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Ma io non ho nulla da nascondere

Perché è sbagliato credere di non avere nulla da nascondere online

Il documentario 'Nothing to Hide' ci sbatte letteralmente in faccia gli effetti e le conseguenze della sorveglianza sui singoli cittadini.

Riccardo Coluccini

Riccardo Coluccini

Immagini: Marc Meillassoux

Parlando di privacy e dei pericoli della sorveglianza di massa vi sarà sicuramente capitato di sentire qualcuno dire che "Se non hai nulla da nascondere allora non hai nulla di cui preoccuparti." È la più classica delle frasi, ed è anche la tesi anti-privacy più difficile da mettere in discussione tanto è vaga e priva di significato.

ll documentario Nothing to Hide nasce proprio a partire da questa necessità: riesce perfettamente a sbatterci in faccia gli effetti e le conseguenze della sorveglianza sui singoli cittadini.

Nel film, lo smartphone e il computer del protagonista vengono infettati con un software di sorveglianza e vengono così raccolti tutti i metadati delle sue attività online. Chi ha contattato, dove lo ha fatto, quando lo ha fatto, e così via. Tutti questi dati vengono analizzati per capire per capire il suo stile di vita, i suoi interessi, ed estrapolare qualunque tipo di dato personale possibile.

Il documentario è diretto dal giornalista Marc Meillassoux ed è il prodotto di una campagna di crowdfunding — dal 4 ottobre è liberamente disponibile online con licenza Creative Commons. Nella sua semplicità, la tesi del "nulla da nascondere" è uno degli ostacoli più impegnativi nella battaglia per la privacy: per capire meglio cosa si può fare per sconfiggerla, abbiamo parlato con il regista Marc Meillassoux.

La seguente intervista è stata editata per necessità di spazio e chiarezza.

Motherboard: Cosa ti ha spinto a girare questo documentario? Meillassoux: Quando ci sono state le rivelazioni di Edward Snowden ne sono rimasto molto colpito, ma all'epoca non ero un esperto di tecnologia. Nel 2015 però ho scoperto i Cryptoparty — workshop liberi dedicati alla privacy online — e ho iniziato a partecipare a quelli di Berlino. Da quel momento, ho appreso un po' di più sui temi della sicurezza digitale e della privacy, così, ho cercato di coinvolgere anche i miei conoscenti e familiari. Purtroppo, però, la risposta che ricevevo da loro era sempre: "non mi interessa, sono una persona qualunque, possono controllare quello che vogliono, non ho nulla da nascondere."

E per uscirne, ho capito che sarebbe stato necessario passare per vie diverse da quelle del giornalismo scritto. Alla fine, avrebbero letto gli articoli solamente le persone che si preoccupavano già di questi temi. Al contrario, sarebbe stato utile avere qualcosa da vedere online liberamente disponibile per tutti — a quel tempo c'erano pochi contenuti disponibili online.

Archivi di Google. Per gentile concessione di Marc Meillassoux.

Perché è così complicato comprendere il valore della privacy?
La privacy è un concetto astratto che non sembra avere ripercussioni tangibili, inoltre c'è un errore di interpretazione del concetto di nascondere qualcosa: quando le persone affermano "non ho nulla da nascondere" vogliono dire che non hanno commesso nulla di sbagliato. Associano la segretezza al reato, che è un'interpretazione imprecisa. Nascondiamo tutti delle cose ai nostri capi. Non diremmo le stesse cose che diciamo alle nostre partner anche agli esattori delle tasse. È una cosa sbagliata? No. Potrebbe essere usata contro di noi? Sì. Le informazioni sono potere e possono essere sfruttate.

Nel tuo documentario mostri gli effetti concreti della sorveglianza su Mister X, quanto è importante questo aspetto quando si parla di privacy?
Mister X è un buon esempio di qualcuno che pensava di "non avere nulla da nascondere": è un talentuoso artista e musicista, che pensa criticamente e ha una mentalità aperta. Utilizza i social media per comunicare e non aveva la minima idea di come i suoi dati potessero essere abusati.

Tracker. Per gentile concessione di Marc Meillassoux.

Quando si trova davanti le analisi dei suoi metadati rimane particolarmente colpito, ed abbiamo dovuto persino tagliare alcune scene come, ad esempio, quella che includeva il suo social graph perché mostrava il ruolo delle persone con cui è in contatto: era possibile distinguere i familiari, gli amici, i contatti di lavoro, e persino le sue relazioni affettive.

Ci sono anche altri particolari su cui non abbiamo rivolto molto l'attenzione, ad esempio, il fatto che per 48 ore consecutive non abbia dormito: con questi dati, aziende di assicurazioni e banche potrebbero credere che ci sia qualcosa di particolare nel suo stile di vita e prendere decisioni di conseguenza.

Un'altra cosa a cui né lui né molte altre persone pensano: con i dati di geolocalizzazione è possibile vedere, ad esempio, se si rispettano i limiti di velocità, così ti trovi alle 3 di mattina a guidare la tua auto convinto che nessuno ti stia guardando ma queste informazioni possono essere interpretate in modi diversi da qualche soggetto privato o pubblico.

Mister X apprende tutto quello che rilevano i suoi metadati. Per gentile concessione di Marc Meillassoux.

La retorica del "non avere nulla da nascondere" distruggerà la nostra privacy?
Quando vedo lo scenario attuale, con le aziende di tecnologia che continuano a spingere sulla vendita dei nostri dati, penso che per la privacy saranno tempi duri. Però, ad esempio, con le proiezioni del mio documentario ho notato l'interesse degli spettatori, molti dei quali sono rimasti stravolti scoprendo la gravità della situazione ed erano disposti ad agire. Le persone vogliono parlare di questi temi, molti sentono che c'è qualcosa che non va. Si sta creando una coscienza intorno a queste problematiche ed i leader europei sembrano cominciare a capirlo e ad agire di conseguenza.

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