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Erba Medica

Siamo stati nel centro di ricerca dove nascono le uniche piantine di cannabis legale in Italia—e ci siamo fatti spiegare perché è così importante coltivarla.

Nell'immaginario comune l'universo della cannabis è fatto di biglietti del treno arrotolati tra le dita, cilum, musica reggae e occhi rossi. Chi ha bisogno di assumere cannabinoidi per questioni di salute, però, è lontano anni luce da chi fuma l'erba sul divano per il puro piacere dell'effetto psicotropo. Eppure, in Italia, questa dicotomia profondissima sembra ancora sfuggire a molti soggetti politici, a parte dell'opinione pubblica e dei media, e talvolta anche agli stessi medici e farmacisti che dovrebbero prescrivere e fornire la cura ai malati.

Nonostante l'uso di cannabinoidi per il trattamento sintomatologico di patologie come SLA, sclerosi multipla e cancro sia legale nel nostro paese praticamente dal 1997—grazie a un decreto ministeriale che prevede la possibilità di prescrivere "in scienza e coscienza" anche medicinali non reperibili sul suolo nazionale—i pazienti devono affrontare ancora oggi, a vent'anni di distanza, difficoltà e pregiudizi.

L'iter legislativo e burocratico che ha portato al riconoscimento dei farmaci a base di cannabinoidi in Italia ha richiesto tempi dilatati e lunghe battaglie da parte di malati e associazioni. Se, come dicevo, dal 1997 era possibile comprare all'estero farmaci a base di cannabis, le trafile erano talmente lunghe che pochissimi effettivamente le intraprendevano. Le terapie a base di THC e omologhi, esclusivamente in forma sintetica, sono state riconosciute per la prima volta nel 2007, in un decreto del ministro della salute Livia Turco. Nel 2013, poi, il ministro Renato Balduzzi ha esteso il riconoscimento dalle forme sintetiche anche alla pianta—e quindi ai prodotti farmaceutici contenenti estratti naturali.

Dal 2010 a oggi, parallelamente alla normativa nazionale, sono state introdotte alcune leggi regionali che prevedono l'erogazione di medicinali a base di cannabinoidi a carico delle ASL. I provvedimenti in merito sono stati approvati in 12 regioni. Alcune di queste regioni hanno stabilito dei parametri specifici, e spesso molto restrittivi, per determinare se il paziente abbia diritto oppure no a usufruire della fornitura gratuita. I pazienti, infatti, ricevono il medicinale in base all'applicazione regionale del decreto attuativo. In Toscana, per esempio, il range di malattie è piuttosto esteso. In Veneto, invece, il rimborso del farmaco è stato limitato a circa 30 persone in tutta la regione: la prescrizione deve essere fatta obbligatoriamente da un neurologo e i criteri sono molto limitanti.

La questione cruciale è che i medicinali contenenti estratti di canapa—come il Bedrocan e il Sativex—sono stati finora importati dall'Olanda, con costi ingenti per le ASL (o per i malati stessi, nel caso le loro regioni non siano tra le fortunate, o nel caso non rispecchino tutti i parametri) e infinite trafile burocratiche che passano per uffici ministeriali e grosse distribuzioni farmaceutiche.

Alla luce di questa problematica economica, e probabilmente anche sull'onda del crescente fenomeno globale del riconoscimento di questo tipo di cure in molti stati d'Europa e degli USA, il 18 settembre 2014 una conferenza stampa dei ministeri della Difesa e della Salute ha proclamato il via libera alla produzione italiana di cannabis terapeutica.

Il termine della fase sperimentale doveva essere inizio giugno, ma al momento in cui scrivo pare che sia stato rimandato ad agosto—intanto, pare che qualche settimana fa i primi 50 chili di marijuana per uso terapeutico prodotti in Italia abbiano fatto il loro ingresso nelle farmacie nazionali, a fronte di un fabbisogno stimato di 100 chili.

