Chi erano i phone phreakers, gli italiani che fischiavano nei telefoni negli anni ’90

Quando ancora non c'era la 56k, il phone phreaking permetteva di navigare su internet senza pagare bollette esorbitanti.

|
30 agosto 2018, 11:09am

Illustrazione: Juta

Quando le nostre vite non erano ancora completamente integrate nella matrice cibernetica in cui ci troviamo oggi e internet era ancora ai primordi, gli hacker avevano già trovato qualcosa su cui mettere le mani: l'infrastruttura telefonica.

Negli anni ‘60 e ‘70, negli Stati Uniti, si diffonde la pratica del phone phreaking. Mossi dalla curiosità e dalla sete di conoscenza, alcuni hacker si erano interessati al funzionamento delle linee telefoniche. Volevano capire come le chiamate vengono indirizzate al giusto destinatario, studiare il funzionamento dei centralini automatici che smistano le chiamate sulle lunghe distanze e, più in generale, scoprire cosa si nasconde lungo il percorso che va dalla propria cornetta telefonica a quella di chi si trova all’altro capo ad ascoltare.

Il phone phreaking, però, non rimase relegato unicamente agli Stati Uniti: anche l’Italia ha avuto i suoi phreaker.

Questi phreaker scoprirono che emettendo il giusto suono nella cornetta era possibile bypassare il sistema di gestione delle telefonate e poter effettuare delle chiamate gratuite. Questa scoperta aprì delle nuove autostrade per la comunicazione e la diffusione del sapere.

Inizialmente venivano utilizzati dei fischietti che si trovavano come regali nelle scatole dei cereali ma a breve si passò alle cosiddette blue box, messe in vendita da Steve Jobs e Steve Wozniak: dei dispositivi elettronici in grado di emettere il suono alla giusta frequenza e che, una volta collegati al proprio telefono, sbloccano la possibilità di effettuare chiamate gratuite.

Il phone phreaking, però, non rimase relegato unicamente agli Stati Uniti: anche l’Italia ha avuto i suoi phreaker.

Questo, infatti, è ciò che mi ha descritto un phreaker italiano che ho avuto modo di incontrare: “Eravamo un gruppo di ragazzi del nord Italia — tutti fra i 16 e i 20 anni di età — e fra il 1990 e il 1991 ci dedicavamo all’arte del phreaking.”

Nel loro caso, però, non usavano blue box o fischietti, avevano sviluppato autonomamente delle applicazioni per DOS, Commodore 64 e Amiga. In questo modo, il software si occupava della gestione dei toni da inviare per poter prendere il controllo dei canali di comunicazione tra le diverse centrali telefoniche — in particolare su tratte internazionali — e comunicare così gratuitamente sulle lunghe distanze.

La possibilità di sfruttare la rete telefonica senza dover pagare un centesimo poteva così saziare la sete di conoscenza di questi ragazzi. “Il phreaking era un modo per stringere legami, amplificare il senso di comunità e, soprattutto, acquisire e diffondere sapere,” mi spiega il phreaker italiano.

Quelli erano gli anni dell’esplosione delle Bulletin Board Systems (BBS), delle vere e proprie bacheche digitali in cui era possibile caricare e scaricare contenuti, e scambiarsi messaggi — le BBS sono le vere antenate dei forum e delle nostre bacheche Facebook.

Nel caso dei phreaker italiani, il sogno proibito erano le BBS internazionali. Non disponendo all’epoca di connessioni internet adeguate e volendo evitare di pagare cifre esorbitanti nella bolletta telefonica per connettersi a quelle BBS, il phreaking era una soluzione a portata di cornetta. Le BBS italiane, infatti, erano raggiungibili senza dover sostenere costi esorbitanti, ma la vera ricchezza informativa risiedeva in quelle straniere dove era possibile ottenere le ultime novità in fatto di software e cultura hacker.

Non avevamo la sensazione di fare qualcosa di illegale: stavamo scaricando informazioni, software, e documenti da far circolare liberamente nella nostra comunità.

Più raramente, inoltre, venivano utilizzate le cosiddette black box, dei dispositivi che grazie a una resistenza modificavano la tensione sulla linea telefonica, non facendo partire così il contatore per la fatturazione: si poteva sollevare la cornetta ma i minuti della telefonata non venivano conteggiati perché la resistenza simulava ancora la cornetta abbassata. Questo meccanismo, mi ha spiegato il phreaker italiano, funzionava solamente sulle centrali elettromeccaniche che in quegli anni, pur essendo in fase di dismissione, erano ancora diffuse.

“Gran parte delle attività di phreaking erano praticabili fino a circa la fine degli anni ‘90,” aggiunge il phreaker italiano. In seguito, grazie a modifiche del funzionamento della linea telefonica e all’avvento della telefonia cellulare, il funzionamento dell’infrastruttura telefonica è radicalmente cambiato.

“Eravamo giovanissimi e spinti dalla sete di conoscenza,” conclude il phreaker italiano, “e non avevamo la sensazione di fare qualcosa di illegale: stavamo scaricando informazioni, software, e documenti da far circolare liberamente nella nostra comunità.”

Segui Riccardo su Twitter: @ORARiccardo