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​La “filter bubble” di Facebook continua a peggiorare

Facebook ha annunciato che modificherà ancora una volta il suo algoritmo, e questa notizia ci dovrebbe preoccupare parecchio.

Ciao, se stai leggendo questo post ritieniti sufficientemente fortunato, perché non è scontato che tu l'abbia visto—In particolare se normalmente trovi i nostri post su Facebook, esattamente come il 62% degli adulti americani, secondo un recente report di Pew Research.

Facebook ha annunciato che nel corso delle prossime settimane modificherà l'algoritmo incaricato di decidere cosa ogni singolo utente vede sulla propria timeline. "Facebook è stato costruito attorno all'idea di connettere le persone con i loro amici e con la loro famiglia," spiega Lars Backstrom, engineering director di Facebook, nell'annuncio. "La nostra priorità è di connettervi con le persone, i luoghi e le cose con cui volete essere connessi—a partire dalle persone con cui siete amici su Facebook."

Ora, perché questo annuncio ci interessa e in che modo i primi due paragrafi di questo articolo sono collegati? Le modifiche all'algoritmo annunciate da Facebook andranno a impattare principalmente su uno dei valori più importanti per le pagine: la 'portata' dei singoli post. Si tratta del valore che indica quante persone sono state raggiunte da un post pubblicato su una pagina Facebook, ovvero quante sono le persone che hanno visto comparire nella loro timeline quel singolo aggiornamento.

Sempre peggio
Questa premessa ci porta al vivo del discorso. La condizione creata da questa politica di Facebook si chiama 'filter bubble'. È il fenomeno per cui, in un social network che sfrutta degli algoritmi per definire quali siano le notizie di maggiore interesse per l'utente, i post visualizzati da un utente siano sempre più grottescamente in linea con gli interessi e le opinioni dello stesso.

Un esempio concreto riguarda il recente boom mediatico relativo al Brexit. Un utente di Facebook pro-Remain ha spiegato quanto difficile sia stato per lui, il giorno della vittoria del Leave, trovare dei post su Facebook di persone che festeggiavano la vittoria. Non si riferisce soltanto alla sua lista di amici: anche sfruttando la funzione di ricerca di Facebook, incappare in post che non erano in linea con la sua opinione è stato difficilissimo.

Il trend portato avanti da Facebook è ormai in corso da diversi anni, e non riguarda soltanto le opinioni dei post, ma anche la loro provenienza. In senso più pratico, l'interesse di Facebook è duplice: da un lato gonfiare gli introiti generati dalle dinamiche di sponsorizzazione dei post, e dall'altro cercare di risolvere il costante calo di interazione sul social network da parte degli utenti—Un vero incubo per gli investitori.

Per questo motivo, gran parte delle penalizzazioni viene riversata sui contenuti pubblicati dalle pagine Facebook, che si ritrovano ad avere sempre più difficoltà a raggiungere gli utenti che hanno messo 'mi piace'. Le uniche soluzioni sono pagare Facebook, sponsorizzando i post, oppure costruire dei contenuti fatti apposta per essere condivisi, "Se gran parte del vostro traffico arriva da persone che condividono i vostri contenuti e da amici che interagiscono con queste condivisioni, questo cambiamento avrà impatto minore di chi fa affidamento ai contenuti pubblicati su Facebook come ad una via diretta per ottenere più traffico, senza passare per le interazioni," continua Lars Backstrom nell'annuncio.

Un sunto pratico del funzionamento dell'algoritmo di Facebook. via TechCrunch

Quello appena descritto è uno dei problemi più urgenti per tutti i media del mondo, la cui gran parte del traffico arriva proprio da Facebook. Ogni punto percentuale che Facebook rosicchia modificando di qualche virgola il suo algoritmo, si rispecchia in una gigantesca perdita economica per ogni testata—E meno soldi, significa meno informazione.

Questa dinamica si somma alla 'filter bubble', la camera di risonanza che impedisce di sfondare il muro delle nostre opinioni e ci evita di entrare in contatto con contenuti che, secondo Facebook, non ci interessano. Anche in questo caso, il social network di Mark Zuckerberg sa bene che cosa sta succedendo, e sta cercando di 'umanizzare' il processo di selezione dei contenuti da visualizzare nella timeline di ogni utente integrando all'interno delle variabili dell'algoritmo degli input immessi direttamente dall'utente.

Purtroppo, però, perché questa dinamica si possa verificare efficacemente, i capoccia di Facebook hanno dovuto distorcere grottescamente la loro idea di informazione, "Un contenuto informativo non è necessariamente una news dura e cruda… Ci sono altre cose che si possono definire informative. Conoscere il risultato di una partita è informativa. Imparare a cucinare un polpettone è informativo. È una sorta di approccio dalle larghe vedute all'informazione," spiega Adam Mosseri, direttore del dipartimento News Feed.

Sensibilizzare
In un certo senso, chiedere al pubblico dei lettori di interessarsi delle dinamiche di funzionamento di una testata che fa di Facebook una parte importante della propria infrastruttura di traffico è arrogante ed egoista: non sono problemi dei lettori.

È un ragionamento comprensibile, ma la portata della notizia va un po' al di là del mero calare dei guadagni per le testate: un pubblico assoggettato passivamente alle dinamiche della 'filter bubble' tenderà progressivamente a chiudersi in una minuscola infosfera che finirà, presto o tardi, per generare abomini come quello descritto nel tweet embeddato poco sopra. In un periodo storico così delicato (e le divisioni ideologiche che si sono manifestate dopo il Brexit ne sono perfetta testimonianza) è fondamentale fornire agli utenti dei social network gli strumenti necessari per comprendere al meglio le loro manifestazioni digitali.

Oggi il 62% delle persone si informa principalmente sui social network: ve la immaginate una edicola colpita dalla 'filter bubble'? Se siete di destra improvvisamente Il Manifesto scomparirà dalle vetrine, se siete di sinistra invece scordatevi di sbirciare i titoli di LIbero.

In un certo senso si potrebbe addirittura concepire i social network non più come delle piattaforme ma come dei veri e propri servizi pubblici, ormai bene fondamentale della cittadinanza e non più prodotto di un'azienda. Nel recente scandalo che ha visto coinvolto Facebook e la sua presunta manipolazione di alcuni notizie di stampo conservatore, è diventato chiaro che l'intenzione di Mark Zuckerberg è quella di sfruttare il potenziale del social network per manifestare la propria influenza economica in senso, anche, politico. La strada per la trattazione sistematica di questo aspetto del discorso è ancora lunga, ma prima di tutto è necessario ricordarsi che la 'filter bubble' esiste, e sta diventando sempre peggiore.