Perché la rivendita delle medicine è il business del secolo

Solo nel 2018, in Italia, la criminalità organizzata ha rubato farmaci per il valore di milioni di euro, molti di questi rischiano di diventare merce del mercato parallelo dei farmaci in Europa.

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ago 31 2018, 10:59am

Immagine: Pixabay

In Italia, le organizzazioni criminali rubano farmaci — in particolare quelli antitumorali — per rivenderli in altri paesi europei sfruttando illegalmente il mercato del “parallel trade” farmaceutico. In un reportage pubblicato su L'Espresso viene descritto questo sistema che ha conseguenze gravi sia per i malati italiani, a cui vengono sottratte le medicine, che per i malati dei paesi in cui vengono esportati i farmaci, che rischiano di curarsi con prodotti contraffati, scaduti, o inefficaci perché contaminati, diluiti o trasportati a temperature che ne eliminano il principio attivo.

Le organizzazioni criminali operano attraverso assalti agli autotrasportatori di medicine ma anche con furti mirati agli ospedali. Il picco di attività è stato registrato tra il 2012 e il 2014. Secondo i dati riportati da L'Espresso, nei 12 anni precedenti, sono avvenuti furti di farmaci italiani in un ospedale su 10 con una perdita media di circa 330 mila euro per ogni colpo andato a segno. Se quella tendenza era stata placata dall’operazione internazionale Volcano coordinata dall’Agenzia italiana del farmaco, purtroppo, da pochi mesi, le bande hanno ripreso la loro attività e dall’inizio del 2018 sono stati già rubati milioni di euro in salvavita

Tra i casi citati nell'articolo c'è il furto avvenuto il 4 luglio lungo la A16 di un carico di farmaci antitumorali e medicinali da banco per un valore di un milione di euro e, dal lato opposto della catena, lo scandalo legato al grossista di farmaci LunaPharm, nella regione del Brandeburgo, che dal 2015 ha introdotto farmaci salvavita all’inizio sottratti da Atene e più recentemente al Sistema Sanitario italiano.

Secondo lo schema criminale, i medicinali rubati in Italia vengono portati in Grecia e in Turchia sfruttando un sistema di fatturazione “a scatole cinesi” che si appoggia a filiali fittizie in paesi come Cipro, Ungheria, Lettonia, Romania. Slovacchia e Slovenia. I farmaci possono essere etichettati nuovamente per mascherare la loro provenienza ed essere venduti agli importatori in paesi come la Germania. Ma in cosa consiste il mercato parallelo dei farmaci legale sui cui si appoggiano illegalmente le organizzazioni criminali e qual è il volume delle sue entrate?

Uno studio condotto dal professor Fabrizio Gianfrate, docente di Economia Sanitaria presso l'Università degli Studi di Ferrara, prova rispondere alla domanda. Nella ricerca è contenuta una stima del valore economico del mercato parallelo dei farmaci in Europa che si attesta attorno al 7% del mercato farmaceutico continentale, ovvero circa 10 miliardi di euro. L'esistenza di questo mercato parallelo priva ogni anno le industrie farmaceutiche di un gettito che si aggira tra i 3,5 e i 4,5 miliardi di euro.

Il dato estremamente interessante contenuto nel paper è che prendendo per assunto che le industrie farmaceutiche reinvestano il 20% dei loro guadagni nella ricerca, il commercio svolto dai mercati paralleli abbassa di una cifra tra i 700 e i 900 milioni di euro il potenziale di investimento annuo in ricerca delle industrie. Visto che si tratta di una cifra decisamente considerevole, ho chiamato il professor Gianfrate per capire come funzioni questo mercato e perché, sopratutto, esista.

Motherboard: come nasce questo mercato?
Fabrizio Gianfrate: Il prezzo dei farmaci negli stati membri dell'Unione Europea viene determinato mediante contrattazione tra le aziende farmaceutiche e le istituzioni pubbliche competenti per l'attività regolatoria dei farmaci — in Italia, se ne occupa AIFA, l'Agenzia Italiana del Farmaco. Però, visto che i prezzi per gli stessi prodotti differiscono nei vari stati europei, si è sviluppato un mercato parallelo di medicinali.

Si tratta di un fenomeno di arbitraggio — che consiste cioè nell'acquistare un bene su un mercato a un determinato prezzo per rivenderlo poi su un altro mercato con un altro prezzo. Le differenze di prezzo tra i due mercati vengono sfruttate per ottenere un profitto dagli importatori paralleli che nello specifico, acquistano farmaci in paesi dove questi costano meno per rivenderli con una nuova etichetta nella lingua locale in paesi dove costano di più.

Questo mercato viene chiamato “parallelo” perché si svolge al di fuori della rete di distribuzione ufficiale delle industrie farmaceutiche che fabbricano i medicinali — il tutto, ovviamente, rispettando una serie di condizioni per garantire la sicurezza della salute pubblica.

Si tratta di un fenomeno di arbitraggio — che consiste cioè nell'acquistare un bene su un mercato a un determinato prezzo per rivenderlo poi su un altro mercato con un altro prezzo.

Dato che all’interno dell’Unione Europea molti governi incentivano l’importazione parallela con l'obiettivo di ridurre la spesa pubblica farmaceutica, i farmaci scambiati nel mercato parallelo vengono venduti in competizione diretta con le stesse medicine vendute dai distributori autorizzati.

Tanto per fare un esempio possiamo citare i diversi approcci delle Germania e dell'Italia. In Germania, i farmacisti sono tenuti a vendere almeno il 7% di farmaci importati parallelamente e il prezzo di questi farmaci importati deve avere un prezzo inferiore almeno del 15% a quello del prodotto “nazionale”. I medici, inoltre, hanno un budget di prescrizione e sono penalizzati se lo superano.

