Il dottor Charbonier.

Il medico che vuole cambiare la nostra visione della morte

Anestesista specializzato in esperienze ai confini della morte, il dottor Jean-Jacques Charbonier intende dimostrare che c'è vita dopo la morte.

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mag 23 2016, 3:12pm

Il dottor Charbonier.

Il medico anestesista Jean-Jacques Charbonier, che opera nella regione di Tolosa in Francia, si definisce un "professionista che studia le esperienze ai confini della morte"—ovvero le esperienze spirituali vissute da pazienti clinicamente morti o favorite da stati alterati di coscienza. Più di venti anni di ricerca in questo settore portano Charbonier ad affermare che esiste la vita dopo la morte. Non ha problemi a esporsi con affermazioni che vanno contro la medicina occidentale, basata su una tradizione materialista, perché le sue ricerche lo hanno convinto che la vita è solo il preambolo di un qualcosa di più grande.

Il suo approccio scientifico, in cui vengono incorporate pratiche sviluppate in settori paralleli alla medicina—come la medianità o l'ipnoterapia—potrebbe contribuire a cambiare la nostra visione dell'essere umano, della coscienza e della morte. Oltre a tenere numerose conferenze e pubblicare libri sui temi della morte e dell'aldilà, il dottore gestisce anche laboratori d'ipnosi per entrare in contatto con i morti. Abbiamo parlato con lui per capire qualcosa di più sull'aldilà e perché la comunità scientifica non è ancora pronta ad accogliere le sue teorie.

MOTHERBOARD : Lei è un medico anestesista e conduce ricerche sulle esperienze NDE. Inoltre, sostiene l'esistenza della vita dopo la morte. Come ha iniziato a occuparsi di questi argomenti?

Jean-Jacques Charbonier : Ho deciso di intraprendere questa strada dopo aver vissuto un'esperienza personale senza la quale avrei perseguito una carriera in medicina generale. I miei studi mi avevano "programmato" a credere che il nostro cervello produce la nostra coscienza e, quando l'organo smette di funzionare, questa sparisca. Ma un giorno ho vissuto quella che il Dottor Moody [pioniere nella ricerca sulle EMI] chiama "esperienza di morte condivisa."

Durante uno stage in medicina d'urgenza mi hanno spedito sulla scena di un incidente grave. C'erano due cadaveri stesi sul lato della strada e una macchina dentro un fosso. All'interno dell'auto, un giovane bloccato dal petto in giù. Aveva perso molto sangue. Ho provato a fargli una trasfusione per impedire che il suo cuore si fermasse, ma a causa della mia incompetenza non sono riuscito a salvarlo. Ho visto letteralmente la morte farsi largo nei suoi occhi: le sue pupille si sono dilatate mentre la scintilla vitale le abbandonava. Ma soprattutto, ho avvertito una presenza vitale e gioiosa provenire dalla parte superiore del suo cranio. È stato liberatorio. Tutto mi è diventato improvvisamente chiaro. In quell'occasione ho capito che non siamo altro che spirito dentro a un corpo. Mi sono ricordato del libro di Moody in cui venivano riferite esperienze extra-corporee che partivano proprio dalla parte superiore del cranio.

L'esperienza è stata così coinvolgente che sono tornato a casa e ho raccontato tutto a mia moglie. Le ho detto che dovevo assolutamente continuare i miei studi per specializzarmi in terapia intensiva e anestesia—il che, oltre a comportare un investimento finanziario significativo, richiedeva tre anni di studio supplementari. Così abbiamo rivoluzionato la nostra vita: ho dovuto prendere in gestione la clientela di un medico di medicina generale e mia moglie ha lasciato il suo lavoro per diventare la mia segretaria.

Su cosa sta lavorando al momento?

