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Per l’ONU il ‘bottone rosso’ di Minniti per le fake news viola i diritti umani

Il protocollo violerebbe "i criteri di legalità, necessità e proporzionalità" della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici.

Federico Martelli

Federico Martelli

Immagine: via Polizia Postale.

Il portavoce speciale dell’Onu per la Libertà di espressione, David Kaye, ha dichiarato al governo italiano che il Protocollo Operativo per contrastare la diffusione delle fake news sul web è “incompatibile con gli standard di legge internazionale sui diritti umani,” perché violerebbe ”i criteri di legalità, necessità e proporzionalità” stabiliti dall’articolo 19 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici che tutela la libertà di espressione di ogni individuo. Il documento che analizza il protocollo operativo è stato pubblicato sul portale dedicato ai Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Anche se l’esercizio della libertà di espressione può essere sottoposto a una serie di restrizioni stabilite dalla legge, il fatto che il protocollo intenda combattere notizie manifestamente infondate e tendenziose o apertamente diffamatorie senza che i termini siano definiti in maniera precisa è fonte di ulteriore preoccupazione per l'esperto dell'Onu. Queste incongruenze ci erano sembrate subito evidenti sia quando era stata annunciata l'applicazione del protocollo operativo da parte della Polizia Postale che, quando, qualche settimana più tardi, non ci era stato possibile risalire alla presunta lista di 128 fake news che sarebbero state smentite dal sistema.

Il documento redatto dall'Onu, però, si spinge oltre spiegando come il diritto di comunicare informazioni tuteli anche le informazioni e le idee che possono scioccare, in particolare nell'ambito del dibattito pubblico e politico. Lo Human Rights Committee ha inoltre sottolineato la necessità di depenalizzare il reato di diffamazione sostenendo che vada applicato solo nei casi più seri e non a quelle forme di espressione che non sono soggette a verifica per loro natura.

Nel documento, lo Human Rights Committee raccomanda di limitare le sanzioni per diffamazione — citando, ad esempio, anche una legge che diamo per scontata come quella che prevede pene più severe per chi diffama il Capo dello Stato — per non limitare troppo la libertà di espressione. Il dubbio è che il portale per la segnalazione delle fake news possa invece conferire al governo "un potere discrezionale eccessivamente esteso nel perseguire le dichiarazioni critiche nei confronti delle personalità pubbliche e politiche."

Il pericolo è che il Governo si trasformi in "arbitro della verità in ambito pubblico e politico," continua nel documento Kaye, preoccupato dalla mancanza di chiarezza sul funzionamento del protocollo e dalle minacce di sanzioni penali. Per il relatore, il protocollo rischia di influenzare in modo sproporzionato un'ampia gamma di comportamenti fondamentali in ambito democratico come le critiche al governo, la diffusione di notizie di cronaca, lo svolgimento di campagne politiche e l'espressione di opinioni impopolari, controverse o minoritarie.

Alla luce di questi fatti, lo Human Rights Committee esorta il governo italiano a prendere in considerazione misure alternative per la lotta alle fake news "quali la promozione di organismi indipendenti di fact checking, il sostegno dello Stato a mezzi di comunicazione indipendenti, diversificati e adeguati, e l'istruzione pubblica e l'alfabetizzazione mediatica, riconosciute come mezzi meno invasivi per affrontare il problema della disinformazione e della propaganda." Purtroppo per arginare la disinformazione non basta un bottone rosso.

Anche la risposta del Governo verrà pubblicata sulla stessa pagina.

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