Queste regole, quindi, li incoraggiano a prescrivere farmaci importati parallelamente. In Italia, invece, non c’è nessun incentivo specifico per il parallel trade dei farmaci. Le differenze tra le politiche di incentivi dei vari stati membri, hanno portato da qualche anno a una distorsione del mercato europeo dove si è creata una situazione particolare.

Come riassumere questa distorsione del mercato?
Il parallel trade è un caso pressoché unico tra i settori economici europei: ogni Paese dell'Unione Europea regolamenta i propri prezzi e la propria rimborsabilità dei farmaci in modo del tutto indipendente e autonomo rispetto agli altri. Questo finisce per scontrarsi con il concetto di libero mercato e scambio transnazionale promosso dal primato della libera circolazione dei beni che è stato sancito dal Trattato di Roma.

In breve, da un lato, le Istituzioni Europee e nazionali dei vari Paesi spingono per la libera circolazione — anche per diminuire la spesa pubblica per l’assistenza farmaceutica — dall’altro, regolamentano il proprio mercato domestico in modo rigido e autonomo.

Chi è che trae il guadagno maggiore da questo meccanismo?
Chi ne beneficia maggiormente sono gli importatori paralleli. Sono operatori diversi dai produttori dei farmaci e si addossano costi come quello del trasporto, conservazione e riconfezionamento di questi farmaci. Possono essere di piccole dimensioni oppure operare praticamente come delle multinazionali — oltre a sfruttare i canali europei, possono avere relazioni con paesi extra UE come gli USA o i paesi dell’est Europa. In certi casi, sono gli stessi grossisti di farmaci che forniscono il mercato nazionale a dedicarsi al parallel trade.

Gli altri che ne guadagnano, sebbene in misura inferiore, sono i sistemi di sanità pubblici e privati, e poi marginalmente i farmacisti. I sistemi di sanità pubblica, di fatto, pagano ai grossisti lo stesso prezzo per un farmaco a prescindere dalla sua provenienza nazionale o d’importazione parallela. Per questo, ai trader conviene comprare i farmaci dove costa meno. Infine, in questo sistema, in certi casi, il farmacista può aumentare il proprio margine di ricavo o, in certi Stati, ricevere incentivi finanziari alla vendita dei farmaci importati parallelamente.

C'è da dire però che anche se il “parallel trade” è in crescita continua, questa è stata rallentata dalle contromisure prese dalle industrie farmaceutiche che vengono danneggiate da questa dinamica di mercato. Tra gli altri inconvenienti del mercato parallelo va segnalata l'introduzione di un passaggio in più nel mercato delle medicine che introduce rischi sulla loro sicurezza e qualità durante il riconfezionamento — se non viene svolto in maniera adeguata — oltre a favorire il fenomeno della contraffazione.

Qual è la situazione dell'Italia all'interno di questo sistema?
Non esistono stime ufficiali, quindi non è possibile determinare con precisione l’entità dell’export parallelo dall’Italia, in generale, all'interno di questo sistema l’Italia è un paese esportatore. Gli altri paesi esportatori sono la Spagna e la Grecia e, in misura inferiore, la Francia e il Belgio. L’export parallelo si concentra sui farmaci che hanno una differenza di prezzo particolarmente elevata rispetto ad altri Paesi importatori come, ad esempio, la Germania, il Regno Unito o la Svezia.

Per i distributori di farmaci che operano in Italia, è più redditizio dedicarsi anche al parallel trade. Date le strategie di difesa delle aziende produttrici di contingentamento — cioè la limitazione fissata dallo stato alle importazioni e alle esportazioni di determinati prodotti, per riequilibrare la bilancia commerciale con l'estero NdR — delle vendite dei farmaco a grossisti sulla base del proprio mercato locale, per i distributori di farmaci che operano in Italia, tendenzialmente, è più redditizio esportare parallelamente i farmaci piuttosto che distribuirli alle farmacie sue clienti, alle quali il farmaco viene dato per mancante.

Quali leggi regolano il parallel trade?
La regolamentazione del mercato parallelo dei farmaci dipende principalmente dalle cause intentate dalle industrie farmaceutiche ai danni dei “parallel traders” che finora si sono rivelate come i principali riferimenti. I temi di queste cause: diritti di proprietà intellettuale, riconfezionamento, differenze del prodotto tra i Paesi, doppio prezzo tra mercato e limitazione delle forniture da parte delle imprese farmaceutiche. Come abbiamo accennato prima, queste ultime sono le uniche che hanno avuto un effetto. Per il resto, bisogna affidarsi a una comunicazione ufficiale della Commissione EU emessa a fine 2003 che tenta difare chiarezza su molti aspetti controversi dell’importazione parallela dei farmaci.

Come si sta evolvendo la situazione?
I produttori stanno negoziando con le varie istituzioni pubbliche competenti per l'attività regolatorie dei farmaci, come AIFA, prezzi di listino più simili tra i vari paesi, in modo da rendere meno redditizia l'esportazione del mercato parallelo e questo dovrebbe portare a una diminuzione dell'effetto che abbiamo descritto. Per quanto riguarda, invece, la tracciabilità dei prodotti, si potrebbe fornire le vecchie etichette dei prodotti che vengono esportati all’AIFA, perché svolga un tracking e capire il volume del mercato. In questo potrebbe contribuire anche l'utilizzo delle bolle doganali per capire esattamente cosa e dove si esporta e altre forme di tracking fisico sui loro prodotti che dovrebbero partire direttamente dalle aziende farmaceutiche.

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