Perché siamo sempre delusi dalla fiera di videogiochi più importante dell'anno?

Si è appena concluso l'E3 2018 e, fatta eccezione per titoli come 'The Last of Us Part II', 'Fallout 76' e 'Death Stranding', l'entusiasmo generale sembra poco. Soprattutto verso Nintendo.

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giu 13 2018, 12:10pm

Immagine via: E3 

Si è appena conclusa la 24esima edizione dell’Electronic Entertainment Expo (o E3 2018) a Los Angeles, il più importante evento di videogiochi dell’anno, per il secondo anno consecutivo aperto al pubblico — e non solo a chi può definirsi in qualche modo addetto ai lavori.

Sappiamo che l’E3 è la fiera di settore più impegnativa dell’anno: ci sono tutte le case più grosse — da Sony a Nintendo, passando per Bethesda, EA, Ubisoft e via dicendo — che presentano novità hardware (eventuali nuove console) quanto software (nuovi titoli). Quest’anno, gli annunci di The Last of Us Part II, Death Stranding e Fallout 76 sono tra quelli che sicuramente hanno riscosso il maggiore entusiasmo.

Sappiamo tutto questo, eppure sono un po’ di edizioni che — a evento finito, fatta salva e premiata una manciata di titoli — ci sentiamo delusi al punto da chiederci se l’E3 sia ancora un avvenimento rilevante per chi si occupa di giochi (e per chi, più in generale, li ama). Quest’anno, le ragioni principali dello sconforto sembrano essere la (oggettivamente) pessima conferenza di Square Enix e la presentazione vagamente paracula di Nintendo.

Il problema è che il nostro scorno riaffiora ogni volta con troppo candore: due anni fa, Kotaku ha evidenziato il problema pubblicando un articolo che raccoglieva tutti i titoli della stampa americana che si interrogavano sull’attenzione meritata dalla fiera nel 2016 — una domanda che la rivista si era posta a sua volta già nel 2014. Se fate una rapida ricerca, un numero equivalente di titoli esce anche oggi, a un giorno dalla fine della parte della fiera dedicata alle grosse conferenze.

Cosa è successo all’Expo di settore che una volta rappresentava una specie di secondo Natale per gli appassionati e i professionisti dei videogiochi? Cosa è cambiato (o non cambiato) al punto da farci reagire così? È possibile formulare una riflessione che sia, per una volta, costruttiva a riguardo?

Questo non vuole essere un pezzo sul tramonto dell’industria mainstream dei videogiochi profetizzato dai tweet delusi del pubblico della conferenza che più la rappresenta. È, piuttosto, una domanda aperta e senza malizia sul perché l’E3 sembri non funzionare proprio più.

Ovviamente il problema è relativo: nella misura in cui il numero delle aziende coinvolte sfiora il centinaio a ogni edizione e quello degli astanti non fa che crescere ogni anno, non è possibile parlare di una crisi in senso stretto. Ma le reazioni generali di chi segue le conferenze principali in diretta online — tenute da una manciata delle aziende più rilevanti — sono un termometro significativo di quello che è diventato, di fatto, un Natale tra adulti che sanno già cosa aspettarsi sotto l’albero.

Fatte le dovute eccezioni — come la conferenza di Ubisoft del 2017, con l’annuncio di un gioco cross-over senza precedenti storici con i personaggi classici Nintendo — negli ultimi anni sappiamo perfettamente cosa vedremo all’E3. Avevamo la certezza che Sony avrebbe presentato un altro trailer di Death Stranding perché sono anni che ci stuzzicano con contenuti a riguardo del gioco. Sapevamo benissimo anche che Nintendo avrebbe parlato dei nuovi giochi di Pokémon e del controller Poké Ball — perché l’hanno letteralmente annunciato meno di due settimane prima dell’evento.

Forse è questo il punto: nella maggior parte dei casi, è difficile che i contenuti presentati all’E3 siano vere sorprese. Possono essere qualitativamente superiori alle nostre aspettative — come è sicuramente vero per l’annuncio del secondo capitolo di The Last of Us, accompagnato da un trailer magistrale —, ma mai veramente al di fuori delle stesse. Quando è stata l’ultima volta che una casa di sviluppo vi ha colti del tutto impreparati all’E3, anziché essere una conferma — brillante o meno — delle previsioni e i “cosa aspettarci” di turno?

Ciò che sembra, in altre parole, è che le case con le conferenze più attese siano le stesse che hanno maggior interesse a spargere informazioni preventivamente alla fiera per mantenere alta l’attenzione del loro pubblico su titoli che, magari, vedono passare anni tra il primo annuncio e l’effettiva pubblicazione. Alle volte si tratta di un meccanismo che ripaga — come il caso del trailer del nuovo Fallout, che, pubblicato pochi giorni prima dell’evento, era sufficientemente scarno da provocare la giusta curiosità —, altre, invece, di una lama a doppio taglio che mozza senza pietà l’entusiasmo degli spettatori, trasformandolo in noia.

Nintendo, poi, rappresenta quasi uno strano caso a sé: sono anni che la casa giapponese sembra deliberatamente intenzionata a non prendere sul serio l’evento. Quest’anno — dopo un anno di titoli per la Switch dal riscontro positivo e colpi di genio di marketing e design — la conferenza incentrata quasi esclusivamente su un reboot di Smash Bros. (Super Smash Bros. Ultimate) divertente ma ben poco originale, appare come una mezza presa in giro, anche nelle strane scelte registiche della presentazione stessa.

Tutto questo, ovviamente, potrebbe essere un problema di percezione personale — sarei ben felice se qualcuno mi facesse cambiare idea, davvero — ma la messa in discussione della rilevanza dell’evento galleggia nell’aria a priori.

Quel che è certo è che l’E3 è un evento fatto per i consumatori. Nel momento in cui questa insoddisfazione generica prenderà una forma più concreta e avrà una ricaduta sulla riuscita effettiva dell’evento, può darsi che quest’ultimo sarà disposto finalmente a venire a nuovi patti col proprio pubblico.

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