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Come usare internet sulla cima dell’Everest

Daniel Oberhaus

Daniel Oberhaus

Un viaggio nel campo base dell'Everest per capire come la tecnologia sta cambiando la vetta più alta del mondo.

Era la mattina del 10 maggio. Mi trovavo in una casa da té a Dingboche, un remoto villaggio nepalese a circa due giorni di cammino dal campo base del Monte Everest; sorseggiavo caffè istantaneo, guardavo il sole sorgere dietro i picchi innevati dell'Himalaya e scrollavo la mia news feed di Facebook con la rete Wi-Fi Everest Link.

La mia guida, Bishnu, controllava le previsioni meteo del giorno sul suo smartphone. Sebbene non ci fosse una nuvola in cielo, mi disse che era prevista neve più tardi nel pomeriggio. Ero scettico, ma lui disse che sarebbe stato meglio partire al più presto.

Mentre infilavamo l'attrezzatura dentro i nostri zaini, Bishnu mi ha avvisato che la nostra prossima meta non era connessa a Everest Link. Ho mandato un paio di messaggi su WhatsApp ad amici, per avvisarli che non sarei stato raggiungibile per qualche giorno, e ho spento il telefono. L'avrei acceso nuovamente solo al campo base, all'ombra della cima più alta del mondo.

***

Nell'oscurità della notte del 10 maggio 1996, prima dell'alba, un gruppo di trentasei scalatori partiva dal Campo IV, l'ultimo grosso campo prima della sommità del Monte Everest. I membri di queste squadre di spedizione erano nelle mani di due dei più capaci ed esperti alpinisti del mondo, Rob Hall e Scott Fischer.


Per la fine della giornata, la maggior parte dei componenti delle squadre di Hall e Fisher si erano trovati sulla vetta del mondo. Ma al ritorno, scendendo dalla montagna, furono presi alla sprovvista da una tormenta. Al termine della bufera, otto membri della spedizione risultavano dispersi o furono dichiarati morti, compresi Hall e Fischer. Fu il giorno più tragico nella storia della montagna fino ad allora.

Il memoriale di Scott Fischer in un cimitero dedicato agli scalatori che hanno perso la vita sull'Everest. Foto: Daniel Oberhaus

Esattamente 20 anni dopo, Bishnu e io abbiamo raggiunto la vetta di un crinale e abbiamo camminato attraverso una radura coperta da monumenti di roccia e bandiere di preghiera tibetane—un memoriale per le centinaia di alpinisti che hanno perso la vita sull'Everest. Mentre ci riposavamo, ha raggiunto il crinale un gruppo di camminatori con al collo ingombranti fotocamere DSLR. Si sono fatti dei selfie con i loro iPhone domandandosi ad alta voce quale filtro di Instagram meglio rappresentasse l'atmosfera del posto.

Di riflesso, ho iniziato a lamentarmi della nostra riluttanza a disconnetterci. Il fatto che non riuscissimo ad abbandonare il mondo digitale neppure in una delle aree più sperdute del pianeta mi sembrava soffocante, e in qualche modo faceva sembrare il cimitero himalaiano in cui ero seduto meno reale. Ma mentre una leggera neve iniziava a scendere—proprio come l'app di Bishnu aveva predetto—non ho potuto fare a meno di chiedermi: se Fischer e colleghi avessero avuto accesso alla tecnologia odierna nel 1996, si sarebbero potuti salvare?

EVEREST ANALOGICO

Nel 1953, Edmund Hillary e Tenzing Norgay divennero le prime persone ad arrivare in cima al Monte Everest.

Al tempo, e nel periodo successivo, le comunicazioni erano, comprensibilmente, poco sofisticate. Dei podisti nepalesi consegnavano fisicamente i messaggi tra l'Himalaya e la capitale del Nepal, Kathmandu: un viaggio di oltre 64 chilometri su terreno accidentato. Non era insolito aspettare due settimane per ricevere una risposta.

Sulla montagna vera e propria, le spedizioni usavano le radio per comunicare. La squadra di Hillary usava un'unità radio di circa due chili, un peso non indifferente per alpinisti abituati a portare sulle spalle 10-15 kg. A oggi, le radio sono ancora il principale strumento di comunicazione per gli scalatori, ma ora le unità sono abbastanza piccole da entrare in tasca, e riescono comunque a reggere le condizioni meteo estreme della montagna.

"Non credo che la tecnologia abbia cambiato l'alpinismo di una virgola fino al 1996, perché non ce n'era lì in cima."

Alla metà degli anni '90, i cellulari satellitari per la prima volta cominciarono a connettere realmente gli scalatori sull'Everest al mondo esterno. Se avete un qualche tipo di familiarità con l'aspetto dei telefoni satellitari nei primi anni '90, sapete che descriverli come "portatili" è un divertente eufemismo. Un buon esempio è l'Inmarsat Mini-M, che fu accolto come rivoluzionario per la tecnologia dei telefoni satellitari quando fu distribuito all'inizio degli anni '90, ed era ancora delle dimensioni di un grosso laptop.

