Ottobre è stato un gran mese per gli accordi sul clima

Questa serie di accordi storici sul clima è una boccata d'aria fresca dopo un 2016 allarmante.

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24 ottobre 2016, 9:40am

Immagine: NASA

Dopo un'estate segnata da temperature record in tutto il pianeta, abbiamo salutato la stagione dei bagni in spiaggia con un'ultima inquietante notizia sul clima il mese scorso: i livelli di carbonio atmosferico hanno toccato le 400 parti per milione, un drammatico punto di non ritorno climatico.

Per fortuna, questo angosciante sviluppo è stato seguito quasi subito da una serie di annunci relativi alla proposta o alla finalizzazione di alcuni accordi fondamentali sul clima tra diversi paesi, raggiunti nelle ultime settimane. Molti di questi accordi sono stati in fase di negoziazione per anni, e sono rimarchevoli per lo scopo internazionale che dimostrano, una sfaccettatura necessaria per qualsiasi azione che possa dirsi efficace.

La domanda, ovviamente, è se questi patti storici non siano arrivati un po' troppo tardi, ma in assenza di una sfera di cristallo, ecco un riassunto dell'importanza (e limitazioni) di questi accordi e di cosa aspettarci nel futuro.

LA CARBON TAX FEDERALE DEL CANADA

Il primo ministro del Canada, Justin Trudeau, ha iniziato Ottobre in grande stile, presentando un piano di tassazione minima sulle emissioni di CO2 per il proprio paese, che entrerà in vigore nel 2018. L'idea è quella di iniziare a tassare un minimo di circa 8 dollari per tonnellata di CO2 prodotta in una provincia. Questo minimo verrà portato a circa 40 dollari entro il 2022 nel tentativo di rispettare l'accordo preso a Parigi, per cui il Canada deve ridurre le proprie emissioni del 30 percento rispetto ai livelli del 2005, e farlo entro il 2030.

Per ora, il Canada è responsabile di circa il 2 percento delle emissioni di CO2 globali, che equivale a circa 700 milioni di tonnellate ogni anno. Eppure i contributi dati da ognuno dei 13 tra territori e province del Canada sono totalmente diversi uno dall'altro. Per esempio, Alberta e Saskatchewan—le sedi provinciali delle enormi industrie del gas e del petrolio del Canada—producono molti più gas serra sia in termini lordi che pro capite, di province come British Columbia o Nuova Scozia (il settore del petrolio e del gas di Alberta da solo equivale a circa a un settimo delle emissioni totali del Canada).

Considerati i modi radicalmente diversi in cui ognuna delle province canadesi contribuisce ai fondi federali, dovranno anche trovare la maniera per rispettare questa tassa minima. Il risultato sarà una tassa provinciale sui combustibili, che colpisce direttamente chi inquina in proporzione alle emissioni individuali, o una politica di cap-and-trade, che essenzialmente crea dei "permessi" di inquinamento, che possono essere comprati e venduti da attori che rischiano di sorpassare il proprio limite di emissioni o, al contrario, di non sfruttarlo pienamente.

Ogni approccio atto a limitare l'emissione di CO2 ha i suoi benefici e le sue limitazioni, e quale provincia adotterà quale metodo dipenderà probabilmente da una serie di contingenze localizzate. Questo è forse uno dei principali punti forti della politica di Trudeau: impone un obiettivo federale ferreo sull'inquinamento, ma permette alle province individuali di auto-determinare il modo in cui raggiungere l'obiettivo.

PRIMO ACCORDO SUL CLIMA RELATIVO ALL'AVIAZIONE

Solo pochi giorni dopo l'annuncio di Trudeau, l'International Civil Aviation Organization ha concluso una conferenza importante a Montreal, a cui hanno partecipato circa 2000 delegati a rappresentare 191 nazioni, raggiungendo un accordo per limitare significativamente l'apporto dato dall'industria dell'aviazione alle emissioni di CO2 globali.

Questo patto non è altro che un approccio di mercato che costringe le linee aeree a comprare crediti di CO2. L'idea è che dato che sarà introdotto un costo operativo nuovo e impegnativo per le linee aeree (che costerà circa il 2 percento del fatturato annuale del settore), le linee aeree saranno spinte ad aggiornare le proprie flotte con velivoli più efficienti da un punto di vista di consumi ed esplorare altri percorsi per tagliare le emissioni di CO2

Considerato che non c'è stato alcun riferimento all'impatto dell'aviazione commerciale sul cambiamento climatico a Parigi, c'era un bisogno disperato di un accordo in materia. Il settore dell'aviazione commerciale conta per il 2 percento delle emissioni di CO2 globali; se vi sembra poco, immaginate che, se l'aviazione fosse un paese, sarebbe il settimo per inquinamento del mondo (pur "ospitando" solo il 2 percento della popolazione globale).

