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Federico Fanti. Immagine per gentile concessione dell'Università di Bologna

Il paleontologo che combatte il mercato nero dei fossili

Alessandro Tavecchio

Alessandro Tavecchio

Abbiamo parlato con Federico Fanti, l’unico italiano nella rosa del 2017 degli “emerging explorer” di National Geographic.

Federico Fanti. Immagine per gentile concessione dell'Università di Bologna

Negli ultimi anni, il mercato illegale dei fossili è esploso. Individuare, scavare e preservare i fossili è da sempre un'impresa costosa, ma negli ultimi 20 anni il dilagare del collezionismo e la scoperta di straordinari giacimenti di ambiti fossili di vertebrati hanno fatto crescere a dismisura le dimensioni del mercato. Dal Marocco, alla Mongolia, alla Cina, migliaia di reperti finiscono sul mercato nero, sfruttando la difficoltà di monitorare zone remote e deserte e le differenti e le differenti legislazioni internazionali. In queste zone grigie i trafficanti prosperano, con case d'asta che battono prezzi di centinaia di migliaia di dollari mentre personaggi celebri come Nicolas Cage e Leonardo Di Caprio staccano assegni per questa forma di status symbol. Casi celebri che sono solo la punta dell'iceberg in un mercato enorme, complesso e difficile da controllare e regolare.

Federico Fanti, geologo paleontologo e ricercatore all'Università di Bologna, è l'unico italiano nella rosa del 2017 degli "emerging explorer" di National Geographic. Ogni anno, la rivista seleziona "scienziati, divulgatori e innovatori con capacità e talento unici e straordinari" per conferire loro il prestigioso titolo e un supporto economico per le attività di ricerca che conducono.

Proprio con la National Geographic Society, Fanti e i suoi collaboratori stanno lavorando ad un progetto per identificare e proteggere i fossili del Gobi. Motherboard ha contattato telefonicamente Fanti per porgli alcune domande a proposito del suo lavoro e del complesso fenomeno del mercato nero dei fossili.

Federico Fanti. Immagine per gentile concessione dell'Università di Bologna

Motherboard: Come funziona il mercato nero dei fossili? Lo chiamiamo mercato nero ma spesso ci sono case d'asta milionarie e celebrità che partecipano.
Federico Fanti: È uno di quei casi in cui il mercato va combattuto alle radici perché una volta che l'oggetto arriva alle case d'asta si ha la spettacolarità del problema ma non si va al cuore del problema. Per fermare il problema all'origine abbiamo avviato un progetto di ricerca in supporto al lavoro messo in atto dal governo della Mongolia per arginare in loco gli scavi illegali, che sono quelli che fomentano questo mercato che vanta un giro d'affari di milioni e milioni di dollari. Ha avuto un picco tra il 2000 e il 2010, in cui la situazione era oggettivamente fuori controllo, ma si è poi cercato di intervenire, prima sugli episodi eclatanti, come le case d'asta, e poi con il nostro progetto e altre soluzioni innovative.

Una cosa importante da sottolineare è che si perdono informazioni scientifiche anche se ipoteticamente si riescono a recuperare i fossili. Perché?
Certo: di solito i fossili più spettacolari vengono venduti da parte di grandi case d'asta, addirittura scheletri completi. Ma in realtà si tratta di una frazione microscopica di quello che viene effettivamente scavato, e, non avendo il controllo sulle località e i siti, le possibilità che gli oggetti trafugati siano specie del tutto nuove alla scienza sono molto alte. Un altro problema legato agli scavi illegali è che è molto difficile mapparli sul territorio, perché ovviamente nelle vastità dell'Asia non esistono duo tre punti sulle piste principali in cui si va a persistentemente scavare: sono migliaia di chilometri quadrati, dove si ha accesso solamente con fuoristrada che è molto difficile tutelare senza un dispiegamento di soldi e persone ben al di sopra delle possibilità di tutela di qualsiasi organizzazione.

Il progetto della National Geographic Society a cui partecipi si propone di rilevare l'impronta digitale chimica di questi fossili. Come funziona?
L'idea scientifica alla base del progetto mi è venuta dopo aver lavorato e studiato a lungo la geologia della Mongolia, ed è stato finanziato per il primo anno con una borsa di studio della National Geographic Society.

La geologia nelle zone della Mongolia da cui proviene molto del materiale illegale ha una composizione unica. Se vado vedere gli elementi contenuti nel sedimento, la composizione non ha analoghi. Di conseguenza cerchiamo di tracciare questa "impronta digitale" chimica. Quello che abbiamo fatto è creare un database: nelle varie zone del Gobi, ognuna di queste località da cui provengono i fossili, ha una leggera variante di questa impronta digitale. Se io le conosco tutte, allora posso prendere il fossile in questione, confrontarlo con questo database e cercare di capire da quale zona provenga originariamente.