Mike Trueman, un alpinista professionista dal Regno Unito, ricorda i giorni ancora analogici dell'Everest. Ha iniziato la sua carriera da scalatore nell'esercito inglese alla fine degli anni '60, e a un certo punto ha iniziato ad addestrare i suoi commilitoni alle abilità necessarie a sopravvivere su alcune delle montagne più pericolose del mondo. Mike ha affinato queste conoscenze alpinistiche durante i 20 anni in cui ha lavorato sull'Himalaya come ufficiale del Gurkha, l'unità nepalese dell'esercito britannico il cui motto è "Meglio morire che essere un codardo." Oggi dirige una compagnia che si occupa di escursioni per ragazzi fuori dal Regno Unito.

Sebbene abbia passato decenni e lavorare e scalare all'ombra dell'Everest, Trueman ha non mai tentato di scalare la montagna fino alla primavera del 1996. Il 10 maggio, solo nove giorni dopo il suo 44esimo compleanno, si stava rilassando al campo base quando via radio arrivò la notizia che le squadre di Rob Hall e Tom Fischer avevano incontrato serie difficoltà nella discesa della montagna. Anche se Trueman si trovava al campo base come alpinista civile, gli venne chiesto di sfruttare la sua esperienza nell'esercito per coordinare i tentativi di soccorso dal Campo II, il secondo dei quattro rifugi che costellano il sentiero verso la cima dell'Everest.

Uno sherpa lascia il campo base dell'Everest. Foto: Daniel Oberhaus

L'esperienza di Trueman si rivelò fondamentale per soccorrere i superstiti delle spedizioni di Hall e Fischer, e fu fortunato a poter contare sui telefoni satellitari, per quanto ingombranti.

"Nel '96 l'utilizzo dei telefoni satellitari nelle spedizioni alpine era agli albori," ci ha detto Trueman. "Almeno il 50 per cento delle squadre più importanti sull'Everest iniziò a usare i telefoni satellitari per la prima volta quell'anno. I gruppi di Scott Fischer e Rob Hall avevano comunicazioni incredibilmente buone per il tempo—le migliori sulla montagna—e questo ci permise di parlare con tutti sull'Everest durante il recupero."

Secondo Trueman, il 1996 fu uno strano anno per l'Everest, non solo a causa della tragedia di Hall e Fischer, ma anche perché, per la prima volta, l'influenza della tecnologia digitale sulla montagna poté essere percepita. Per Trueman, la ragione è ovvia: "Non credo che la tecnologia abbia cambiato l'alpinismo di una virgola fino al 1996, perché lì in cima non c'era."

I telefoni satellitari permettevano agli scalatori di ricevere bollettini meteo per la montagna per la prima volta. Ma anche questa novità, quasi rivoluzionaria, aveva dei limiti: quelli della scienza.

"I bollettini meteo erano così inaccurati che spesso scherzavamo sul fatto che ci stessero mandando quelli di un'altra montagna," dice Trueman. "Per quanto ricevere i bollettini direttamente al campo base fosse una novità per l'alpinismo, era abbastanza irrilevante, perché nessuno ci si affidava troppo."

Per molti versi, l'accesso a bollettini meteo poco affidabili era più pericoloso che non averne per nulla. Poteva portare un falso senso di sicurezza ai gruppi di spedizione, che altrimenti sarebbero stati più cauti sui rischi da prendere, oppure portarli a ignorare completamente i bollettini, vista la loro comprovata inesattezza.

A questo proposito, le spedizioni di Hall e Fischer sono un utile esempio. Gli era stato fornito un bollettino che prevedeva una forte tempesta a partire dall'8 maggio, tempesta che avrebbe raggiunto il suo picco l'11 maggio. Vedendo una schiarita, decisero di approfittarne e tentare la salita, solo per poi scendere e ritrovarsi nel mezzo della tempesta mentre raggiungeva il suo apice.

Negli ultimi dieci anni, la montagna ha visto l'arrivo del segnale per i cellulari e Wi-Fi. Anche la meteorologia è molto migliorata da allora. Adesso gli elicotteri possono atterrare sulla vetta, i sistemi di ossigenazione sono diventati così efficienti che anche gli ottuagenari possono scalare la montagna, e i dispositivi GPS possono trasmettere la nostra posizione in tempo reale sui social media.

Gli effetti di queste innovazioni tecnologiche ci hanno portato lontano, ma rimangono ambigui. Hanno salvato infinite vite, ma hanno anche reso la montagna così accessibile che adesso ci sono ingorghi mortali sulla cima.

Una cosa, comunque, è certa: l'Everest è diventato high tech, e non c'è via di scampo.

