla guerra con i droni. Immagine: The Intercept

A pensare sempre a chi dai droni viene colpito, però, rischiamo di dimenticarci dei droni stessi: sono ammassi di ferraglia da qualche milione di dollari privi di un respiro umano al loro interno—Abbattuto uno se ne fa un altro, in teoria. In pratica, un collettivo di artisti e attivisti italiani ha appena presentato la sua nuova opera: un monumento funerario in onore di tutti i droni caduti in guerra.

IOCOSE è un gruppo di 4 artisti italiani che si porta dietro uno storico di opere piuttosto ricco: a partire dalla loro serie sulla "Game Arthritis" fino al loro progetto A Crowded Apocalypse, in cui hanno tentato di sviluppare delle teorie cospirazioniste in crowdsourcing, passando per la loro piattaforma First Viewer Television, con cui è possibile diventare spettatori dei video su YouTube con zero visualizzazioni, IOCOSE da sempre si interroga "sul momento post-fallimento della narrativa circa lo sviluppo tecnologico e culturale," si legge sul loro sito.

"IOCOSE crede che, a lungo andare, sia la narrativa utopica che quella distopica deluderanno il pubblico, per lasciare spazio a una realtà molto più mondana ed eterogenea,"—Nell'ultimo periodo il collettivo si è concentrato sul fenomeno dei droni inaugurando In Times of Peace, una serie di opere che si chiede cosa farebbe un drone dopo la fine dell'era della guerra e del terrore.

"Cosa fa un drone nei tempi di pace? Qual è il suo potenziale creativo, tolte le cose che noi possiamo fare con esso?"

"I droni possono piazzare bombe in luoghi troppo pericolosi per gli esseri umani, scattare foto dove non è permesso, controllare il tetto di una casa o spedire ordini attraverso Amazon," si legge nel comunicato stampa che affianca la serie. "Ciononostante, si tratta ancora di una prospettiva troppo strumentale per quanto riguarda i droni—Cosa fa un drone nei tempi di pace? Qual è il suo potenziale creativo, tolte le cose che noi possiamo fare con esso?"

Nel 2014, con Drone+, IOCOSE ha "chiesto" a un drone di riprendere i suoi tentativi di effettuare una corsa da 100 metri, registrando i risultati con la app per il running Nike+; nello stesso anno, con Drone Selfies, IOCOSE ha collezionato una galleria fotografica di selfie di droni. Negli scorsi giorni, invece, ha inaugurato presso il Link Art Center di Brescia la sua ultima opera: Drone Memorial è un monumento funebre in onore dei droni caduti in guerra, ed è incluso nella collettiva #LAYERS, una selezione di 12 artisti italiani di varie generazioni che lavorano in vari modi e forme sui temi del digitale.

Al netto delle varie campagne di inchiesta circa l'uso dei droni in guerra, dall'approfondimento The Assassination Complex di Jeremy Scahill, fino ai documenti segretati dei Drone Papers, pubblicati da The Intercept, lo scorso anno il cinema ha saputo riassumere efficacemente in Eye in the Sky (arrivato in Italia come Il diritto di uccidere) i diversi punti di vista che coinvolgono il dibattito sull'utilizzo dei droni. "È interessante che cinema e giornalismo si interroghino sull'etica delle operazioni di guerra svolte attraverso dron—quando e' proprio il discorso etico che manca del tutto," mi spiega Paolo Ruffino, del collettivo IOCOSE.

"È l'assenza di domande etiche a rendere i droni così importanti per le tattiche di guerriglia contemporanee, perché aiutano a deresponsabilizzare governi e mandanti. Si pensi a Drones di Rick Rosenthal, la cui trama ruota intorno alle stesse domande, ma anche report giornalistici più illustri ed esaustivi come When Drones Fall from the Sky di Craig Whitlock o (appunto) i Drone Papers di The Intercept."

Se il futuro della guerra è la robotizzazione totale dei dispositivi bellici, infatti, è legittimo chiedersi in che modo verrà declinata l'etica dell'attacco da ora in poi: come faremo a ricordarci del peso umano della guerra se l'impressione sarà, grazie ai droni e ai robot, di non stare andando effettivamente in guerra?

"Drone Memorial è un monumento di circa 3 metri di altezza e 4 di larghezza," mi spiega. "La superficie è di acrilico specchiato, la base di rame e pesa circa 180 chilogrammi: rappresenta un drone nel momento dello schianto al suolo," continua Paolo.

The Drone Memorial. Immagine: IOCOSE / Matteo Cattaruzzi

"Il modello rappresentato è il drone Predator, il più usato ad oggi nelle operazioni belliche. Sulle ali del drone sono incisi i nomi dei modelli dei droni caduti in guerra, il luogo e la data della caduta—Ringraziamo Drone Wars UK per tenere aggiornato un database impressionante. Il sito di Drone Memorial raccoglie e pubblica le coordinate del monumento, dotato di dispositivo GPS."