Sono anestesista. Raccolgo una serie di testimonianze per trarre delle conclusioni sulla natura della coscienza. Ho fatto da relatore per varie tesi di dottorato in medicina. L'ultima è stata a dicembre nell'università di Reims ad opera di François Lallier. Un lavoro basato sulle testimonianze di EMI dei pazienti ricoverati d'emergenza in cui si ipotizza la possibilità dell'indipendenza della coscienza dal nostro corpo—vale a dire, che il cervello sarebbe un semplice trasmettitore di informazioni e che, quando smette di funzionare, queste continuino a fluire altrove. Ho trovato piuttosto difficile suggerire l'ipotesi di una coscienza intuitiva extraneuronale delocalizzata all'interno di una tesi medica. Di fatto, questa terminologia può essere benissimo sostituita con la parola spirito. Ad ogni modo, la tesi è stata premiata con il massimo dei voti della giuria e presto sarà oggetto di una pubblicazione internazionale.

"Esistono le prove scientifiche. Ma siamo talmente intossicati dal pensiero materialista che diamo per scontato il fatto che non ci sia nulla dopo la morte."

Tra le testimonianze di EMI che ha raccolto, quale l'ha colpita di più?

Quelle che mi hanno colpito maggiormente sono reperibili in letteratura. La testimonianza di Eben Alexander è una delle più commoventi trattata dal dottor Moody. Alexander, un professore di neurochirurgia di Harvard, era un materialista duro e puro. Per lui le esperienze di premorte erano soltanto allucinazioni causate dalla mancanza di ossigeno. Fino a che, un giorno, ne ha vissuta una in prima persona, passando diversi giorni in stato di coma a causa di una meningoencefalite. Il professore ha avuto la fortuna di uscire indenne da questo episodio che ha definito "un viaggio nell'aldilà." Durante l'esperienza è stato accompagnato da una giovane ragazza "dal volto sorridente e affascinante" che non aveva mai visto prima.

Due mesi dopo, mentre cercava i suoi genitori biologici che non aveva mai conosciuto, ha rivisto la stessa ragazza su una foto. In pratica, la persona che lo aveva accompagnato nell'aldilà era la sua sorella biologica morta qualche anno prima. La sua immagine non poteva trattarsi di un ricordo immagazinato all'interno del suo cervello, perché non aveva mai incontrato quella persona. Lo stesso Raymond Moody, dopo aver studiato l'argomento per quaranta anni, ha definito questa come l'esperienza più forte di cui si è mai occupato. I due hanno anche pubblicato un libro insieme, di cui ho avuto il piacere di curare la prefazione, su loro richiesta.

Incredibile. Ce ne sono altre che vuole raccontarci??

C'è anche l'esperienza di Pamela Reynolds. Una donna operata per rimuovere un aneurisma del tronco cerebrale. La circolazione sanguigna nel suo cervello è stata interrotta per più di un'ora e l'organo è stato portato a 15,5 gradi. A quella temperatura, non esiste la possibilità di nessun scambio biochimico tra neuroni. Ti basti sapere che eravamo sicuri di averla dichiarata clinicamente morta. Eppure, si è svegliata ed è riuscita a descrivere l'intera operazione. La donna riporta di avere fluttuato dal soffitto, di aver visto gli strumenti utilizzati e ascoltato la discussione tra il chirurgo e il cardiologo. Tutto in maniera dettagliata. Sembra incredibile ma ci ha raccontato ogni singolo particolare di come si è svolta la scena.

Sul suo sito c'è scritto che avete praticato la rianimazione su pazienti clinicamente morti. Come si svolge questo tipo di intervento?

Quando un paziente è in arresto cardiaco viene dichiarato clinicamente morto dopo 15 secondi. A quel punto si tenta la rianimazione: massaggio cardiaco, ventilazione controllata e cardioversione elettrica per fare ripartire il cuore—quando ci si riesce.

Nel 18% dei casi, i pazienti raccontano di avere vissuto una esperienza di premorte. Melvin Morse, che ha studiato la casistica nei più giovani, ha raccolto il 65% di testimonianze nei bambini vittime di arresto cardiaco. Una percentuale nettamente superiore rispetto agli adulti. Questo è semplicemente dovuto al fatto che nei bambini non si svolge il processo di censura del vissuto ad opera di quella che io chiamo la "mente analitica"—la quale rifiuta tutta una serie di informazioni. Quando siete svegli, essa opera a pieno regime. Sogniamo ogni notte, ma solo raramente ricordiamo il contenuto dei nostri sogni al risveglio: questo è dovuto all'influenza della nostra coscienza analitica. Riguardo lo stato di coma invece, abbiamo il 5% di EMI e solo l'1% nelle persone sotto anestesia totale.