E-VEREST

La rete Everest Link Wi-Fi che usavo a Dingboche per guardare Facebook è supportata dall'omonima compagnia nepalese, fondata dell'imprenditore IT Tsering Gyaltsen nel 2012.

La nascita della compagnia di "internet estremo" di Gyaltsen risale al 2001, quando lui e un gruppo di giovani imprenditori nepalesi fecero partire un servizio di internet provider chiamata Namche Technical Support, con l'obiettivo di portare, finalmente, internet alla regione dell'Everest.

Nel 2003, raggiunsero i loro scopi e crearono il primo "cyber café" al campo base: una tenda di 60 metri quadri popolata da una manciata di laptop connessi al satellite. Gli scalatori potevano pagare la considerevole cifra di $2,500 per avere accesso a internet per la durata della loro spedizione, oppure la tariffa di $1 al minuto.

Immagine: Sarah MacReading/Motherboard

Il cafè, tuttavia, ha avuto vita breve. La rivolta maoista che fomentava la guerra civile in Nepal da oltre sei anni aveva già fatto saltare in aria l'unica torre a microonde che collegava la regione al resto del mondo nel 2001. Nel 2004, ci ha detto Gyaltsen, i maoisti hanno iniziato a prendere di mira le infrastrutture del Namche Technical Support e la compagnia ha interrotto le sue attività sull'Everest.

Nel 2012, dopo che Gyaltsen e i suoi colleghi ebbero visto abbastanza turisti tornare nell'area devastata dalla guerra, la compagnia fu ripristinata come Everest Link. Dopo due anni passati a raccogliere fondi e costruire, nel 2014 Everest Link riuscì a rendere la rete wireless disponibile per tutto il tragitto da Lukla, il villaggio in cui atterrano la maggior parte degli scalatori all'inizio della stagione, e il campo base. La rete si estende per più di 100 km di territorio montano.

Questa notevole prodezza ingegneristica è stata portata a termine con una serie di hotspot Wi-Fi connessi tra loro attraverso ripetuti collegamenti da punto a punto che alla fine si collegano alla rete globale via dorsale—collegamento tra due router di smistamento dati più piccoli—nel nord dell'India. I ripetitori che rendono realizzabile Everest Link sono per la maggior parte installati su vette, e l'intero network è alimentato esclusivamente da energia solare.

Un adesivo che pubblicizza un hotspot Everest Link in una casa da tè a Gorak Shep, il punto di partenza per il campo base dell'Everest. Foto: Daniel Oberhaus

Sebbene il Wi-Fi sia disponibile solo da poco più di un paio d'anni nella regione Khumbu, l'arrivo di internet a un costo accessibile sulla montagna risale al 2010, quando una compagnia di telecomunicazioni chiamata NCell effettuò la prima videochiamata dal campo base.

La copertura telefonica era disponibile già dalla metà degli anni 2000 grazie a Nepal Telecom, e anche internet era tecnicamente accessibile tramite costose connessioni satellitari, ma NCell ha alzato la posta in gioco.

Collocando una stazione base 3G circa 150 metri al di sotto del campo base, NCell ha portato copertura telefonica e di dati agli abitanti della Valle di Khumbu, a quelli che lavorano al campo base, e ai circa 40.000 turisti che praticano trekking nella regione dell'Everest ogni anno. Inoltre, ha reso la copertura per telefoni cellulari sulla cima dell'Everest una concreta possibilità, almeno dal versante nepalese della montagna.

Per quanto l'alpinista Rob Baber abbia effettuato una largamente pubblicizzata telefonata da cellulare dalla vetta dell'Everest per una trovata pubblicitaria della Motorola nel 2007, la sua chiamata era processata da una stazione mobile cinese, installata precedentemente quell'anno sul versante tibetano dell'Everest. Con un telefono sotto gestore nepalese non sarebbe stato possibile sfruttare la stazione mobile cinese sulla vetta.

L'arrivo della rete 3G "alta velocità" di NCell in una delle regioni più remote della Terra è stato annunciato come un semi-miracolo. Persino riviste come Outside hanno congetturato che i cellulari potrebbero arrivare a rimpiazzare i telefoni cellulari sull'Everest. Ma a sentire gli alpinisti con cui ho parlato al campo, l'eccitazione era un po' eccessiva.

"Siamo ancora ben lontani dal poter dire che i cellulari rimpiazzeranno i telefoni satellitari," ha detto a Motherboard Alan Arnette, un abile alpinista e prolifico blogger su tutto ciò che riguarda l'Everest. "Il servizio di telefonia mobile è fantastico quando funziona, ma l'anno scorso e quest'anno ho dovuto vagare per tutto il campo base per trovare un segnale decente. Non parlo di 3G, parlo di abbastanza segnale per una chiamata."