"L'opera è un memoriale per i droni caduti in guerra, una sorta di Altare della Patria per i droni," mi spiega Paolo. "In quanto tale ha caratteristiche che lo differenziano dai monumenti ai caduti a cui siamo abituati—Infatti, non è legato al concetto di patria, nazione o luogo, anzi il monumento è dotato di un GPS che ne segnala la sua posizione su internet, in modo che qualunque drone, in ogni parte del mondo, possa volgersi in direzione del memorial," continua. "L'opera suggerisce uno scenario futuribile e paradossale, in cui droni e umani possano convivere in tempi di pace."

Concentrarsi su un tema come l'umanizzazione dei droni può sembrare superfluo, ma passare per questo dibattito diventa fondamentale nel percorso di assunzione di consapevolezza delle conseguenza nell'uso dei droni, "È un concetto che abbiamo esplorato nella serie In Times of Peace, incentrata sulla ricerca di una concettualizzazione della vita dei droni—La serie prende il nome da una frase riportata da Paul Virilio in Pure War, il quale cita un documento del Pentagono dove la logistica è definita come l'assimilazione dei prodotti della ricerca bellica nell'industria civile, fondendo i tempi di guerra e di pace," mi spiega Paolo.

"La serie prende il nome da una frase riportata da Paul Virilio in Pure War, il quale cita un documento del Pentagono dove la logistica è definita come l'assimilazione dei prodotti della ricerca bellica nell'industria civile, fondendo i tempi di guerra e di pace."

"I droni sono un perfetto esempio della perdita di questa differenza. Nella serie, in cui è incluso il Drone Memorial, immaginiamo come potrebbe essere la vita di un drone in tempi di pace—Nonostante ormai noi stessi facciamo fatica a immaginare la vita umana senza conflitti o terrorismo."

Il punto cardine del dibattito rimane l'essenza del drone: da quando il tema dell'etica robot ha toccato anche il grande pubblico, la tendenza è stata quella di far riferimento a una sorta dii 'animismo tecnologico' ultimamente sempre più inconsapevole e comune. Si è sviluppata una sorta di empatia verso il drone, vittima delle decisioni umane, così come succede con i robot antropomorfi'. "Il drone e' sia vittima che carnefice, così come i robot antropomorfi sviluppati da Boston Dynamics," mi spiega Paolo.

"È servo degli umani, ma determina la sopravvivenza o la morte delle sue vittime," continua. "Eppure, sia droni che robot non sono inseriti in un discorso morale al momento: il loro sviluppo e' interamente in mano a compagnie che cercano 'quick-fix solutions' per problemi più grandi di loro. In fondo anche i programmatori delle self-driving car si domandano se le loro automobili debbano, in caso di incidente, cercare di salvare i passeggeri o privilegiare gli altri autisti," continua. "Ma nessuno si chiede perché debba essere un programmatore della Silicon Valley a stabilire chi venga ucciso dalle automobili del futuro."

The Drone Memorial. Immagine: IOCOSE / Matteo Cattaruzzi

In un certo senso sono state proprio la versatilità e le capacità di de-responsabilizzazione delle operazioni che hanno reso così efficienti e diffusi i droni, "Il concetto stesso di guerra a distanza nasce nell'ambito della ricerca militare negli Stati Uniti in seguito al disastro della guerra in Vietnam. Come nota Gregoire Chamayou (Drone Theory, 2015), l'esercito statunitense inizia a ricercare in quel periodo una forma di guerra che limiti le perdite umane e di conseguenza non urti l'opinione pubblica e i nascenti movimenti pacifisti. Di conseguenza, i droni catturano perfettamente il concetto della 'uncanny valley': sembrano quasi umani ma non lo sono, possono uccidere senza rimorsi."

Al netto di queste considerazioni, sembra retorico chiedersi perché un collettivo artistico sia così interessato a un tema come quello dei droni, "I droni sono qualcosa di ibrido e anomalo," mi spiega Paolo. "Sono pezzi di plastica e metallo, ma sembrano vivi. Sono armi, ma anche giocattoli. Pare possano consegnare le pizze e i pacchi di Amazon, ma anche le bombe. I droni ci danno fastidio, obbligano a porsi domande che ci fanno sentire colpevoli del mondo in cui viviamo, e al tempo stesso offrono una strana sensazione di sollievo perche' levano dalla nostra vita il contatto diretto col nemico, con l'altro. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore."

Drone Memorial è in esposizione fino al 19 novembre presso Spazio Contemporanea, a Brescia.