Quali sono le prove scientifiche di una "vita dopo la vita"?

Normalmente, in uno stato di morte clinica—quando avviene l'arresto cardiaco—l'attività cerebrale si ferma dopo 15 secondi, dopodiché dovrebbe essere impossibile capire ciò che accade intorno a noi, ascoltare e percepire. Le capacità sensoriali vengono azzerate perché il cervello non può analizzare nulla. Eppure, diverse persone sono in grado di raccontarci come si è svolta la rianimazione, cosa è successo in un'altra sala operatoria o in un altro luogo lontano dal loro corpo fisico. Questa è la prova che siamo in grado di avere percezioni che non sono riconducibili al nostro cervello. Per me, è una delle prove che esiste una qualche forma di vita dopo la morte.

Oggi abbiamo a disposizione un certo numero di casi di studio, quindi esistono anche le prove scientifiche. Ma siamo talmente intossicati dal pensiero materialista che diamo per scontato il fatto che non vi sia nulla dopo la morte. Con queste tecniche possiamo fare tornare indietro i pazienti dichiarati spacciati, una possibilità rivoluzionaria. Eppure certe idee non si possono diffondere. I medici sosterranno sempre che nessuno ritorna dalla morte: quando sei morto, sei morto. Fine della storia.

Nello specifico, perché la comunità scientifica ha difficoltà ad accettare l'idea della vita dopo la morte?

Un'idea simile mette in crisi l'intera concezione scientifica basata sul materialismo. Per gli scienziati l'essere umano è composto solo da materia. Non esistono altre possibilità. Durante i miei studi medici, mi è stato insegnato solamente che il cervello è l'organo che produce la coscienza, così come il fegato produce la bile e la tiroide produce gli ormoni tiroidei. Secondo la teoria materialista, quando il cervello smette di funzionare, si perde tutto.

Eppure, esistono moltissimi fenomeni relativi alla coscienza extraneuronale: l'intuizione, i casi di preveggenza, l'ispirazione artistica, la telepatia o la medianità. La loro esistenza viene negata dalla comunità medica, perché non può essere spiegata con la teoria materialistica. Questo è il motivo per cui un sacco di scienziati non vogliono sentire parlare di queste esperienze "inquietanti". Non possiamo permetterci questa omertà. Secondo le stime, circa 60 milioni di persone nel mondo hanno provato queste esperienze: un numero enorme. Non possiamo ignorarli.

La concezione materialista è destinata a scomparire?

Finirà sicuramente per crollare. Che senso ha affermare che il cervello produce la coscienza se, quando questo smette di funzionare, sperimentiamo una coscienza superiore? Io stesso sto compiendo qualche ricerca in merito: non è sufficiente raccogliere i dati. La mia ipotesi è che dal momento in cui il nostro cervello si spegne, sperimentiamo una espansione della coscienza. Ho condotto una serie di esperimenti basandomi su questa teoria. Per esempio, ho portato dei medium in terapia intensiva per vedere se percepivano informazioni provenienti dai pazienti in coma. Ho anche condotto dei laboratori di ipnosi—e talvolta usato l'ipnosi al posto dell'anestesia durante le operazioni—in modo da favorire le esperienze extra-corporee. I risultati spesso mi sorprendono: nel 65% dei casi, i pazienti dicono di essere entrati in contatto con dei defunti.

Secondo me, allo stato attuale, disponiamo di materiale sufficiente per giustificare ulteriori ricerche. Ad esempio, si potrebbe portare tre medium che non si conoscono e che non hanno possibilità di comunicare tra loro, nella la stanza di una persona in stato comatoso per chiedere loro di fornire dei dati da confrontare. Non mi rifiuterò mai di prendere in considerazione certi fenomeni solo perché sembrano troppo assurdi per essere veri. Credo che la medicina trarrebbe un enorme beneficio dalla collaborazione con le discipline complementari ad essa.

Grazie, Jean-Jacques.

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