Arnette è arrivato per la prima volta all'Everest nel 2002, e sebbene si lamenti dell'inaffidabilità della copertura telefonica al campo base, ci ha detto che ha reso la comunicazione sulla montagna tremendamente più conveniente. Prima dell'arrivo del 3G sull'Everest, accedere a internet richiedeva un terminale capace di connettersi alla costellazione satellitare del Broadband Global Area Network (BGAN) e poteva costare fino a $7 al MB. Le tariffe per le chiamate da telefono satellitare non erano molto meglio, con una media di circa $1 al minuto. Per fare un confronto, NCell offre chiamate sulla sua rete a soli 2 centesimi al minuto e piani tariffari per i dati ad addirittura 1 centesimo al MB—se riesci a trovare campo, tant'è.

La stazione wireless ad hoc di Asian Trekking che permette alla compagnia di connettersi a Everest Link; a destra ci sono due parabole satellitari che forniscono alla compagnia la loro connessione a internet di proprietà. Foto: Daniel Oberhaus

Secondo l'alpinista tunisino Tahar Manai, che ha raggiunto la vetta dell'Everest per la prima volta quest'anno, se vuoi un segnale 3G migliore, tutto ciò che devi fare è arrivare in cima alla montagna più alta del mondo. Questo perché la cima ha una connessione in linea visuale con le stazioni a terra, mentre il campo base no.

"Porto sempre con me il telefono quando salgo, così posso ascoltare la musica," ha detto Manai. "Quando sono arrivato in cima ho iniziato a ricevere un sacco di email e notifiche—non ne ricevi tante neanche al campo base. Sulla vetta avevo un'ottima ricezione."

Facendo un confronto con le reti 3G e le connessioni BGAN che ho testato, ho scoperto che la connessione Everest Link al campo base è abbastanza buona, con una velocità di download di circa 1,5 Mbps. (La rete può arrivare fino a 3Mbps, quando non è usata eccessivamente dagli utenti.) È quindi sufficiente a navigare senza che diventi del tutto frustrante, chiamare gli amici su Viber e guardare un video di YouTube senza troppo buffering, ma non così veloce da supportare app più pesanti, come una diretta live su Facebook. Anche il prezzo della connessione è notevole: per circa $7 ho potuto acquistare una tessera da 100MB al campo base. La maggior parte degli alpinisti, che passa circa due mesi al campo base durante la stagione, preferisce acquistare i dati in blocco, e paga circa $50/GB.

Sebbene fossi impressionato dalla qualità e affidabilità del Wi-Fi a disposizione al campo base, il sistema non è infallibile. Dopo il terremoto di magnitudo 7,8 che ha ucciso più di 8.000 persone in Nepal nel 2015, i servizi 3G di Everest Link e NCell sono andati offline. Anche Huawei e China Mobile, che avevano portato copertura 4G LTE al campo base tibetano nel 2013, non erano un'opzione per gli scalatori, visto che il segnale dal Nepal verso la stazione cinese era bloccato dalla montagna più alta del mondo.

Per gli scalatori al campo, l'unico modo di connettersi con il mondo esterno era attraverso telefono satellitare o con la connessione privata della compagnia di escursioni Asian Trekking. Jelle Veyt, un'alpinista belga che si trovava al campo base l'anno scorso come membro di una spedizione Asian Trekking, ricorda che anche dopo che il sisma aveva distrutto la maggior parte delle infrastrutture di telecomunicazioni nepalesi lui riusciva ancora a connettersi.

Non è riuscito a mandare uno Snapchat dalla vetta del mondo perché il suo telefono si è congelato a -30 gradi a qualche passo dalla cima.

"Grazie ai nostri pannelli solari e alla connessione satellitare, riuscii a parlare con i miei amici e la mia famiglia su Skype dopo il terremoto," ci ha detto Veyt. "Anche se eravamo al campo base e tutto era distrutto, avevamo ancora una connessione internet migliore di più o meno chiunque altro in Nepal."

Come sia Arnette che Veyt hanno sottolineato, il terremoto è servito a ricordare che nonostante l'arrivo di 3G e Wi-Fi sull'Everest, queste tecnologie non sono al punto di rimpiazzare completamente la tecnologia satellitare. "Non puoi realmente affidarti a internet come si dice," ci ha detto ancora Arnette. "Dico sempre a tutti quelli che vanno sull'Everest che se la comunicazione è importante per loro, dovrebbero comunque portarsi un telefono satellitare."

#EVEREST

Il 5 maggio 2011, il noto alpinista Kenton Cool ha raggiunto la vetta dell'Everest per la nona volta. Per celebrare l'occasione, ha fatto ciò che molti di noi fanno quando facciamo qualcosa di cui siamo fieri: lo ha twittato.

"Everest summit no 9!" ("Vetta dell'Everest numero 9!") ha twittato Cool. "1st tweet from the top of the world thanks to a weak 3G signal & awesome Samsung Galaxy S2 handset!" ("Primo tweet dalla cima del mondo grazie a un debole segnale 3G & un incredibile telefono Samsung Galaxy S2!")