Tifone Maysak. NASA

Sfortunatamente, l'aviazione è anche perno del nostro stile di vita: muove 8 milioni di persone nel mondo al giorno, per quasi un decollo aereo al secondo. La FAA ha previsto che il numero di persone a volare sarà quasi i doppio nel giro di due decenni e gli analisti come Paul Peeters, un professore di trasporto e turismo sostenibili all'università di Breda, pensa che il settore dell'aviazione possa arrivare ad essere responsabile del 10 percento delle emissioni totali entro la fine di questo secolo.

Se da un questo patto è un passo nella giusta direzione alla luce di questa previsione, molti analisti hanno criticato il suo contenuto per non spingersi abbastanza lontano. Un'analisi dell'International Council on Clean Transportation ha scoperto che l'accordo così com'è non è sufficiente perché l'industria dell'aviazione raggiunga l'obiettivo di crescita neutrale di CO2 atmosferico entro il 2020.

LA RATIFICA DEGLI ACCORDI DI PARIGI

Lo stesso giorno in cui è stato raggiunto l'accordo sull'aviazione, il Parlamento Europeo ha votato per ratificare il Paris Climate Accord, il che equivale al raggiungimento di un numero di paesi sufficiente per far entrare in vigore l'accordo. A Parigi hanno partecipato un totale di 197 paesi, che ora sono essenzialmente tenuti a passare all'azione e contrastare un aumento della temperatura globale superiore alla soglia d'allerta dei 2 gradi, con un obiettivo di rientro a un valore massimo di 1.5 gradi.

La ratifica ufficiale del trattato è stata salutata dai leader del mondo come un grande successo e un momento importante nella lotta contro il cambiamento climatico. Altri sono più scettici sull'efficacia di questo accordo. Il rinomato scienziato climatico James Hansen ha definito il piano di Obama per rispettare l'impegno preso dagli USA "un cumulo di stronzate," i manifestanti contro gli accordi di Parigi hanno dichiarato che se vogliamo davvero raggiungere questi obiettivi climatici serve una mobilitazione da Seconda Guerra Mondiale ora, e che, alla fine della giostra, il Paris Climate Accord richiederebbe essenzialmente una ristrutturazione radicale dell'economia globale—un traguardo ambizioso, se non del tutto utopico.

Ma almeno il Canada è sulla strada giusta per mantenere gli impegni presi a Parigi, via.

ACCORDO INTERNAZIONALE PER RIDURRE GLI IDROFLUOROCARBURI

Proprio in questi giorni, i rappresentanti di 170 paesi hanno convocato una riunione a Kigali, in Rwanda, che è risultata in un accordo vincolante giuridicamente atto a limitare significativamente l'uso di un gas serra specifico, che si trova in elettrodomestici come i frigoriferi e i condizionatori. Noti come idrofluorocarburi (HFC), la prevalenza di questi gas nell'atmosfera è minore rispetto a quella di anidride carbonica e altri gas serra, ma i numeri bassi sono compensati dalla loro efficienza: gli HFC possono trattenere il calore fino a 1000 volte più dell'anidride carbonica.

Considerato che l'uso di aria condizionata sarà stellare entro la fine del secolo, è necessario ora più che mai operare un disinvestimento sugli HFC. il trattato di Kigali è, in realtà, un emendamento del Protocollo di Montreal del 1987, che ha vietato i clorofluorocarburi responsabili dell'impoverimento dell'ozono. Estendendo questo trattato per includere anche un disinvestimento sugli HFC, i firmatari di Kigali prevedono di poter rimuovere l'equivalente di 70 miliardi di tonnellate di anidride carbonica dall'atmosfera—circa due volte le emissioni globali di CO2 annuali.

Infine, i paesi più ricchi ad aver firmato l'accordo saranno legalmente obbligati a guidare la pratica contro gli HFC. Paesi come gli Stati Uniti e l'Unione Europea dovranno interrompere la produzione e l'uso di HFC entro il 2018, mentre il loro utilizzo a livello mondiale si dovrà fermare entro il 2024. Alcuni tra i paesi più caldi del mondo, come India, Iran e Arabia Saudita, dovranno rispettare lo stesso obiettivo entro il 2028.

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Per quanto rallentare (o magari invertire) il cambiamento climatico sia oggetto di attenzione, dobbiamo ancora fare tanta strada—è già abbastanza difficile convincere una buona fetta di rappresentanti politici che il cambiamento climatico non è uno scherzo. Questi accordi sono ben lungi dall'essere perfetti, e la loro efficacia è discutibile, ma rappresentano anche la combinazione di anni di lavoro portato avanti da migliaia di persone nel mondo che si dedicano alla facilitazione di soluzioni internazionali a un problema globale. Ora non ci resta che sperare che siano in grado di portare a termine il loro stesso piano.