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Che cos’è Tether, la criptovaluta "italiana" accusata di manipolare i Bitcoin

Un paper appena pubblicato da due ricercatori dell’Università del Texas spiega come questo "finto dollaro" potrebbero essere stato usato per gonfiare a dismisura il prezzo dei Bitcoin nel corso del 2017.

Andrea Daniele Signorelli

Immagine originale: Pixhere / Wikimedia Commons. Composizione: Giulia Trincardi

Per quale ragione dovrebbe esistere una criptovaluta che — mentre tutte le altre salgono e scendono sulle montagne russe di questo mercato iper-volatile — ha il solo scopo di essere sempre equivalente a un dollaro americano? Le ragioni sono parecchie: prima di tutto, rende possibile scambiare in qualunque momento i propri Bitcoin, Ethereum o altri con una criptomoneta stabile, senza i considerevoli costi e tempi necessari per convertirli in euro o in dollari. Inoltre, offre un immediato riparo quando il mercato delle criptovalute precipita. Se tira una brutta aria, per i più esperti è sufficiente cambiare tutti i cripto-beni in USDT (United States Dollar Tethered, ovvero “collegato al dollaro”), attendere serenamente che le acque si plachino e poi riacquistare a un prezzo più basso.

Benvenuti nel mondo di USDTether (USDT), la moneta digitale che imita quelle istituzionali (le cosiddette fiat) e che ha tra i suoi principali manager uno dei pochi italiani presenti nel mondo di Bitcoin e affini: Giancarlo Devasini, già noto alle cronache per essere finito nei Panama Papers e che oltre vent’anni fa aveva avuto qualche disguido legale con Microsoft. Oggi Devasini è il Chief Financial Officer di Tether, il che lo rende uno dei volti di punta della moneta che, secondo molti, rischia di far crollare i Bitcoin e tutte le altcoin.

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Ma per quale ragione un innocuo “finto dollaro” dovrebbe mettere a repentaglio un mercato che, nonostante la crisi degli ultimi sei mesi, vale circa 300 miliardi di dollari? La spiegazione si trova in un paper appena pubblicato da due ricercatori dell’Università del Texas, in cui viene spiegato come gli USDT potrebbero essere stati usati per gonfiare a dismisura il prezzo dei Bitcoin nel corso del 2017 (e poi farlo crollare quando, a febbraio scorso, i sospetti hanno iniziato a diffondersi).

I ricercatori dello studio hanno notato come, per mesi, a ogni nuova emissione sul mercato di un certo numero di Tether — la cui circolazione è incredibilmente passata dai 60 milioni del maggio 2017 ai 2,2 miliardi di febbraio 2018 — corrispondeva una crescita del valore dei Bitcoin. Per la precisione, le emissioni di Tether sul mercato hanno avuto luogo in meno dell’1% delle ore analizzate dai ricercatori, ma in questo lasso di tempo si è assistito al 50% della crescita del valore dei bitcoin negli ultimi 13 mesi. In poche parole, gli USDT avrebbero giocato un ruolo decisivo nella crescita del valore dei Bitcoin — che nel corso del 2017 è passato da 900 a 20.000 dollari — gonfiandolo a dismisura e creando la bolla che poi, inevitabilmente, è scoppiata.

Non è tutto: come dimostrato già da tempo da un blogger su Medium, durante il “gennaio nero” delle criptovalute — quando sembrava che i Bitcoin fossero sul punto di crollare dopo lo scoppio della bolla — regolarmente una nuova ondata di Tether giungeva sul mercato, bloccando l’emorragia e permettendo al prezzo dei Bitcoin di restare per un pelo sopra la soglia psicologica dei 10 mila dollari. La faccenda — che ha portato molti analisti a parlare ironicamente di “quantitative easing per i Bitcoin” — si è ripetuta fino al 6 febbraio 2018, quando proprio i crescenti sospetti sul ruolo del finto dollaro nel gonfiare il prezzo dei Bitcoin — e poi tenerlo oltre una certa soglia — hanno causato un ulteriore crollo del mercato delle criptovalute (da 600 miliardi di dollari a 270) senza che nuovi USDT venissero immessi sul mercato (probabilmente, proprio a causa della nuova attenzione che circondava questa particolare moneta).

