​Il ‘popolo del Web’ non sa usare il web

Il dibattito sulla vicenda Tiziana Cantone ha reso chiaro quanto in Italia l'educazione all'utilizzo degli strumenti del web sia ancora incredibilmente indietro.

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15 settembre 2016, 3:02pm

Pochi giorni fa è morta suicida Tiziana Cantone, la donna ritratta in alcuni video amatoriali a sfondo sessuale che—diffusisi sul web—la avevano portata alla depressione e al ricorrere a misure piuttosto drastiche, come il cambio di città e identità, nel tentativo di estraniare la propria persona da quel video.

La storia la conoscete tutti, quindi cercherò di essere breve: Tiziana Cantone viene ripresa in un momento intimo, il video finisce online e la cosa si conclude con una buona percentuale di italiani che incamera e amplifica il meme del "Stai facendo un video? Bravo."

Lei non vive particolarmente bene la cosa: la sua faccia e il suo nome vengono associati esclusivamente a quel video e a quel meme, la gente la insulta e perde le sue relazioni sociali. Tenta di porvi rimedio: intenta una causa contro diversi blog, testate giornalistiche, social network e piattaforme di distribuzione di video pornografici—Dopo l'iter legale, si ritrova 20.000€ di spese processuali a carico. Infine, pochi giorni fa, si impicca.

La notizia viene data dalle principali testate e blog come da prassi: Tiziana e la pistola cieca dei social, Lo specchio disumano della rete, Le vite bruciate dalla rete, Gli orrori quotidiani della rete, I social network hanno il potere di uccidere—Potrei andare avanti per parecchio.

La stampa decide di generalizzare: lo fa da sempre, specie quando si tratta di web—E non è la prima volta che questa pratica infastidisce, be', il popolo della rete. Nella vicenda Cantone però c'è un fattore in più: accettare la generalizzazione significa accettare di aver, in qualche modo, partecipato al suicidio della ragazza. Hai mai guardato quel video? Ne hai riso con degli amici? Hai ripetuto "Stai facendo un video? Bravo."? È anche un po' colpa tua, allora. No?

Così si è levata un'altra voce: quella che ripudia la generalizzazione della stampa e che non accetta di essere messa al pari di chi insultava Cantone per strada o di chi giustificava l'accaduto dicendo che "se l'era andata a cercare". È vero, non mi sta bene che la stampa generalista sfrutti una sineddoche spicciola e mi (ci) includa nello stesso insieme di chi sta dando della "zoccola" a Tiziana Cantone. Questa dinamica di "rifiuto della colpa" è già emersa in passato su fenomeni di portata globale: il movimento #blacklivesmatter ha generato quello di #alllivesmatter, il fenomeno di attivismo sulla violenza di genere #allwomen ha generato, in risposta, quello di #notallmen.

Questo ulteriore dibattito (siamo già al "secondo" livello: abbiamo superato il dibattito su Cantone, ora stiamo parlando dei giornali che scrivono di Cantone) però rischia di dimenticarsi di una cosa fondamentale: non è la lotta alla generalizzazione mediatica che eviterà il ripetersi di casi come questo, perché la realtà è che in un certo, complicato, senso è stato davvero il web a uccidere Tiziana Cantone. Ora mi spiego, calma.

Credo che isolare la colpa alla meschinità umana (che in questo caso è indubbiamente emersa) sia ingenuo, perché non permette di guardare al passaggio chiave che ha effettivamente portato la vicenda Cantone a trasformarsi in una tragedia. Questa volta—come mille altre nel recente passato—la meschinità umana è stata amplificata da una tecnologia, quella dei social network, di cui non abbiamo ancora compreso il reale potere comunicativo. La comunicazione su internet non gioca la stessa partita della comunicazione nella vita reale: si tratta di un livello di diffusione superiore in senso spaziale—Supera i confini delle piazze, delle cittadine e delle regioni per raggiungere in un colpo solo tutta la popolazione.

"La tutela di una persona che finisce in un meccanismo del genere è praticamente impossibile."

Un comizio in una grossa piazza raggiungerà al massimo qualche migliaio di persone; invece, un video virale con tutti i requisiti in ordine può sfiorare milioni di italiani nell'arco di pochi giorni, come nel caso di Tiziana Cantone. Ignorare questa abissale differenza tra i due tipi di medium comunicativi rischia di produrre danni ancora più grandi: non solo gli stronzi che a partire da un video come questo effettueranno azioni di molestia ci saranno sempre, ma continuando a credere che la piazza dei social network sia un'estensione della nostra socialità tradizionale non ci permetterà mai di adattare il nostro registro in maniera consona.