L'unico problema di questo momento storico è che Cool non è stato in realtà il primo a twittare dalla vetta dell'Everest. L'onore appartiene realmente all'esploratore polare Eric Larsen, il cui semplice tweet ("Everest summit!","Vetta dell'Everest!") ha preceduto quello di Cool di oltre sei mesi, anche se via satellite invece che da connessione cellulare.

Cinque anni dopo il primo-non-veramente-primo tweet di Cool dalla vetta, l'utilizzo dei social media sul monte Everest è diventato prassi comune. Ciò avviene per merito di innovazioni come SatSleeve, una custodia per cellulare con un antenna che dota ogni iPhone di internet satellitare, così come una connessione internet migliore, supportata da compagnie come Everest Link.

Secondo gli alpinisti con cui ho parlato, la proliferazione dei social media sull'Everest ha un buon numero di benefici: non solo permette agli scalatori di condividere le loro esperienze con famiglia e amici in tempo reale, ma ha anche creato nuove opportunità di ottenere le sponsorizzazioni di cui molti alpinisti hanno bisogno per rendere realtà la loro gara per la vetta.

Tahar Manai (Tunisia) e Jelle Veyt (Belgio) parlano con famiglia e amici al campo base, due giorni dopo aver raggiunto la vetta dell'Everest per la prima volta. Foto: Daniel Oberhaus

Tuttavia, per la generazione più giovane di scalatori—quelli che non possono ricordare la vita prima di internet e hanno avuto la maggior parte delle loro esperienze formative su siti come Myspace —uno dei principali brividi dell'alpinismo è la possibilità di disconnettersi dal nostro mondo saturato dai media.

Jost Kobusch, uno scalatore professionista ventitreenne da Borgholzhausen, Germania, ci ha detto che si è interessato all'alpinismo in giovane età grazie al senso di avventura che prometteva.

"Quando ero giovane vedevo tutte queste riviste di alpinismo e pensavo che le ultime vere avventure sulla Terra fossero quelle escursioni dove vai in alta montagna," mi ha detto Kobush. "Queste montagne erano il posto dove nessuno poteva raggiungerti. Quella era vera avventura. Ma è veramente raro avere una reale avventura oggi perché sai di poter fare una chiamata da dovunque."

I social media permettono agli scalatori di condividere i dettagli di una spedizione con un'intimità senza precedenti—contenuti estremamente preziosi per cui gli sponsor sono disposti a pagare – ma carica anche gli alpinisti di molte aspettative in termini di quantità di materiale che devono produrre durante la scalata. Gli sponsor adesso possono pretendere qualunque cosa, da un post occasionale sul blog a pubblicare su Snapchat la loro intera scalata.

Il secondo caso è quello del fenomeno social più recente dell'Everest, #Everestnofilter. Questa spedizione includeva due scalatori di prim'ordine che hanno tentato di arrivare in vetta senza ossigeno e pubblicando su Snapchat ogni passo del loro viaggio. L'escursione ha anche dato prova dell'enorme domanda di contenuti social generata dagli alpinisti: #Everestnofilter era un costante trend su Twitter, oltre a guadagnare "centinaia di migliaia" di visualizzazioni ogni giorno su Snapchat, a sentire il team.

Due Sherpa controllano le loro email usando un computer del campo base. Foto: Daniel Oberhaus

Adrian Ballinger e Cory Richards, i due alpinisti facenti parte della spedizione #Everestnofilter, ci hanno detto di aver deciso di documentare il loro viaggio su Snapchat per dare uno sguardo crudo, "senza filtri", su ciò che significa scalare la montagna – a differenza di molte storie dell'Everest, che sono accuratamente costruite.

Per la maggior parte di noi, per mandare uno Snapchat basta schiacciare un bottone. Ma per Ballinger e Richards, ciò ha richiesto trascinare 6 chili di equipaggiamento in più sulla montagna – una parabola per internet satellitare, batterie di scorta, e pannelli a energia solare che gli permettessero di avere accesso a internet durante la salita. Considerando che il più degli alpinisti arriva in cima con meno di 11 chili di attrezzatura, si è trattato un notevole carico extra.

Il duo ha anche usato un'app chiamata Strava, che traccia le performance degli atleti attraverso parametri fisiologici e permette loro di condividere le misurazioni con altri. Per molti atleti c'è un aspetto social e competitivo dietro l'uso di Strava, ma per Ballinger e Richards ciò ha significato permettere che la loro performance fosse monitorata da medici negli Stati Uniti che potessero analizzare i dati per determinare quando i due dovessero prendersi una pausa.

Questa potrebbe sembrare una semplice esagerazione, ma Ballinger e Richards speravano di aggiungere i loro nomi alla lista dei poco più di sessanta alpinisti che sono riusciti a scalare l'Everest senza l'aiuto dell'ossigeno. Strava doveva aiutare ad assicurarsi che ritornassero vivi.