Com’è possibile che i Tether fossero così strettamente legati all’aumento di prezzo (o al salvataggio) dei Bitcoin? Semplice, gli stessi manager dietro a Tether sono anche i proprietari di uno dei più grandi exchange del mondo: Bitfinex (delle cui opache vicende si è occupato anche Il Sole 24 Ore).

Stando a quanto riporta il blogger Tony Arcieri nel dettagliato pezzo “The Tether Conundrum”, quando gli USDT vengono creati sono inviati direttamente su Bitfinex, e da lì verrebbero utilizzati per comprare Bitcoin. In questo modo il prezzo dei Bitcoin sale, gli investitori sono ingolositi ad acquistarne ancora e il circolo virtuoso può continuare.

Su Reddit, invece, qualcuno si è spinto a ipotizzare anche la tesi più estrema: e se il crollo degli ultimi mesi fosse causato proprio da una massiccia vendita di bitcoin da parte dei fondatori di Tether, allo scopo di reperire le risorse necessarie a supportare gli USDT con soldi veri? Il sospetto, insomma, è che prima gli USDT siano stati utilizzati per acquistare bitcoin e gonfiarne il valore e che poi questi bitcoin — nel frattempo cresciuti enormemente nel prezzo — siano stati venduti proprio per reperire le risorse necessarie a garantire il valore dei Tether.

La domanda cruciale da porsi, dunque, è la seguente: perché questa moneta — che sembra creata dal nulla — vale sempre e comunque un dollaro, indipendentemente dalla domanda? Stando a quanto riportato dal sito ufficiale, il “100 percento dei Tether in circolazione è garantito da asset presenti nelle nostre riserve.” Per ogni USDT in circolazione, insomma, ci sono beni equivalenti in possesso della società (un po’ come, un tempo, il denaro normale era garantito dall’oro nelle riserve statali).

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Ovviamente, però, non basta scrivere su un sito un’affermazione del genere per renderla vera. Sarebbe il caso di avere qualche prova in merito — ma per il momento ce ne sono proprio poche. Sul finire di gennaio 2018, infatti, i revisori contabili di Friedman LLP — che avevano proprio il compito di determinare se i Tether fossero supportati da beni reali — hanno rotto i rapporti con la società di Giancarlo Devasini. Apriti cielo: in un mondo che, come detto, aveva già forti sospetti sulla legittimità di questa moneta si scatena il panico, provocando il noto crollo del 6 febbraio.

Ne avevano scritto anche testate istituzionali come Bloomberg e Fortune: “Se Tether è davvero garantito da dollari, non c’è un vero pericolo in questo sistema. (...) Ma se Bitfinex non dovesse avere la liquidità per sopravvivere a una corsa al prelievo di grandi dimensioni, potremmo assistere a un crollo di dimensioni imprevedibili.”

D’altra parte, proprio in quei giorni il mercato stava vivendo enormi turbolenze — aumentando drasticamente la richiesta di una moneta che promette di restare stabile nel valore. Nonostante i sospetti (che circolano comunque soprattutto tra gli addetti ai lavori), gli investitori continuano ancora oggi ad affidarsi agli USDT per mettersi al riparo nei periodi di difficoltà: il volume di scambio dei Tether, in questo momento, raggiunge regolarmente i 3,2 miliardi al giorno. Viste le cifre in ballo, è facile immaginare che cripto-apocalisse si potrebbe scatenare se davvero si scoprisse che gli USDT non sono supportati da altrettanti dollari o se davvero il valore dei bitcoin è cresciuto soltanto perché qualcuno si è adoperato per gonfiarne il prezzo.