Sistema radar e di posizione. Immagine per gentile concessione di Sea Watch

Hardware e software sono l'ultimo strumento rimasto alle ONG che salvano vite in mare

Abbiamo parlato con i volontari di Sea Watch delle politiche di censura di Frontex e di come impedire che il Mar Mediterraneo diventi una scatola nera letale.

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17 gennaio 2019, 12:16pm

Sistema radar e di posizione. Immagine per gentile concessione di Sea Watch

Mercoledì 9 gennaio, le 32 persone a bordo della Sea Watch 3 sono finalmente potute sbarcare sull’isola di Malta, dopo 19 giorni sulla nave della ONG tedesca Sea Watch. Se da un lato possiamo tirare un sospiro di sollievo, dall’altro dobbiamo ancora continuare a fare i conti con una gestione della migrazione da parte dell’Unione Europea che rischia di segnare questi anni come quelli in cui si è consumato un vero e proprio sterminio in mare aperto.

Abbandonate dalle istituzioni europee e attaccate da campagne di disinformazione ad hoc, alle organizzazioni umanitarie che salvano i migranti in pericolo non rimane che aggrapparsi all’unico supporto rimasto: la tecnologia.

Il numero di imbarcazioni per il soccorso in mare è diminuito e questo rischia di generare un vero e proprio blackout informativo.

“L’Unione Europea sta cercando di trasformare il mar Mediterraneo in una sorta di scatola nera,” ha spiegato a Motherboard per telefono Ruben Neugebauer, portavoce di Sea Watch. Con il divieto di intervento imposto a partire dallo scorso settembre dalle autorità italiane e maltesi, il numero di imbarcazioni per il soccorso in mare è diminuito e questo rischia di generare un vero e proprio blackout informativo: le persone continuano a mettere la propria vita in pericolo nella traversata dalla Libia ma non vi è alcun modo di poter monitorare effettivamente cosa avviene.

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Parte del sistema di identificazione automatica (AIS) usato per evitare le collisioni tra le unità in navigazione. Immagine per gentile concessione di Sea Watch

A bordo della Sea Watch 3, la tecnologia diventa quindi l’occhio che documenta e monitora ogni operazione. “Abbiamo un sistema di videocamere che registrano una visuale di 360 gradi intorno all’imbarcazione e sistemi di registrazione audio sul ponte,” ha sottolineato Neugebauer, “e i dati raccolti possono diventare la base per portare denunce alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.”

Portando l’esempio di un incidente avvenuto il 6 novembre 2017 — quando, a seguito del comportamento sconsiderato della guardia costiera libica in acque internazionali, sono morte almeno 5 persone — Neugebauer ha spiegato che “in quel caso è stato fondamentale documentare tutto quello che stava avvenendo.”

Ma l’inadeguatezza dell’Europa e le azioni dirette e concrete del governo italiano al contrasto della migrazione hanno peggiorato inesorabilmente le possibilità di documentare, monitorare e quindi coordinare le operazioni di salvataggio.

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Screenshot della piattaforma che Sea Watch sta realizzando per coordinare i salvataggi in mare. Immagine per gentile concessione di Sea Watch.

Fino a poco tempo fa, era la guardia costiera italiana, attraverso il Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo ( IMRCC), a coordinare formalmente tutte le operazioni di salvataggio, ha spiegato il portavoce di Sea Watch. “Ora, però, l’IMRCC nega ogni responsabilità, il centro di coordinamento libico è disfunzionale — non rispondono alle nostre chiamate — e allo stesso tempo la guardia costiera libica non rispetta le leggi internazionali,” ha chiarito Neugebauer.

È con questi presupposti che Sea Watch ha deciso di mettere in piedi un servizio civile di coordinamento per il salvataggio, costruendo una piattaforma in cui tenere traccia delle posizioni delle navi nel Mediterraneo, raccogliere i segnali di imbarcazioni in avaria, e coordinare così i soccorsi. Con la loro tecnologia vogliono fare in modo che il flusso delle informazioni rimanga costante e non avvenga alcun tipo di censura.

C'è la scelta deliberata di nascondere e censurare cosa sta avvenendo nel Mediterraneo.

Ed è proprio questo il nodo centrale: non solo manca la volontà politica a livello europeo di gestire la crisi dei migranti, ma c'è anche la scelta deliberata di nascondere e censurare cosa sta avvenendo nel Mediterraneo.

“L’Europa cerca di nascondere la migrazione in ogni modo, persino lasciando affogare le persone in mare aperto, non fornendo informazioni sulla posizione delle barche in avaria e lasciando che la guardia costiera libica compia operazioni di rimpatrio anche nelle acque internazionali,” ha spiegato Neugebauer.

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Sistema di comunicazione satellitare usato sulle navi di Sea Watch. Immagine per gentile concessione di Sea Watch

“Per coordinare i salvataggi abbiamo bisogno di telefoni satellitari, connessioni internet e sistemi radio: dobbiamo garantire la qualità delle comunicazioni,” ha aggiunto Neugebauer.

L’obiettivo è quello di avere una mappa in cui poter ricostruire una linea temporale di tutti gli spostamenti delle imbarcazioni nel Mediterraneo, includendo nel database tutte le informazioni aggiuntive relative ai singoli eventi. I dati sulla posizione delle imbarcazioni sono raccolti tramite l’Automatic Identification System (AIS) presente a bordo — e sono già disponibili su alcuni siti come MarineTraffic.

Nel caso in cui ci sia un’imbarcazione in avaria con migranti a bordo, il sistema di coordinamento di Sea Watch permetterà di inviare la posizione alle navi che si trovano più vicine, così che possano prestare soccorso. Allo stesso tempo, questi dati verranno girati anche alle guardie costiere e sarà così possibile monitorare se effettivamente svolgono il proprio compito.

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Sistema di comunicazione radio a bordo delle navi di Sea Watch. Immagine per gentile concessione di Sea Watch.

“A volte ci sono navi mercantili vicine alle imbarcazioni in avaria, ma fanno finta di nulla e non prestano soccorso perché non vogliono finire con i migranti a bordo per settimane,” ha spiegato il portavoce di Sea Watch, “ma secondo il codice della navigazione, prestare soccorso è un obbligo.”

Il sistema progettato da Sea Watch sembra non piacere a Frontex — l’Agenzia Europea che si occupa del controllo e della gestione delle frontiere. “In questo modo non potranno affermare che non c’era alcuna nave nei pressi di quella in avaria e inoltre sarà possibile monitorare eventuali violazioni degli accordi internazionali da parte delle guardie costiere,” ha detto Neugebauer.

La piattaforma è ancora in fase di sviluppo — solo una parte è completata, ma non è ancora operativa. Per questo, Sea Watch ha presentato il progetto al Chaos Communication Congress (35C3) — una conferenza annuale dedicata a questioni tecniche e politiche sulla sicurezza che si è tenuta a Lipsia a dicembre —, chiedendo così l’aiuto da parte della comunità di hacker ed esperti informatici.

“Per noi, salvare le persone in mare non dovrebbe essere compito della società civile, ma siamo costretti a farlo: non possiamo accettare che le persone anneghino al confine europeo e che il Mediterraneo si trasformi in luogo privo di diritti umani,” ha concluso il portavoce di Sea Watch.

Sea Watch è ancora in cerca di sviluppatori appassionati ed esperti informatici per lo sviluppo delle applicazioni e dell'hardware a bordo della nave. Chiunque fosse interessato può contattarli a questo indirizzo: nic@sea-watch.org.