Il progetto è stato fin da subito affidato allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, una caserma circondata da mura bianche altissime e sorvegliata continuamente da militari e telecamere. E questo è abbastanza noto.

Quello che però pochi sanno è che le piante che vengono portate a fioritura a Firenze germogliano all'interno del CREA di Rovigo, un ente di ricerca posto sotto la tutela del ministero per le Politiche Agricole che si occupa dello studio della cannabis dal 1995. Il CREA, Ente Consiglio per la ricerca in agricoltura e analisi dell'economia agraria, è infatti titolare di tutte le varietà di canapa registrate in Italia, dalle selezioni destinate all'uso agro-industriale a quelle ad alto contenuto di sostanze psicotrope. Le prime varietà, prive di cannabinoidi stupefacenti, vengono utilizzate nel settore tessile e alimentare—l'olio di semi di canapa, per esempio, è un prodotto ricco di nutrienti e altamente proteico. Le seconde invece, ad alta concentrazione di THC, vengono impiegate per la realizzazione dei prodotti farmaceutici.

Il CREA di Rovigo.

Considerato che dell'argomento si sente poco parlare, anche se viviamo mesi di cambiamenti importanti per la realtà italiana, ho contattato Gianpaolo Grassi, uno dei massimi esperti nazionali di cannabis e primo ricercatore della sede veneta del CREA. L'ho raggiunto a Rovigo per capire in che modo vengono selezionate e coltivate le piante destinate a risollevare le sorti dei cannabinoidi in Italia.

La sede del CREA, che risale alla prima metà del Novecento, ricorda molto una villa di campagna, circondata com'è di campi, serre e capanni degli attrezzi. All'esterno vengono tenute le piante d'uso corrente destinate a combinare e fare incroci—le varietà si distinguono per le diverse quantità di principio attivo. Ci sono due grandi serre e qualche metro quadro di terreno coltivato con piccoli esemplari di cannabis. "Qui fuori c'è l'unico spazio all'aperto, in tutta Italia, autorizzato per la coltivazione di canapa contenente una percentuale di sostanze stupefacenti," puntualizza il ricercatore.

"Abbiamo iniziato a studiare le piante di canapa più di vent'anni fa," continua Gianpaolo Grassi. "Inizialmente il nostro lavoro è stato quello di confrontare le varietà e selezionare quelle più adatte ai diversi impieghi agro-industriali.

Il nostro interesse per la cannabis a uso medico è nato poi, intorno al 2002, su esempio dell'Olanda. All'epoca ottenere i permessi per lavorare con sostanze psicotrope era troppo complicato, perciò ci siamo concentrati sulla selezione e sull'incrocio di materiali contenenti cannabinoidi non stupefacenti. Abbiamo sviluppato varietà ricche di CBD—una molelcola che si è dimostrata molto efficace per il trattamento dell'epilessia—e abbiamo cercato di combinare i principi attivi tra di loro per capire gli effetti di sinergia e di complementarietà. È stato un lavoro proficuo, perché siamo stati quasi gli unici al mondo a occuparcene. Tutti si erano concentrati sullo studio della molecola più inflazionata, il THC."

Quando però le cose sono cambiate e anche sperimentare con il THC è diventato legale, il CREA di Rovigo e lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze sono rimasti gli unici posti in Italia in cui è possibile coltivare legalmente delle piante di canapa che superino il limite di THC dello 0,2 percento. In base alle ultime modifiche apportate al Testo Unico sulla droga, infatti, le sole strutture autorizzate a lavorare su colture di cannabis contenenti stupefacenti sono quelle pubbliche. E anche se lo Stabilimento di Firenze è formalmente una società per azioni, le decisioni finali sulla sperimentazione vengono prese sempre dal ministero.

L'intera filiera di produzione della cannabis, inoltre, è posta sotto il controllo dall'AIFA, l'Agenzia Italiana del Farmaco, che controlla, registra e regolamenta tutte le attività in collaborazione con i Ministeri e con le Nazioni Unite. Per ora le varietà coltivate al CREA sono due, selezionate per l'alta concentrazione di principio attivo.

