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Immagine via Wikimedia Commons

No, la frase di Fontana sulla "razza bianca" non è un lapsus

Alessandro Tavecchio

Alessandro Tavecchio

Ma deriva da secoli di razzismo pseudo scientifico.

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Domenica 14 gennaio, il candidato “moderato” leghista a governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha rilasciato una pacatissima dichiarazione mentre parlava di immigrazione ai microfoni di Radio Padania Libera. “Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano,” ha detto Fontana, “dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate”.

Tra le righe, emerge la retorica cospirazionista del cosiddetto “genocidio bianco,” l’idea che in qualche modo qualche misterioso potere forte stia cercando di distruggere la “nostra razza bianca” per sostituzione etnica, magari con un piano Kalergi. Un’uscita semplicemente orribile, per di più nell’anno che segnerà l’ottantesimo della promulgazione delle leggi razziali fasciste in Italia.

Il leghista ha poi cercato di correggere il tiro, sostenendo che il suo “è stato un lapsus, un errore espressivo, intendevo dire che dobbiamo riorganizzare un’accoglienza diversa che rispetti la nostra storia, la nostra società.” Nel 1938, i 10 firmatari del Manifesto della Difesa della Razza, ci tenevano a sottolineare tra i loro 10 punti che la razza è un concetto “puramente biologico.” A prima vista sembra inutile rispondere sul piano della scienza e della biologia a Fontana, considerato che la sua difesa cerca di virare la conversazione su una questione culturale e identitaria.

Il fatto che Fontana passi in scioltezza da “etnia” a “società” a “razza bianca,” lascia trasparire una totale mancanza di comprensione della questione da un punto di vista storico e biologico

Il fatto che Fontana passi in scioltezza da “etnia” a “società” a “razza bianca,” è il vero problema, però, che lascia trasparire una totale mancanza di comprensione della questione da un punto di vista storico e biologico. È solo in questo vuoto, infatti, che può attecchire il discorso politico-identitario vagamente complottista che il leghista lascia intendere.

Il termine “razza” ormai in biologia si usa quasi esclusivamente in termini zootecnici, per identificare specie di interesse umano in cui la biodiversità è distribuita in gruppi ben delimitati, sia da un punto di vista di caratteristiche che di genetica. È nel attorno al 1700 che si comincia a discutere dell’esistenza delle razze nell’uomo in maniera “biologica,” trovandosi di fronte il classico problema tassonomico di dove tagliare e dove raggruppare, e sulla base di quali criteri.

Uno delle prime figure importanti nella storia della “scienza” della razza fu Johann Friedrich Blumenbach, uno dei padri dell’antropologia, che sulla base della forma del cranio identificò cinque differenti “varietà” di esseri umani: europea, asiatica, africana, americana e malese. I giudizi di valore sulla qualità di queste differenti “razze” in Blumenbach erano ancora piuttosto blandi: nell’ultima edizione della sua opera più influente, spiegava che tutte si erano originate nella zona delle montagne del Caucaso, com’era evidente dalle caratteristiche fisiche degli abitanti della attuale Georgia, e dalla loro superiore bellezza, da cui oggi ci portiamo a casa il termine “caucasico” per quella che Fontana forse chiamerebbe “razza bianca”.

Non ci volle molto, però, perché il termine “razza” cominciasse a prendere una declinazione più familiare e più apertamente discriminatoria. Nel 1853, Joseph Arthur de Gobineau pubblica in francese il Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, che dice più o meno quello che vi potete aspettare. Le razze improvvisamente diventano tre — bianca, gialla e nera — identificate semplicemente dal colore della pelle, in una gerarchia naturale in cui all’apice stava la “razza ariana”, che aveva il monopolio di “civiltà, intelligenza e forza,” e delle altre razze, degenerate, nate da miscelazione anche con scimmie e altri animali.

È con questa operazione intellettuale che poi si cominciano a definire gli “altri” come naturalmente inferiori per questa o quella caratteristica morale e intellettuale, che si potevano dedurre da caratteristiche somatiche invece evidenti, come la dimensione del cranio, la forma degli occhi o il colore della pelle.

La razza bianca, per altro, è quasi sempre definita per sottrazione rispetto agli altri: a seconda dei momenti e della versione di “razzismo scientifico” a cui si faceva capo, il numero di razze umane poteva variare da un minimo di 3 per arrivare fino a più di 100, sulla base dei vari criteri arbitrari presi in considerazione.

Quando si dice che la razza è un “costrutto sociale” non significa molto di più di questo: determinare cosa delimita una razza da un’altra è una scelta che fanno gli esseri umani, influenzati da una miriade di fattori e situazioni, che non dipendono solo dalla biologia ma anche dalla situazione storica, politica e sociale. Nel Tennesse degli inizi del Novecento avresti potuto avere qualsiasi genotipo o fenotipo, ma bastava un singolo antenato africano, “una goccia di sangue,” per essere di “razza negra.” Ancora, solo qualche anno fa c’era chi metteva in discussione se Obama fosse davvero il primo presidente afroamericano o meno.