In un'intervista rilasciata oggi a La Stampa, il Garante per la privacy ha giustamente ammesso che "Possiamo parlare della maggiore o minore efficacia degli strumenti, della lentezza dei giudici o degli organi di controllo, però bisogna anche essere onesti: la tutela di una persona che finisce in un meccanismo del genere è praticamente impossibile."

È proprio questo meccanismo ad aver ucciso Tiziana Cantone: noi tutti, proprio il popolo del web, siamo finiti in una tempesta di ingranaggi fatta di post, video, meme, pagine a tema—La protagonista di quel video non era Tiziana Cantone, ma la frase che pronuncia: quando più ce n'era bisogno (il momento di 'tutela' che menziona Soro) gli utenti non hanno avuto gli strumenti per rendersi conto del grado di amplificazione che una condivisione pubblica o l'utilizzo di quella frase nelle interazioni online subivano se filtrate attraverso la tecnologia dei social network.

Un esempio di disgraziato munito di connessione a internet e con poca cognizione di causa rilanciato da un post di Selvaggia Lucarelli. Non è prendendo di mira queste persone che si risolvono le cose, ma è educandole.

Questa problematica, la mancanza di comprensione della magnitudo comunicativa online, è il motivo per cui il tema delle molestie sul web è così importante e discusso e allo stesso tempo così difficile da risolvere. Twitter, per esempio, da anni non sta riuscendo a trovare una soluzione adatta per le meccaniche di segnalazione e moderazione degli episodi di molestie, e questo problema sta condannando al tracollo l'intera piattaforma. È importante educare e sensibilizzare all'attivismo pro-attivo: non bisogna diventare poliziotti del web, ma bisogna collaborare con le piattaforme sfruttando le funzioni di segnalazione per indicare i contenuti che necessitano di una revisione. Ed è altrettanto importante dibattere sul tema, perché mentre siamo impegnati a crocifiggere in pubblica piazza i disgraziati muniti di connessione internet che forniscono al resto del web la loro opinione non richiesta, dal punto di vista normativo il Governo italiano si sta impegnando a promuovere una 'legge contro il cyberbullismo' che con il cyberbullismo non ha niente a che fare.

Immaginate di tornare nel vostro liceo e di rivivere il circolare costante di pettegolezzi, insulti, dicerie e atti di bullismo—Ora fate entrare in quel liceo tutta la popolazione italiana e annullate la distanza tra le varie classi: benvenuti sui social network, il più grande miracolo mediatico dai tempi dei segnali di fumo, e allo stesso tempo la più grande fossa dei leoni mai concepita dall'uomo.


In assenza di consapevolezza nei confronti dello strumento, la vicenda Cantone rischia di ripetersi: è fondamentale ed urgente comunicare a tutti gli utenti che la socialità online non corrisponde, in tutto e per tutto, alla socialità reale—Si tratta di una socialità amplificata in ogni suo aspetto: dal potenziale comunicativo (posso parlare con chiunque a chilometri di distanza senza spostarmi di un millimetro, ed essere positivamente contaminato dalle loro idee e punti di vista) a quello diffusivo (un video personale scappato di mano può rapidamente finire sotto gli occhi di un paese intero e avere conseguenze pesantissime, senza una possibilità concreta di fuggire da questa dinamica malata).

Episodi di molestie di questo tipo filtrati attraverso la socialità della vita reale dispongono di impianti normativi che garantiscono la perseguibilità delle azioni e la tutele delle vittime—Sul web, però, la legge è ancora poco chiara e le dinamiche di anonimato, riproducibilità e diffusione capillare rendono decisamente più complicato il corso della legge.

Per Antonello Soro, continua nell'intervista per La Stampa, "L'era digitale non è una prospettiva, ci siamo già dentro. E non è distinta dalla realtà, anzi è sempre più la realtà. Ritengo che sia utile preparare le generazioni future introducendo la materia di educazione civica digitale fin dalla prima elementare." Non è combattendo gli idioti di passaggio o le generalizzazione dei giornali che eviteremo di far finire nella 'gogna del web' la prossima (o il prossimo) Tiziana Cantone, ma imparando a usare gli strumenti che abbiamo a disposizione e richiedendo normative snelle, agili e pensate per poter agire nei meccanismi esplosivi delle interazioni online.