Fino al giorno della scalata in vetta, sembrava che Ballinger e Richards fossero destinati al successo nella loro impresa senza ossigeno – ma mentre raggiungevano la cima, Ballinger si è dovuto fermare quando ha iniziato a farfugliare mentre soccombeva al mal di montagna. Richards ha tenuto duro ed è riuscito ad arrivare in vetta, anche se non è riuscito a mandare uno Snapchat dalla vetta del mondo perché il suo telefono si è congelato a -30 gradi a qualche passo dalla cima.

"Il giorno della vetta è stato intenso," ha detto Richards. "Adrian è dovuto tornare indietro, io ero da solo e ho passato solo tre minuti sulla cima. La priorità assoluta era la sicurezza e scendere il prima possibile."

SALVATI DAL METEOROLOGO

Michael Fagin, che vive a Seattle e non è mai stato sull'Himalaya, non è il tipico meteorologo. Quando non sta gestendo Everest Weather (uno dei pochi servizi meteo al mondo dedicato alla montagna), Fagin si occupa di meteorologia forense, aiutando a determinare se il clima ha contribuito alla morte delle persone – e fa tutto ciò senza una laurea in meteorologia.

Tuttavia, nonostante la sua mancanza di qualifiche ufficiali, dozzine di alpinisti stipulano contratti con Fagin per i suoi bollettini meteo a ogni stagione, affidandosi molto all'esattezza delle sue previsioni per il successo delle loro escursioni – e anche per la loro sicurezza. La ragione dietro la loro scelta è semplice: Fagin sa il fatto suo.

Fagin, che ha lavorato nelle vendite fino ai cinquant'anni, è stato sempre affascinato dal meteo. Quando iniziò a scalare sulla Catena delle Cascate, si fece catturare dalla complessità del clima montano. Deciso ad ottenere previsioni meteo migliori per le sue scalate, Fagin iniziò ad assistere alle lezioni di meteorologia dell'Università di Washington e a ordinare copie via fax di bollettini meteo, che spargeva poi sul suo pavimento e studiava per ore ogni sera.

Nel 2003, il cinquantesimo anniversario della vetta di Hillary e Tenzing, Fagin ha lanciato Everest Weather mandando i suoi bollettini ad alcune spedizioni, gratis. Al tempo, le previsioni meteo ricevute dagli alpinisti sull'Everest erano poco meglio di quelli praticamente senza fondamento che Trueman riceveva nel 1996 – ma Fagin si rivelò essere così accurato che l'anno seguente qualcuna di quelle spedizioni tornò, e volle sapere se avesse intenzione di rifarlo. E così nasceva Everest Weather.

Un membro dello staff tecnico della squadra cinese Youku monitora l'ascesa del gruppo sulla montagna. Foto: Daniel Oberhaus

Secondo Fagin, la meteorologia è progredita rapidamente nell'ultimo decennio grazie a una migliore modellizzazione 3D; il miglioramento deriva dalla grande quantità di dati e immagini satellitari disponibile gratuitamente online. Tuttavia, l'Everest rimane un soggetto impegnativo, meteorologicamente parlando, per vari motivi.

Innanzitutto, non c'è nessuna stazione base che fornisca la situazione meteo dalla vetta, per cui i meteorologi spesso non hanno modo di verificare le loro previsioni. Inoltre, l'altezza dell'Everest obbliga Fagin e altri meteorologi dell'Everest a tenere conto delle oscillazioni nella fortemente variabile corrente a getto, che detta la maggior parte dell'andamento metereologico dell'Everest e crea un microclima intorno alla montagna. Come dice Fagin, "la montagna fa il proprio tempo," il che può rendere formulare previsioni su un andamento meteorologico in macroscala incredibilmente difficoltoso.

Strumenti di comunicazione migliori hanno sostenuto la qualità delle previsioni di Fagin, comunque, permettendogli di comunicare con le squadre per messaggio o per telefono durante la loro ascesa. I gruppi poi verificano la previsione di Fagin entro qualche ora, dandogli un vantaggio anche sui meteorologi nepalesi locali a Kathmandu, che sono spesso lasciati senza alcun modo di verificare l'accuratezza dei loro bollettini.

Fagin ha ricordato uno scambio che ha avuto con un team di alpinisti quest'anno, quando programmavano di raggiungere la vetta mentre una tempesta iniziava a formarsi nel golfo del Bengala. La squadra aveva precedentemente ricevuto previsioni meteo inesatte da un'altra fonte, perciò sono passati a Fagin su consiglio di un altro alpinista.

"Il servizio di telefonia mobile è fantastico quando funziona, ma l'anno scorso e quest'anno ho dovuto vagare per tutto il campo base per trovare segnale decente. Non parlo di 3G, parlo di abbastanza segnale per una chiamata."