"L'AIFA ci ha chiesto di portare a compimento tre lotti distinti di produzione per avere la garanzia che il procedimento adottato sia stabile e ripetibile nel tempo. Ora siamo al secondo ciclo della stessa variante sperimentale. Il primo lo abbiamo portato a compimento l'anno scorso durante il periodo estivo. È necessario che qualità e concentrazione del principio attivo siano invariati, perché al malato deve essere garantito un trattamento sempre uguale nel tempo," mi spiega Grassi.

Per far sì che la qualità del prodotto rimanga costante, le piante destinate alla sperimentazione vengono tenute al chiuso, al riparo dalla luce naturale. All'esterno, le caratteristiche organolettiche sarebbero condizionate dal variare delle temperature e delle stagioni. Al terzo piano del centro di ricerca, invece, i piccoli esemplari di canapa crescono in un ambiente completamente artificiale e fuori dal tempo, fatto di finestre murate, lampade a elevato voltaggio, serbatoi riempiti di sostanze nutritive, ventole e deumidificatori.

Quando il ricercatore apre la porta del corridoio la prima cosa che si sente è un odore fortissimo di cannabis. Lungo tutta la parete ci sono dei rami fioriti messi a essiccare che verranno utilizzati per le analisi di routine e poi distrutte con procedure che coinvolgono ASL e Carabinieri. Attraverso una porta chiusa a chiave si accede poi a una delle due stanze dove vengono tenute le varietà destinate alla sperimentazione. Le piante, distribuite in fila all'interno di uno stanzone ventilato, vengono coltivate con un tipo di coltura idroponica: ognuna ha il suo vaso dove arriva un liquido nutritivo ricco di sali minerali che viene distribuito attraverso dei sottili tubi neri. La temperatura, misurata da un termostato appeso al soffitto, è tenuta stabile sui 23/24 gradi mentre il tasso di umidità è intorno al 60 percento.

Gianpaolo Grassi, direttore della ricerca del CREA.

"Queste piante sono ibridi e tutte femmine. Le teniamo qui dentro a vegetare, non andranno mai a fiore e non produrranno mai dei semi. Le lasciamo crescere e, quando ne abbiamo bisogno, preleviamo le talee e le facciamo radicare. Questo metodo, chiamato clonaggio, ci permette di ottenere individui esattamente tutti uguali: se invece piantassimo dei semi non otterremmo mai una vera costanza di prodotto. Le talee vengono portate poi allo Stabilimento di Firenze dove generano delle piante che vengono portate a fioritura. Una volta ottenuto il fiore questo viene lavorato, sterilizzato e confezionato in dosi per essere venduto nelle farmacie."

Quando gli chiedo dello stato dei finanziamenti, Gianpaolo Grassi mi risponde che, in realtà, dei finanziamenti veri e propri non ci sono mai stati. "Il Ministero delle politiche agricole ci ha promesso dei soldi da due anni, ma non sono ancora arrivati. Ad agosto scadranno molti dei contratti e non sappiamo ancora se saranno rinnovati. Finora, insomma, abbiamo lavorato praticamente gratis. È anche vero che mettere fine al progetto sarebbe quasi più costoso che portarlo avanti, quindi siamo ottimisti."

Pochi giorni dopo il nostro incontro, pare che ci sia un motivo in più di essere ottimisti. Anche se, viste le resistenze sull'argomento in Italia, è sempre meglio non cantar vittoria troppo in fretta.

"Per ora il problema grosso è che molti medici italiani non conoscono le potenzialità terapeutiche della cannabis, e senza le prescrizioni non c'è mercato," mi ha detto Grassi. "La mentalità, in generale, è ancora molto arretrata. Si lavora per la burocrazia, per i politici, per gli assessori ma non per i pazienti. Né tantomeno per la ricerca."