Questo progetto è focalizzato sulla Mongolia e il Gobi, ma sarebbe possibile applicare questa strategia altrove?
Potenzialmente sì. La composizione delle rocce sedimentarie in cui si trovano i fossili non è illimitata. La peculiarità della Mongolia è che queste rocce vengono direttamente da catene montuose con una composizione molto particolare e per questo sono più ricche di certi elementi rispetto ad altri. Però questa "impronta digitale" geologica è ovviamente in qualunque località del mondo: la difficoltà è trovare il tracciante, cioè quell'elemento o insieme di elementi che variano rispetto alla media e dovrebbe mettere in allarme rispetto alla provenienza del fossile.

Il mercato nero esiste anche perché esistono le collezioni private, e nella paleontologia c'è molto dibattito a proposito. Alcune riviste si rifiutano di pubblicare studi basati su reperti posseduti da privati, per ragioni scientifiche ma anche etiche. Qual è la tua opinione?
La questione è complessa. Gli scienziati non possono fare affidamento su reperti provenienti da collezioni private, perché non è possibile certificare la provenienza del reperto, l'età dei sedimenti, quali altri fossili provengono dal giacimento, eccetera.

Il territorio è enorme, e i soli scienziati non possono scoprire tutto. L'aiuto da parte di persone non specialiste è fondamentale, ma dobbiamo essere noi (scienziati) per primi a informare il pubblico.

Da un punto di vista scientifico, pur avendo il fossile, non potendo documentare con sicurezza il contesto, non posso fare un buon lavoro. È come se tu comprassi un auto di cui non sai niente, solo che ci sono le chiavi dentro. Bene, si tratta di un'auto funzionante, ma è rubata? Chi l'ha assemblata? Quanti chilometri ha fatto?

A questo si aggiunge l'altro passaggio che ogni Stato le sue leggi. In paesi come la Mongolia, l'Italia e il Canada è assolutamente illegale per un privato scavare fossili e rivenderli. Altre nazioni hanno leggi diverse legate ai beni contenuti nel suolo, per cui hanno un mercato in cui chiunque può andare a scavare e rivendere.

Ecco, in Italia è illegale scavare fossili (o qualsiasi altro bene culturale) per un privato, ma il paese è pieno di fossili e inevitabilmente sono trovati e raccolti da privati, ma sono fondamentalmente inutilizzabili perché la loro stessa esistenza è illegale.
Sì, in Italia abbiamo una situazione complicata. Sia chiaro: sono assolutamente favorevole a normative chiare che tutelino i reperti e le competenze, ma altrettanto chiare devono essere le spiegazioni di queste normative al non-professionista. Chi in Italia si appropria di un reperto fossile è sanzionabile per legge. Viene chiesto che il reperto venga segnalato – non raccolto, segnalato – a enti o persone esperte del settore.

Questo spaventa molto il 'raccoglitore occasionale' che però ha il grande merito di fornire informazioni ai ricercatori. Il territorio è enorme, e i soli scienziati non possono scoprire tutto. L'aiuto da parte di persone non specialiste è fondamentale, ma dobbiamo essere noi (scienziati) per primi a informare il pubblico.

Esempio: sto facendo una passeggiata in cui mi imbatto in un osso che sbuca da sotto terra. Non devo scavare o portare a casa il reperto ma devo annotarmi dove si trova esattamente, contattare una istituzione, un museo o uno specialista e segnalarlo. In quel rispetto la legge, tanto che chi fa questo servigio, scopre qualcosa di nuovo e lo rende disponibile alla scienza a volte è anche premiabile economicamente da parte dello Stato.

Molto spesso però la sanzione fa talmente paura che molta gente non segnala, o scopre che è illegale solo dopo essersi portata a casa il fossile e se lo tiene lì nascosto. Poi ovviamente c'è chi lo fa per gusto e li colleziona in casa per volontà, ma essendo già illegale non c'è molto da fare.

Questo progetto per fermare il mercato nero dei fossili ti è valso un posto nella classifica degli Emerging Explorers di National Geographic di quest'anno, ma è già iniziato l'anno scorso. Ci sono già risultati positivi?
Noi non siamo tornati con i campioni ad ottobre 2016, quindi i primi risultati ufficiali contiamo di presentarli verso fine anno. I dati sono molto incoraggianti: ciò che abbiamo raccolto nella prima campagna scavi conferma che la teoria è valida ed è effettivamente vero che c'è questa impronta digitale ed è molto chiara. Il lavoro che stiamo facendo ora è questo: supponiamo che i fossili provengono da dieci località nel Gobi: è possibile dire che vengono da una di quelle dieci località? Sì. È possibile discriminare una località dall'altra? In buona parte sì.

Ora si tratta solo di scremare sempre di più per aumentare il dettaglio, ma i risultati sono positivi.