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Le città cyberpunk feticizzano la cultura orientale, ma non hanno personaggi asiatici

L'universo di 'Blade Runner' è visivamente asiatico: ma dove sono tutte le persone non caucasiche, allora?

Sarah Emerson

Sarah Emerson

Blade Runner

L'angosciante mondo pieno di glitch che Blade Runner ci ha fatto conoscere è tornato, in grande stile. Come il titolo lascia intuire, Blade Runner 2049 è ambientato decenni dopo il film originale — in una sorta di post-post-apocalisse, più vivida e terrificante di quanto la tecnologia cinematografica degli anni Ottanta abbia mai permesso di creare.

Siamo di nuovo a Los Angeles, ancora accecante e miserabile. Rifugio della peggior feccia umana, che sconta i peccati commessi dai propri antenati sulla terra. I replicanti si nascondono in piena vista. Ziggurat megalitiche controllano la città, come un pantheon di nuove corporazioni divine. Ogni scena è un'opera d'arte a se stante, che avrei potuto amare fino in fondo, se non fosse per un dettaglio specifico.

Come nel film originale, 2049 usa richiami della cultura orientale come elementi visivi del futuro. Magari non ci avete fatto caso, dato che il film di per sé è completamente privo di personaggi asiatici. Fatta eccezione per Dave Bautista, che è in parte filippino e recita nel ruolo del replicante Sapper (spoiler: fa una brutta fine molto in fretta), il numero totale è zero. Ho visto il film due volte e ho notato un paio di comparse; nessuna dotata di battute.

Immagine: Warner Bros.

Le insegne al neon in alfabeto kanji. Lo yukata di Neander Wallace e il cheongsam di Joi. Il frenetico quartiere di Chinatown. Le pareti interattive di app anime. La scatola bento piena di riso di K. I testi in doppia lingua — giapponese e inglese — ovunque. Tutti segnali che fanno pensare a una città vibrante e multiculturale, ma, per qualche ragione, priva di personaggi non caucasici.

Se gli asiatici che hanno dato forma a questo futuro cyberpunk, che fine hanno fatto?

Blade Runner e Blade Runner 2049 sono come l'arte Orientalista. Ritratti meravigliosi, seppur distorti, di "altre" culture, il cui obiettivo è giustificare il colonialismo tramite il loro stesso fascino retrò. Solo che, in questi futuri a testa in giù, i colonialisti sono megacorporazioni invisibili — giapponesi, cinesi, coreane — i cui templi aleggiano su Los Angeles. Ecco perché le insegne sono tutte bilingue; siamo in un futuro così bizzarro che il giapponese è una lingua franca. Dove le comunità sono ghettizzate sotto i grattacieli di grossi marchi asiatici, e la popolazione schiavizzata, i replicanti, è per la stragrande maggioranza bianca.

Immagini: Warner Bros.

Il cyberpunk ha conquistato popolarità, in parte, grazie proprio a Blade Runner e al romanzo Neuromancer di William Gibson, che traeva grossa ispirazione dal Giappone. Parliamo degli anni Ottanta, quando il Giappone stava vivendo il picco più alto della propria rivoluzione tecnologica. Al tempo, l'industria dei computer era alimentata dall'insorgere dell'era informatica e da un desiderio globale di elettronica di consumo. Marchi come Sony e Nintendo diventavano nomi importanti. I ragazzini americani [e italiani, NdT] si appassionavano di anime. L'economia del Giappone si è gonfiata fino a diventare la seconda al mondo all'alba del nuovo secolo.

Gibson, dopo aver visitato Tokyo, ha dichiarato che "il Giappone moderno era semplicemente cyberpunk. I giapponesi stessi lo sapevano e ne erano ben felici."

Alcune città del continente asiatico avevano, a tutti gli effetti, un aspetto futuristico già allora. Tokyo era un esempio, con il suo mosaico urbano di vicoli fluorescenti. Così come la giustapposizione impossibile del nuovo con l'antico. C'è un motivo se le geishe olografiche sono un elemento ridondante nei film cyberpunk.

Blade Runner

Ma le ansie della Guerra Fredda, che sono una musa portante della fantascienza del Ventesimo Secolo, mescolate all'ascesa economica del Giappone, non hanno fatto altro che dare adito alle paure più distopiche dell'Occidente. È importante ricordare che la visione di Blade Runner è profondamente ancorata agli anni Ottanta. L'onnipotenza delle sue corporazioni monolitiche non era dettata dal caso. La globalizzazione agitava il sonno degli americani.

I circoli cyberpunk moderni possono, a loro volta, perpetuare questi stereotipi. Le immagini caricate sul subreddit r/cyberpunk come canoniche riflettono spesso l'estetica di questi film. Questo non significa che non ci sia chi cerca di rompere questi schemi — il film District 9 di Neill Blomkamp ha sicuramente contribuito a rendere popolare il cyberpunk africano, per esempio — ma il genere fa fatica ad adottare un estetica più diversificata.

"Dalla fine degli anni Settanta, un'idea chiave della fantascienza occidentale è stata che il Giappone rappresenti il futuro. La cultura 'strana' del giappone è il simbolo di un domani incomprensibile, ha scritto Annalee Newitz a proposito del feticismo delle idiosincrasie del Giappone.

Il set di Blade Runner.

Oggi, non c'è scusa che tenga per immaginare un mondo che è omogeneo in modo tanto regressivo. Non credo a chi dice che i personaggi di Blade Runner sono per lo più bianchi perché la maggior parte degli esseri umani hanno lasciato il pianeta per andare nelle colonie. È una sciocchezza. Parliamo di un film che è riuscito a concepire il sesso tra ologrammi e replicanti.

Quando le persone di colore non si vedono ritratte nei futuri di pura speculazione, ciò che si evince è un messaggio deprimente sul progresso della razza umana. Per fortuna, il pendolo sta finalmente oscillando verso un universo sci-fi più diversificato. Ma, prima, Hollywood doveva fallire miseramente nello stare al passo.

La strada della rappresentazione è stata sempre particolarmente ardua per gli americani asiatici. Sono, forse, la demografica più trascurata nel cinema. Spesso costretti a ruoli stereotipici o vittime di whitewashing, come abbiamo visto una marea di volte negli ultimi anni.

"Le persone di colore sono sempre state qui," ha detto la scrittrice N.K. Jemisin, parlando della fantascienza come genere che si vanta di promuovere "diversità infinita in infinite combinazioni," ma che non riesce ancora a riconoscere equamente i propri autori non caucasici.

Assieme, Blade Runner e Blade Runner 2049 rappresentano il meglio del cinema cyberpunk. Ma immaginate quanto sarebbe diverso e più ricco, se potessero avere un cast che effettivamente rassomiglia al mondo reale, ora e nel futuro. Per essere un universo così preoccupato rispetto all'esistenza dell'anima, in un certo senso, Blade Runner sembra esserne completamente privo.

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