"Nessun cambiamento nelle previsioni che vi abbiamo appena mandato, ma vi volevamo avvisare che [Joint Typhoon Warning Center] ha appena potenziato la turbolenza tropicale nel golfo del Bengala come 'possibile formazione di un significativo ciclone tropicale'," ha scritto agli alpinisti. "Questo è un potenziamento importante."

La tempesta ha continuato a crescere in intensità nel golfo, mentre Fagin vedeva i venti prendere velocità sui suoi strumenti, ma non ha ricevuto notizie del gruppo per altri cinque giorni. Poi una mattina presto ha ricevuto un messaggio dalla squadra: avevano raggiunto la vetta, ma era molto freddo e qualcuno del gruppo aveva i geloni. Il vento aveva iniziato a soffiare intorno alle 3 am, e aveva raggiunto l'apice a mezzogiorno – circa 50-60 km/h, avevano stimato. Esattamente come predetto da Fagin.

"E questo è il motivo per cui passerò a te [per le previsioni] l'anno prossimo," ha scritto in risposta uno degli alpinisti.

EVACUAZIONI

Comunicazioni migliori. Previsioni meteo più accurate. Abbigliamento ultraleggero che previene i geloni. Sistemi di ossigenazione estremamente migliorati.

Tutti questi progressi hanno drasticamente migliorato il tasso di sopravvivenza sull'Everest, rendendo l'ascesa più sicura e più confortevole per gli alpinisti. Comunque, ha anche reso la montagna accessibile a molti più scalatori, parecchi dei quali non hanno una seria esperienza come alpinisti e cercano di compensare questo deficit affidandosi alla tecnologia.

Rendere la montagna accessibile a così tante persone può portare a un traffico intenso sulla vetta, con molte centinaia di persone che cercano di raggiungere la cima nei pochi giorni di ogni stagione in cui il tempo è abbastanza bello.

Ciò significa che gli scalatori si ritrovano a passare parecchie ore aspettando il loro turno di raggiungere la vetta, il che può essere un problema quando la sala d'attesa è un'area della montagna conosciuta come la zona della morte – nel 2012, 4 scalatori sono morti in un singolo giorno nei pressi della cima a causa del sovraffollamento.

Inoltre, quando succede un casino, questi alpinisti mancano delle conoscenze alpinistiche per improvvisare.

Fortunatamente per questi scalatori, anche la tecnologia di soccorso ha fatto qualche notevole progresso negli ultimi anni.

Un elicottero atterra al campo base per evacurare gli scalatori con un forte mal di montagna a Kathmandu. Foto: Daniel Oberhaus

Ogni singolo giorno al campo base, si possono vedere arrivare mezza dozzina o più elicotteri che fanno frastuono nella valle di Khumbu, girano intorno al campo, e gentilmente toccano una delle due elisuperfici rocciose allestite nel campo. In genere, questi elicotteri consegnano cibo o altri generi di prima necessità per gli alpinisti dell'Everest, ma gradualmente hanno anche iniziato ad avere un altro ruolo cruciale sulla montagna: evacuare gli scalatori feriti e malati.

Grazie ai solidi miglioramenti di progetto dell'Eurocopter B3, lo stesso modello di elicottero che ha fatto la storia atterrando sulla vetta dell'Everest nel 2005, adesso è routine per gli alpinisti essere evacuati dal campo base (situato a circa 5.300 m), e i recuperi dai Campi I e II (a 6.000 e 6.400 metri, rispettivamente) stanno diventando sempre più comuni. Nel 2013, il modello B3 è stato messo alla prova come mai prima quando l'alpinista canadese Sudarshan Gautam, troppo esausto per continuare la discesa, collassò a 7.000 metri. Usando una corda, l'equipaggio dell'elicottero riuscì a recuperare Gautam da dove era caduto. È stato il salvataggio più ad alta quota della storia.

Comunque, i soccorsi via elicottero sull'Everest sono estremamente tecnici e pericolosi anche ad altitudini molto più basse. Dal 1990 ci sono stati più di 40 incidenti che coinvolgessero elicotteri e aerei nella regione dell'Everest, che hanno portato alla morte di più di 300 piloti e alpinisti – come con le altre tecnologie, i soccorsi con elicotteri possono essere una manna dal cielo per gli scalatori in situazioni spinose, ma fare affidamento su di loro può avere un prezzo molto alto.

Per la sfortunata spedizione di Hall e Fischer nel 1996, tutte le morti sono avvenute a o oltre i 7.900 metri. In una situazione come questa, una migliore tecnologia di soccorso sarebbe stata inutile. Tutti gli alpinisti che perirono nella forte tempesta morirono in seguito a cadute o esposizione agli elementi, cose che neanche la migliore attrezzatura da scalata di oggi avrebbe potuto evitare. La loro rovina era destino già giorni prima del loro tentativo di raggiungere la vetta, scritta in informazioni meteo inesatte. Tuttavia, altri progressi tecnologici a disposizione degli alpinisti oggi, specialmente previsioni meteo più accurate, avrebbero potuto tranquillamente salvare le vite di otto scalatori quel tragico giorno del 1996, semplicemente trattendendoli dal salire in vetta.