Quando si dice che la razza è un “costrutto sociale” non significa molto di più di questo: determinare cosa delimita una razza da un’altra è una scelta che fanno gli esseri umani

I Nazisti avevano le loro precise proporzioni su quale dovesse essere la tua ascendenza per poter essere considerato ariano piuttosto che ebreo, ma discriminarono e applicarono le leggi razziali anche a popolazioni di origine slava. Addirittura, per un periodo della guerra civile americana, c’era chi distingueva tra la razza bianca del sud e i puritani che avevano colonizzato il Nord, cioè tra una “razza di padroni e una razza di schiavi, discendenti dei servi Sassoni.”

A partire dagli anni 60, quando abbiamo cominciato veramente a studiare il DNA e il suo legame con le variazioni di caratteristiche tra le popolazioni e la loro variazione geografica, abbiamo dato il colpo di grazia a queste definizioni da razzismo scientifico.

Sappiamo ad esempio — ed è una frase ormai ripetuta ad nauseam — che la maggior parte delle diversità genetica umana compare all’interno di una popolazione, e non tra popolazione distinte. Esistono pochissimi alleli “privati” — cioè versioni di geni presenti esclusivamente in una popolazione — e queste eccezioni sono per lo più caratteri diffusi in Africa, perché le popolazioni globali attuali sono discendenti di vari piccoli gruppi di antenati africani migrati “out of Africa.”

Oggi la grande quantità di dati genetici e gli strumenti concettuali della genetica di popolazione ci permettono con grande precisione di individuare frequenza e prevalenza di tantissime varianti genetiche e geografiche delle popolazioni umane — e sono alla base di servizi come Geno 2.0 o 23andMe, per andare a vedere la vostra ascendenza genetica.

"L’analisi evolutiva delle popolazioni umane mostra che è totalmente arbitrario fermarsi, nella classificazione, a un livello piuttosto che a un altro"

Nonostante le apparenze, questo non è in contrasto con quello appena detto su varietà tra gruppi e entro gruppi: “L’analisi evolutiva delle popolazioni umane mostra che è totalmente arbitrario fermarsi, nella classificazione, a un livello piuttosto che a un altro,” spiegavano Luigi Cavalli-Sforza, Paolo Menozzi e Alberto Piazza nel super classico Storia e geografia dei geni umani. “Le spiegazioni sono di natura statistica, geografica e storica.”

In altri termini, possiamo decidere che siamo caucasici e fermarci lì, oppure dividere i caucasici in vari sottogruppi statisticamente distinti da differenze genetiche; dividere i mediterrani ancora tra loro in raggruppamenti distinti da varianti genetiche per popolazioni del centro italia, del sud italia e sardi; e possiamo trovare raggruppamenti geneticamente distinti e statisticamente significativi tra sardi del nord e sardi del sud, e via di questo passo.

Popolazioni tenute insieme da fattori culturali, storici, geografici, linguistici, tendono ad avere caratteristiche genetiche abbastanza simili: ma a seconda di quanto nel dettaglio e su quali caratteristiche decidiamo di fondare questi paragoni, possiamo ottenere tutti i raggruppamenti, o “cluster” che vogliamo. Per questo motivo si preferisce parlare di etnia, che include nella sua definizione questi fattori socio culturali.

Di nuovo, Fontana non è probabilmente un razzista scientifico, e la biologia, nel vuoto, non basta a rispondergli. Per quanto i temi genetici siano tornati sorprendentemente di moda nel carrozzone variopinto che è l’alt-right americana — con un bel rebranding in “Movimento per la biodiversità umana” — quasi nessuno oggi è apertamente razzista nel senso che pensa che le differenze biologiche dovute alla discendenza debbano tradursi in un trattamento differente.

È proprio la componente etnica e culturale, invece, a essere sfruttata per creare il confine che separa dall’altro, con gli appelli a nebulossisime definizioni di “cultura occidentale,” l’utilizzo di “musulmano” nello stesso modo in cui si utilizzavano le distinzioni razziali sulla base della pelle, le preoccupazioni sul “non si vogliono integrare” e “non condividono i nostri valori.”

La storia del lapsus non è un passo indietro, è un’ammissione.

In questo senso, la pezza di Fontana al suo lapsus è solo una reiterazione della sua identità politica: invece di usare “razza bianca,” semplicemente passa ad una discorso in codice — quello che gli americani chiamano dog-whistle — parlando di “società” e “storia,” che in realtà delimita a un’identità etnica non esplicitamente definita, ma in cui si identificano i suoi elettori per semplice meccanismo di “noi contro di loro.” La storia del lapsus non è un passo indietro, è un’ammissione.

La sostanza del pensiero, al di là dell’uso del termine “razza bianca,” è la medesima, ed è questa visione che poi sottende ai complottismi su piano Kalergi e sostituzione etnica. È lo stesso “nazionalismo bianco” di Trump o incarnato grottescamente da un altro leghista, Borghezio, che nel 2006 invocava una “Padania libera, bianca e cristiana.”

Quel nazionalismo o suprematismo bianco che — se anche non guarda a fantomatiche razze o si appella a dubbie pseudoscienze per giustificarsi — alla fine dei conti punta allo stesso risultato.