IL FUTURO DELL'EVEREST È IPERREALE

Kobusch, l'alpinista ventitreenne tedesco, ha una regola contro il postare su Facebook durante la scalata. Quando abbiamo parlato, mi ha detto di quando ha deciso di infrangere questa regola durante la sua ultima escursione ad Annapurna e ha comprato un SatSleeve per il suo telefono. Ma quando è arrivato sulla montagna, la tecnologia lo ha tradito.

"Ho finito per non avere internet per 48 giorni," ci ha detto Kobush. "All'inizio mi mancava un po' e mi sentivo in colpa perché non potevo postare niente per le persone che stavano seguendo la spedizione. Ma d'altra parte, mi sono sentito molto lontano dalla civiltà, ed è stata una bella sensazione. Quando ti porti dietro i social media, guardi alla tua esperienza attraverso ciò che posti. È un'esperienza più pura, se aspetti a processarla una volta arrivato al campo base."

L'alba sull'Everest. Foto: Daniel Oberhaus

Sulle colline sotto Lukla, il villaggio dove la maggior parte degli alpinisti si imbarca su un aereo che li riporti nella capitale del Nepal, la vita diventa sempre più tecnologicamente primitiva. Non c'è internet, la copertura telefonica è scadente, e anche solo avere elettricità è l'eccezione più che la regola.

Mentre io e Bishnu guadavamo merda d'asino fino alle caviglie in questa foresta subtropicale dopo cinque giorni al campo base, era difficile non stupirsi del fatto che solo qualche chilometro più a nord ci fossero router Wi-Fi montati in cima alle stesse scale usate per attraversare crepacci senza fondo, e alpinisti che raccontavano le loro esperienze in vetta alla loro famiglia su Skype.

Nella foresta, ho potuto sentire un po' di quel brivido da disconnessione di cui parlava Kobush. Comunque, quelli di noi che possono scalare l'Everest solo attraverso i post di gente come Kobush non si devono preoccupare di una carenza di contenuti sull'Everest, anche se sempre più alpinisti optano per una scalata senza internet. Grazie alla compagnia di realtà virtuale islandese Solfár, l'Everest potrebbe venire da voi tra qualche tempo.

Usando quasi 10.000 immagini dell'ambiente dell'Everest fornite dalla compagnia di animazione islandese RVX, Everest VR ha rappresentato l'esperienza di scalare l'Everest in inediti dettagli fotorealistici. I designer di Everest sono stati capaci di fare ciò usando una tecnica conosciuta come fotogrammetria, che essenzialmente usa dei supercomputer per ricreare foto come oggetti 3D.

"Quando sono arrivato in cima ho iniziato a ricevere un sacco di email e notifiche."

Gli utenti saranno in grado di farsi strada tra cinque momenti chiave vissuti dagli alpinisti sulla strada per la vetta, come l'offerta del puja al campo base (durante cui scalatori e Sherpa chiedono all'Everest la sua benedizione per la loro scalata), camminare su scale a pioli attraverso i crepacci del Khumbu, e lasciare il Campo IV nel bel mezzo della notte per dirigersi in vetta. Secondo Khartan Emilsson, uno dei cofondatori di Solfár, Everest VR è così realistico che è riuscito a far venire la pelle d'oca anche a quelli che hanno scalato la vetta IRL.

Emilsson ci ha detto che in parte questo succede perché Everest VR fornisce un'esperienza che non puoi avere neanche sulla vera montagna. Quando gli utenti scalano l'Everest in realtà virtuale possono rimanere sulla vetta quanto vogliono, e vedere il mondo cambiare con loro.

Rimanendo sulla vetta abbastanza a lungo si può vedere il tramonto e la catena dell'Himalaya illuminata dalla luna – un'esperienza che molti alpinisti (che si devono limitare a solo qualche minuto sulla vetta del mondo a causa della mancanza di ossigeno e le condizioni meteo estreme) non potrebbero mai avere. Inoltre, ci ha spiegato Emilsson, gli scalatori solitamente sono esausti e un po' confusi dalla mancanza di ossigeno quando arrivano in cima, perciò Everest VR permette loro di rivivere l'esperienza a mente fresca.

In questo senso, Everest VR è fedele al dichiarato intento di Emilsson e soci di portare la gente in "posti impossibili". Permettendo agli utenti di fare esperienza dell'Everest in un modo che rimane inaccessibile persino alla maggior parte degli scalatori, Solfár ha reso l'esperienza di scalare l'Everest più reale della realtà – in una parola, iperreale.

Questi sono i due estremi opposti per il possibile futuro dell'Everest: una montagna resa iperreale da tecnologia all'avanguardia, e una montagna la cui "realitudine" viene vissuta sempre di più dagli alpinisti che la rifiutano.